giovedì 8 novembre 2018

VOLETE ESSERE AUTONOMI? MARCITE CON I VOSTRI PINI




Il post di un dirigente Ulss dell'Abruzzo scatena una reazione a catena. Dal sud molti commenti sullo stesso stampo. La reazione della Regione.

Un incredibile incidente diplomatico fra Veneto e Abruzzo.
Il post su Facebook di un dirigente dell'Ulss di Sulmona, in Abruzzo (dunque un dirigente di alto livello della Regione Abruzzo), ha scatenato una vera e propria rivolta.


Commentando la richiesta di aiuti da parte del Veneto per fare fronte al disastro causato dal maltempo, il dirigente ha scritto: 





"Però avete fatto il referendum per l'indipendenza... Ve lo ricordate vero? Mica state pensando di chiedere lo stato di emergenza per finanziare la ricostruzione con i soldi di tutti gli italiani, no? Se fosse per me vi farei marcire insieme al legno delle vostre foreste abbattute". 
E non si tratta di un commento isolato, sul tipo: volete essere autonomi e tenervi i vostri soldi? Allora arrangiatevi.

A parte l'ignoranza di chi confonde autonomia con indipendenza, il post è senza scusanti. E la reazione del presidente del consiglio regionale,Roberto Ciambetti, al suo omologo abruzzese è stata immediata. "Scusa, quando il terremoto ha messo in ginocchio l'Abruzzo noi siamo stati in prima fila ad aiutarvi. E adesso ci ripagate così?".

Per la cronaca il dirigente è stato rintracciato e si è difeso dicendo che il suo profilo Facebook era stato hackerato. 

Dura la reazione dell'assessore alla protezione civile, Gianpaolo Bottacin

"Se ci lasciano i 15 miliardi di euro di residuo fiscale che il Veneto dà a Roma ogni anno, il miliardo di danni causato dal maltempo che lo paghiamo noi senza problemi. Noi non stiamo chiedendo aiuto allo Stato, chiediamo solo che un piccolo pezzettino di quello che regaliamo ogni anno al resto d'Italia ci venga restituito".


Fonte: da la Voce di Rovigo del   7 novembre 2018 

(“era stato hackerato”…non ci crede  nessuno) 

mercoledì 7 novembre 2018

LA PREGHIERA DI MIGLIO VALE ANCHE OGGI: FATE IN FRETTA

GIANFRANCO MIGLIO



6 Nov 2018 

di  ETTORE BEGGIATO e GIANFRANCO MIGLIO

Il 5 febbraio 1999 il gruppo “Liga Veneta Repubblica” in Consiglio Regionale del Veneto organizzava a Padova un memorabile convegno intitolato “Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa”, con la partecipazioni di prestigiosi studiosi, dal prof. Miglio al prof. Mario Bertolissi, dall’avv. Ivone Cacciavillani al prof. Renzo Gubert, allora senatore; il convegno fu poi nobilitato da tre straordinarie relazioni incentrate sulla Catalunya e sulla Scozia tenute dal prof. Ferran Requejo dell’Università Pompeo Fabra di Barcellona, da Josep Camps di “Convergencia Democratica di Catalunia e da Donald Henderson dello “European Affairs Division dello Scottish Office” di Edimburgo. Francesco Jori riuscì, da par suo, a mettere insieme il tutto, intervallando sapientemente anche gli interventi di  Comencini, Foggiato, Morosin e il mio. 
Fu una giornata di un’intensità straordinaria e lo può confermare chi  partecipò all’Hotel Sheraton all’evento; ma in particolare vorrei riproporre l’intervento del prof. Miglio, per certi versi profetico,direi, in particolare quando sottolineava con forza: 
Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico.”
Eravamo nel 1999….


di Gianfranco MIGLIO:

IL PROGETTO DI UNA CARTA COSTITUZIONALE VENETA ADOTTATA IN ESERCIZIO PRECOSTITUZIONALE DELLA SOVRANITÀ

Quando ho ricevuto il materiale che gli organizzatori di questo convegno mi hanno mandato, ho fatto un salto sulla mia seggiola, perché ho visto esaltata quest’idea del “Popolo Sovrano”, e allora mi sono detto: “Non pensano a una costituzione federale”, perché voi sapete che la caratteristica di una costituzione federale è che al suo interno nessun potere è sovrano. Poi. leggendo, e ascoltando le belle relazioni di Morosin e di Bertolissi, mi si è chiarito il concetto di “sovranità pre-costituzionale”, che non pregiudica la struttura di una costituzione federale o confederale, e quindi della sovranità “divisa”.

Però quell’idea di mettere davanti all’esercizio degli articoli 121 e 138 della Costituzione, una presa di posizione del Popolo Veneto a favore della sua indipendenza, comporta una certa logica di azione politica, che io sconsiglio. Perché ritengo che si debba prima arrivare a far funzionare la Costituzione con le sue norme, e precisamente gli articoli 121 e la 138, soltanto se la procedura ordinaria non funzionerà, allora verrà il momento di una azione insurrezionale.

Il patto confederale

Così il mio dissenso si è accresciuto ancora quando ho visto che si giustapponevano, (pagina 9 del documento “Veneto: un Popolo Sovrano verso l’Europa”) un patto confederale, e in subordine un “trattato” di natura economica, politica e sociale. No, questa alternativa non sta insieme, perché il “patto confederale” è un atto di riordinamento della struttura costituzionale italiana, mentre il patto tra due soggetti internazionali, implica che questi soggetti internazionali siano già nati: l’idea del patto implica la “secessione”. Ora, io non mi scompongo affatto a parlare di “secessione” perché nel 1993 abbiamo tentato (quando ero nella Lega Nord) di aprire la via di una secessione, e abbiamo battuto la strada della secessione nonviolenta, quello che i teorici di questo diritto fanno consistere nel rifiuto di pagare le imposte.

La sconfitta con Bossi

Sennonchè nel 1993, io e Bossi siano andati incontro a una sconfitta, perché, nella testa dei cittadini, l’idea di mettersi in conflitto con la Finanza, e con la struttura di prelievo delle risorse finanziarie della Repubblica, non è assolutamente accettata. Io ho chiarito questo punto, e ho anche rivelato per quali ragioni gli italiani sono così restii al ricorrere alla prospettiva di non pagare le tasse. Perciò un consiglio che vi do molto sommessamente, è di cercare di diffondere, in una percentuale elevata dei cittadini, l’idea che l’unico mezzo per affrontare un conflitto non-violento con il potere politico-costituzionale, è proprio questo, dello sciopero fiscale. Se per ipotesi nessuna delle vie legali alle riforme è consentita, allora non c’è che la strada di una forma di ribellione. E la ribellione va preparata con una educazione dei cittadini alla misura del rifiutarsi di pagare le imposte.

Però, dato che questa era una via di uscita subordinata – il patto tra il Popolo Veneto e i popoli italiani – rispetto al tentativo principale della introduzione di una costituzione federale, io a questo proposito non posso consigliarvi altro che il mio modello. Anche perché nel frattempo questo modello ha guadagnato credito nella dottrina. Oggi non sono pochi coloro i quali ritengono che il mio-progetto sia il più completo, e il più rigoroso, di ordinamento federale.

Apro una parentesi: a proposito della distinzione, drammatica per i giuristi del secolo scorso, fra “federalismo” e confederalismo”. 
Si pensava allora che una costituzione “confederale” fosse già disposta a permettere l’uscita di alcuni suoi membri dal patto. Oggi invece il diritto di ogni popolo a darsi e a modificare la sua collocazione nel contesto internazionale. Uscire da una Federazione, è oggi un diritto da nessuno negato. Quindi patto “federale” e patto “confederale” sono la stessa cosa. Il problema allora è oggi questo: di disegnare una struttura federale, da compilarsi secondo l’articolo 121, che dà ad ogni Consiglio Regionale il diritto di proporre leggi (e quindi anche leggi costituzionali) e di proporle agli organi competenti, cioè al meccanismo del 138. E’ la strada regia, la strada che voi dovete percorrere.

Vi illudete sull’Europa

Voi puntate molto sull’Europa e – ho visto nei documenti, che mi avete mandato – voi vi illudete sulla possibilità di una struttura federale europea imminente, in cui si inserirebbero tutti i tentativi di costruire strutture federali per i singoli membri della Comunità Europea. Io sono invece molto più scettico al riguardo: credo che abbiano ragione quei costituzionalisti svizzeri che hanno prospettato l’avvenire dell’Unione Europea non diversamente da quella che è stata l’unione della Comunità Elvetica. Un accostamento progressivo, una abitudine a considerare i problemi in comune, senza mettere in moto meccanismi di carattere automatico, come quelli a cui pensavano i federalisti europei di trent’anni fa. Credo che l’avvenire dell’Europa sia in una produzione graduale di soggetti non sovrani, in continua oscillazione nei loro contatti reciproci. E’ in questo meccanismo, in cui bisogna cercare di inserirsi.

E’ necessario per voi decidere subito di mettere in moto subito il 121 e il 138 con una Commissione Costituzionale, che prepari un progetto concreto. Voi prevedete una Commissione di 5 giuristi e di 25 “uominipolitici”; mi sembrano destinati a far esplodere le tendenze particolaristiche; perché la chiave di tutto, nel compilare il progetto, è ridurre le richieste individuali di ogni gruppo.

Tutti con un pezzo di costituzione

Io credo di conoscere bene il Popolo Veneto e ho scoperto da un pezzo che non c’è comunità veneta che non abbia un suo progetto di costituzione. Dimenticatele queste particolarità, cercate di convergere sulle cose essenziali; io penso ad un progetto di costituzione estremamente elementare che stabilisca le cose fondamentali, e poi rimetta alle strutture federali il completamento del disegno.

Io penso, per esempio, che il mio collaboratore e collega e senatore Renzo Gubert, che parlerà dopo di me, trattando delle appartenenze territoriali e della nuova organizzazione statuale; credo che tutta questa materia sia da rimettere a quello che voi avete chiamato l’Assemblea Nazionale del Popolo Veneto, cioè il Consiglio Regionale del Veneto.

In questi mesi, prossimi, uscirà un mio libro (e l’ho voluto far pubblicare proprio presso un editore Veneto, Neri Pozza, con cui anni fa pubblicai i miei lavori sulla scienza dell’amministrazione pubblica italiana). Questo libro è spietato perché contiene venti paragrafi, che sono una rivisitazione del cosiddetto “risorgimento” italiano. E’ da questa rivisitazione che io cavo le caratteristiche costituzionali che dovrebbe invece avere l’Italia.

Bene, in questo libro voi troverete molto pessimismo sulle difficoltà da affrontare; ma è tuttavia indicato un “pertugio”, che è quello proprio che sto invitandovi a scorgere: approfittate della situazione in cui versa lo Stato oggi. Lo Stato italiano oggi non è più in grado di assicurare ai cittadini la sicurezza, può darsi che quanto prima anche il tentativo di innestare l’economia monetaria italiana nel sistema europeo, vada a rotoli. Se questo accadrà non piangete, sarà l’occasione che attendete, perché l’ulteriore indebolimento dello Stato italiano faciliterà la vostra azione e il vostro tentativo di cambiamento della Costituzione.

Nelle disgrazie la via d’uscita

Purtroppo è nelle disgrazie che si trova la strada per uscire dalle difficoltà, e per guadagnare una posizione nuova e positiva; non è quando gli affari vanno bene che si cambiano le cose. Noi dobbiamo tenere conto di questa condizione; cioè io aspetto il momento nero dell’Italia in Europa perché penso che potrebbe diventare il momento luminoso dell’uscita da questa Costituzione che consacra tutti gli errori del cosiddetto “risorgimento”.

Ho visto che voi avete rievocato in un pamphlet, che mi è stato mandato, il referendum del 1866. I referendum che hanno confermato lo Stato italiano sono tutti referendum fasulli, referendum che non hanno sondato le opinioni vere del popolo italiano, e che quindi non valgono niente. Invocare il referendum del 1866 per dire: “I Veneti si sono vincolati allo Stato italiano”, è una balla; dobbiamo respingere questa idea. Quello che conta è puntare su quello che unisce, sulle poche cose da collocare in una Costituzione speciale per il Veneto.

Nel libro che vi ho preannunciato, ho migliorato il modello che avevo diffuso e che voi conoscerete (perché è stato oltretutto tradotto in tutte le lingue); ho soprattutto migliorato la posizione del Veneto. Perché io penso che il Veneto debba stare in un contesto del nord Italia, non mi preoccupo di pensare, di prescrivere, che cosa devono fare le Regioni del centro e del sud.

Molise e Lombardia

Da quando un collega, mio allievo economista, mi ha avvertito che il reddito prò capite del Molise è un 47° di quello della Lombardia, mi rendo conto, che solo raggruppando le Regioni si potrà arrivare a costruire un meccanismo costituzionale federale autentico. Ecco perché io uso sempre il termine “vera costituzione federale”, per distinguerla da quella a cui è attaccato (e ogni tanto lo tira fuori) D’Alema, con la sua Commissione Bicamerale.

Insistere sulle cose che uniscono, vi dicevo, e così unire anche gli italiani; i quali sono convinti che così ormai non si può più andare avanti, che i poteri pubblici sono incapaci di garantire ai cittadini le sicurezze elementari per cui lo “Stato moderno” è nato da 400 anni fa.

Questo fine di secolo è la fine dello “Stato moderno”, io sto, oltre al libro che pubblicherà Neri e Pozza, lavorando da 3 anni ad un lavoro distruttivo sul così detto “Stato moderno”; vedrete che se tutto il materiale che ho raccolto per questo nuovo libro funzionerà, riuscirò a tirare una mazzata sul così detto “Stato moderno” e forse aprirò la strada ad un vero federalismo.

Mi auguro che i veneti si facciano carico di questa responsabilità, che la storia addossa sulle loro spalle: cioè comincino a proporre un meccanismo federale autentico. Nel libro che presto uscirà ho raccontato che i Greci quando cambiavano costituzione la davano da scrivere a pochissime persone, al limite a una sola persona: non avevano la mania “democratica” di noi oggi che andiamo ad ascoltare tutti. Perché se ci preoccupiamo ad ascoltare tutti, finiamo nella confusione, finiamo nel non produrre niente. Veneti, vi esorto a darvi una costituzione, a presentarla in Parlamento per l’applicazione della procedura dell’articolo 138, poi vedremo se avranno il coraggio di respingere la vostra proposta. In questo caso avremo il diritto di a mezzi più persuasivi, cioè più coerenti con la sovranità “pre-costituzionale” dei veneti, che a questo punto sono anch’io pronto ad accogliere e difendere.

Il modello che immagino

Nel nuovo “modello” io ho immaginato un Nord strutturato con Liguria, Piemonte, Lombardia a formare il Nord-Ovest, capoluogo Torino; un Nord-Est, il Veneto, capoluogo Venezia o Verona, e un Sud, l′ Emilia-Romagna, capoluogo Bologna, che costituiscono un complesso. Questa Comunità Regionale avrà come capitale logica Milano, però condizionata dalle capiluoghi delle strutture competenti. Questo è già un miglioramento del mio modello precedente, e vengo incontro alla preoccupazione dei Veneti.

Soprattutto una cosa chiediamo ai nostri colleghi catalani oggi qui presenti: di illustrare i diritti internazionali delle comunità che vivono in Spagna; perché ho visto che nella Vostra Costituzione è sancito questo diritto. E’ sancito anche il principio che le risorse finanziarie vanno ripartite (come lo sono nella Confederazione Elvetica) un terzo ai Comuni, un terzo ai cantoni, un terzo alle autorità federali. Voi lo vedrete che una “cinghia tirata” al potere centrale (federale) si può applicare, una volta che si scarichi il potere effettivi, di tutti i poteri effettivi sulle regioni e sulle comunità regionali.

Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico. Vi ho detto non sono ottimista, ma non sono nemmeno pessimista, perché credo che quando lo Stato italiano lo avremo ricondotto alla sua origine storica molto modesta, cominceremo anche, magari a volergli bene. Per adesso non possiamo fare altro che aspettare di metterlo sotto terra, e i veneti hanno la possibilità di guidare questa operazione.

Il Sud dimenticato

Andate d’accordo, cercate di fare violenza alla nostra natura, alla tentazione di immaginare una costituzione federale che garantisca tutto e il contrario di tutto. Saranno poi gli organi del Consiglio Regionale a provvedere a questo. Prima una costituzione da cui scavare l’avvenire di noi Veneti, scusate se io ragiono da lombardo-veneto, e anche il resto dell’Italia.

Nel libro ho anche elogiato un capitolo della storia del Sud che viene generalmente sempre dimenticato, (ne so qualche cosa perché mio nonno ha fatto tre anni di guerra contro il brigantaggio): io ho difeso, nel mio libro, la guerra civile nazionale dei meridionali che hanno preso le armi per difendere il loro Stato. Non penso dunque soltanto all’indipendenza del Nord ma anche a quella del Sud; poi se lo facciano come vogliono il loro sistema politico, non spetta a noi dettare regole anche per il Centro e per il Sud, tanto so benissimo che hanno una vocazione da legulei e da costituzionalisti molto più forte della nostra, dei lombardi e dei veneti, che sono buoni soltanto a fare soldi, ma a non creare le istituzioni giuridiche.

E’ l’augurio con cui termino questo mio intervento; un augurio ai veneti perché abbiano il coraggio di rimboccarsi le maniche e di creare subito la famosa Commissione, mettendola al lavoro. E’ l’augurio ai veneti ma anche agli italiani.

Fonte: srs di Giangranco Miglio e Ettore Beggiato, da  L’indipendenza del  6 novembre 2018 


martedì 6 novembre 2018

MARCO ACCETTI: «IO, RAPITORE DELLA ORLANDI»





MARZO 2013, LE RIVELAZIONI ALLA PROCURA DI ROMA


Marco Accetti, nato a Tripoli nel 1955, figlio di un costruttore edile trasferitosi a Roma con la famiglia negli anni Sessanta, in tempi recenti è entrato in scena come supertestimone e reo confesso del caso Orlandi. Il 27 marzo 2013 il fotografo dai burrascosi trascorsi (in anni giovanili militò in formazioni estremiste e fu più volte denunciato o arrestato) si presentò in Procura per riferire di aver partecipato al sequestro della figlia del messo pontificio, per conto di un gruppo di laici ed ecclesiastici interessati a contrastare la politica fermamente anticomunista di papa Wojtyla. 


Procuratore Giancarlo Capaldo



A raccogliere le rivelazioni fu l’allora procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare assieme al pm Simona Maisto dell’inchiesta sulla «ragazza con la fascetta» riaperta nel 2008. 

Poche settimane dopo (a fine aprile 2013) Accetti fu indagato per duplice sequestro di persona aggravato dalla morte degli ostaggi, con riferimento anche alla seconda vittima, Mirella Gregori, sparita 46 giorni prima di Emanuela Orlandi.

Nel marzo 2013 Accetti, oltre a consegnare in Procura un flautoche la famiglia a caldo riconobbe come quello di Emanuela, si è autoaccusato di aver contattato la ragazza per indurla ad allontanarsi da casa e di aver operato come telefonista per conto dei rapitori. 

I riscontri effettuati dalla Procura di Roma, nella persona dell’aggiunto Giancarlo Capaldo, hanno consentito di verificare che l’allora giovanissimo fotografo dallo spirito anticlericale ebbe un ruolo, seppure marginale, nella scomparsa della ragazzina quindicenne: le indicazioni sui luoghi da cui partirono le chiamate in Vaticano sono risultate esatte e la voce delle telefonate registrate all’epoca corrisponde.


IL FLAUTO RICONOSCIUTO DAI FAMILIARI




Il flauto fatto ritrovare da Marco Accetti era custodito in un astuccio di pelle nera, l’interno foderato in rosso, avvolto dalla prima pagina del “Messaggero” del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi. Si trovava in un anfratto, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis, nell’ex stabilimento cinematografico De Laurentis, sulla via Pontina. 

Pietro e sua sorella Natalina, appena se le trovarono tra le mani, dichiararono che si trattava di quello un tempo posseduto dalla sorella, come facevano pensare anche i segni di usura agli spigoli e la foderatura dello stesso punto di rosso.





Parlando del flauto traverso, Accetti spiegò in questi termini la decisione di consegnarlo agli inquirenti: «Ho avuto disponibilità del flauto di Emanuela Orlandi nei primi tempi, dopo la scomparsa della ragazza nell’estate 1983, in quanto partecipai all’azione, e in un periodo successivo, dal 1987. Lo avevamo nascosto in una nicchia sotterranea della basilica di Santa Francesca Romana, dove mandai una giovane tedesca a recuperarlo. L’ho conservato per il valore artistico e utilizzato in un allestimento fotografico. Adesso, attirando l’attenzione attorno all’evento-flauto, contavo di sfruttare i media per dare massimo risalto al mio appello, rivolto ai pochi ecclesiastici ancora vivi, perché rendano anche loro testimonianza».


IL FOTOGRAFO INVESTÌ E UCCISE IL PICCOLO JOSÈ GARRAMON




 Maria Laura Garramon ,  Marco Accetti


Sempre nel 1983, Marco Accetti fu coinvolto in un caso ancora per molti versi oscuro: il fotografo era al volante del furgone che il 20 dicembre nella pineta di Castel Porziano travolse e uccise Josè Garramon, un ragazzino uruguayano di 12 anni, figlio di un funzionario di un’organizzazione internazionale. Al termine del processo, Accetti fu condannato a due anni e 4 mesi di carcere per omicidio colposo e omissione di soccorso. Le circostanze che portarono il ragazzino a una ventina di chilometri da casa (la famiglia viveva all’Eur), in piena notte, nella strada buia in cui transitava il Ford Transit di Accetti, non sono però mai state chiarite. Maria Laura Garramon  (nella foto a sinistra) ha più volte incontrato papa Francesco e annunciato di voler portare il suo caso davanti alla Corte europea per conoscere finalmente la verità sui retroscena legati alla morte di suo figlio.  


ALLE MANIFESTAZIONI VESTITO DA SACERDOTE



Marco Accetti in uno dei suoi travestimenti da sacerdote, durante una manifestazione anti-militarista alla fine degli anni Settanta.

  

I RAPPORTI DI ACCETTI CON AMBIENTI ECCLESIALI

  

 Cortile interno del collegio San Giuseppe de Merode


Marco Accetti entrò in contatto con ambienti religiosi fin da ragazzo, negli anni delle scuole medie, frequentate nel rinomato collegio San Giuseppe de Merode, in piazza di Spagna.  All’epoca direttore dell’istituto era monsignor Pierluigi Celata, collaboratore del Segretario di Stato cardinale Agostino Casaroli, ispiratore del dialogo con il mondo dell’Est (la cosiddetta ostpolitik), in contrasto con le posizioni più intransigenti di papa Giovanni Paolo II. 

Lo stesso Accetti, nell’accusarsi di aver preso parte al sequestro Orlandi, dichiarò di aver agito per conto della fazione di tonache dissidenti rispetto all’anticomunismo del pontefice polacco. La ragazza, in base a questo scenario, sarebbe stata sequestrata per compiere una serie di ricatti tesi a vanificare le accuse di Alì Agca al mondo dell’Est, in quanto mandante dell’attentato del 1981. Sei giorni dopo la scomparsa della quindicenne, il turco ritrattò le accuse ai bulgari.



IL RACCONTO DEL FOTOGRAFO SU MIRELLA GREGORI



 Mirella Gregori


«Entrai in contatto non solo con Emanuela Orlandi, ma anche con Mirella Gregori. Anche lei fu fatta allontanare da casa nell’ambito di un piano di ricatti tra gruppi opposti in Vaticano». 

Marco Accetti, nel suo memoriale e nelle dichiarazioni rese davanti al procuratore aggiunto Capaldo, si è autoaccusato pure del sequestro Gregori. A suo dire la ragazza, figlia di un barista in zona Termini, nelle settimane successive alla scomparsa (7 maggio 1983) visse nei pressi di corso d’Italia con un ragazzo svizzero di cui si era innamorata, conosciuto l’estate precedente in vacanza.


IL PROCURATORE PIGNATONE OTTIENE L’ARCHIVIAZIONE



Procuratore capo Giuseppe Pignatone



Nel 2015 alla vicenda giudiziaria viene impressa un’accelerazione: il procuratore capo Giuseppe Pignatone, dopo aver avocato a sé il caso, deposita la richiesta di archiviazione del giallo Orlandi-Gregori. Inchiesta chiusa, dopo otto anni di indagini guidate dall’aggiunto Giancarlo Capaldo, che si dichiara in dissenso e non firma l’atto. 

Dopo alcuni mesi il gip accoglie l’istanza di Pignatone e i sei indagati per duplice sequestro di persona aggravato dalla morte degli ostaggi (Marco Accetti, ma anche don Pietro VergariSabrina Minardie tre esponenti minori della vecchia banda della Magliana) vengono prosciolti.



I RIFERIMENTI AL CASO ORLANDI NELLE FOTO-CHOC


 In questa immagine trova accoglienza l’omicidio



Il sito di Marco Accetti, sezione “Opere di arte fotografica - Istituzioni”, contiene numerose immagini che fanno riferimento al mistero della scomparsa di Emanuela e Mirella. 

Il furgone in cima alla collinetta somiglia a quello sequestrato dopo l’incidente del 20 dicembre 1983 nella pineta di Castel Porziano, che costò la vita a Josè Garramon. La scena è ambientata sulla via Salaria, all’altezza di Monterotondo, dove il supertestimone finse di abbandonare una grande scatola con il corpo di Mirella Gregori, quando in realtà si sarebbe trattato di un manichino. L’uomo che sale a piedi sul crinale è una sua controfigura.

La lettura artistica fatta dall’autore esula da riferimenti concreti: 
“In questa immagine trova accoglienza l’omicidio, ormai reso istituzione da secoli di mal vivere. Ma ottimisticamente si coglie nella posizione delle figure la ‘rinascita’ dell’uomo. Da un cadavere andando verso un ‘alto’. Rinascita interiore e civile”.


LA COLLINA DELLA FALSA SEPOLTURA DI MIRELLA GREGORI






Foto della sezione “Istituzioni”, richiamata negli atti istruttori, in quanto su questa collina, chiamata “Empireo”, sulla via Salaria, sarebbe avvenuta la falsa sepoltura di Mirella Gregori di cui Accetti ha parlato negli interrogatori e nel suo memoriale. L’immagine è stata ideata per richiamare tutt’altro: “La guerra è atto innaturale, per cui nella mia opera il ‘soldatino’ va all’assalto della naturale bellezza di una collina. La natura umana che risolve è quella intellettuale”.


SUOR DOLORES, STESSO NOME DELLA DIRETTRICE DI S. APOLLINARE





Foto della sezione “Istituzioni” dal titolo “Ritratto di madre Dolores (uso di sagoma sì come le figure di un presepe eterno)”. Il nome della religiosa, suor Dolores, coincide con quello della direttrice della scuola di musica di Sant’Apollinare, frequentata da Emanuela Orlandi. Anche in questo caso, ogni riferimento secondo l’autore è casuale: 
Nelle varie interpretazioni di quest’opera prediligo quella della Madre che assiste allo scorrere dei tanti e bei sembianti adolescenziali. Senza espressione – giudizio”.


LA MODELLA MENTRE SUONA UN FLAUTO SOSPETTO




Foto della sezione “Collegio” dal titolo “Frère pensa d’essere scultore nel passato con modella”, dalla forte valenza indiziaria per la presenza di un oggetto-chiave e di un possibile testimone. Marco Fassoni Accetti ha rivelato che il flauto suonato dalla ragazza sullo sfondo è quello appartenuto a Emanuela Orlandi, di cui lui entrò in possesso nel 1987, quando gli fu consegnato da una giovane fiancheggiatrice della Stasi, di nazionalità tedesca, che l’aveva recuperato, su sua indicazione, nella chiesa di Santa Francesca Romana. Lo strumento, conservato per il suo valore artistico e per essere utilizzato in allestimenti scenografici, fu poi nascosto dal supertestimone in un anfratto degli ex stabilimenti cinematografici De Laurentis, sulla via Pontina, dove è stato recuperato nel marzo 2013, come elemento di prova della sua partecipazione al sequestro Orlandi-Gregori.

Nella foto, in primo piano (non ripreso con questo taglio), appare un uomo di spalle che potrebbe essere Ronald James Gillespie, chimico canadese, padre di Caterina, la ragazza che Marco Accetti ha dichiarato di aver tentato di coinvolgere a fine 1983 in false accuse contro monsignor Marcinkus. Il supertestimone non ha voluto svelare l’identità della giovane modella che suona.


L’AUTO ABBANDONATA IN GARAGE COME LA FAMOSA BMW





La foto di Accetti intitolata “Macchina grande nei sotterranei” rimanda alla Bmw fatta trovare nel 2008 nel parcheggio di Villa Borghese. Primo proprietario dell’auto, che in realtà non era quella utilizzata per il sequestro Orlandi, era stato il faccendiere Flavio Carboni

Marco Accetti: “Sopra, in superficie, il collegio presunto umile. Sotto, nelle reali viscere, la potenza inutile e vacua di un macchinone americano, giustamente in rovina, in ogni rovina”.

   
Fonte: srs di Fabrizio Peronaci, da Corriere della Sera del  4 novembre 2017  

  
  
CASO ORLANDI, IL TESTE SI NASCONDE SOTTO IL PIANOFORTE: ARRESTATO




L’autoaccusa: «Così Emanuela sparì»

 Marco Accetti bloccato nel suo locale, in via Tripoli: era evaso dai domiciliari dove si trovava per un residuo di pena. Il suo ruolo nel caso della «ragazza con la fascetta»
diRinaldo Frignani e Fabrizio Peronaci


Caso Orlandi il teste si nasconde sotto il pianoforte: arrestato 

Marco Accetti  bloccato nel suo locale in via tripoli: era evaso dai domiciliari dove si trovava per un Rinaldo Frignani e Fabrizio Peronaci 


Per sfuggire all’arresto si era nascosto in un luogo che riteneva sicuro: sotto un pianoforte. Ma lo stratagemma non gli è bastato: nuovo guaio giudiziario per Marco Accetti, il fotografo romano salito alla ribalta delle cronache nel 2013, per essersi autoaccusato del sequestro di Emanuela Orlandi, dopo aver fatto ritrovare un flauto a suo dire appartenuto alla “ragazza con la fascetta” scomparsa nel lontano 1983. Il supertestimone e reo confesso è stato arrestato dagli agenti del commissariato Vescovio nel suo locale di via Tripoli, al Nomentano, per evasione: pur trovandosi ai domiciliari, a causa di un residuo di pena ancora da scontare, si era allontanato dalla sua abitazione, che si trova nello stesso palazzo.

Inutile il tentativo di sfuggire alla cattura: è stato qualche scricchiolio di troppo del palcoscenico adibito a feste private o concerti a tradire Accetti, che è stato notato da un poliziotto accucciato sotto il pianoforte e immediatamente bloccato. La vicenda più importante nella quale il superteste del caso Orlandi (poi prosciolto dall’accusa di sequestro di persona, nel 2015) è stato coinvolto in precedenza riguarda la morte del piccolo Josè Garramon, 12 anni, travolto e ucciso nel dicembre 1983 nella pineta di Castel Porziano dal furgone Ford Transit guidato dallo stesso Accetti. Al termine del processo, l’uomo, oggi 62 enne, fu condannato a 2 anni e 2 mesi di carcere per omicidio colposo e omissione di soccorso. Il residuo ancora da scontare riguarda una lontana vicenda giudiziaria.

   
Fonte: srs di Fabrizio Peronaci, da Corriere della Sera del   14 novembre 2017  

 Fonte: blog di  Marco Accetti 


  

CASO ORLANDI, PARLA MARCO ACCETTI: “FALSO CHE CI FU UNA TELEFONATA LA SERA DEL SEQUESTRO”






Pubblichiamo dal blog di Fabrizio Peronaci, giornalista del “Corriere della Sera” e scrittore, l’ultimo contributo sul caso di Emanuela Orlandi. Oltre a due libri sul giallo della giovane cittadina vaticana, Peronaci ha pubblicato di recente “La Tentazione”, libro-verità su ripetuti scandali sessuali nell’ordine dei carmelitani scalzi.

Il rapitore reo confesso si rivolge alla famiglia: “Su quel nastro la voce era di Emanuela o no? Perché non lo volete dire?”

«È una mega balla, una menzogna totale. Il cosiddetto Amerikano ero io, le telefonate in Vaticano le ho fatte io e quindi lo posso dire con assoluta certezza: la sera della scomparsa della ragazza, quel 22 giugno, non ci fu nessuna telefonata né al centralino né alla sala stampa della Santa Sede. I nostri primi contatti avvennero qualche giorno dopo, il primo con una comunicazione brevissima alla sala stampa».

Marco Accetti, l’uomo indagato dalla Procura nel 2013 per il caso Orlandi-Gregori e poi prosciolto, in relazione alla presunta rivendicazione del sequestro nello stesso giorno della scomparsa (ipotesi circolata in queste ore, seppure senza riscontri) è categorico.
«Non è vero, quella telefonata non esiste, è una falsità. Assurdo pensare che un’ora dopo l’azione noi ci mettessimo a telefonare. La verità è che accusare Il Vaticano fa notizia, porta soldi, garantisce audience in televisione. Anche se non è vero».

Lo stesso Accetti, in relazione alle registrazioni audio finite agli atti dell’inchiesta, aggiunge: «Posso rivolgere una domanda a tutta la famiglia Orlandi? La domanda è questa: nell’83 cosa diceste tra voi, come reagiste, quando uscì il primo nastro, quello in cui la ragazza ripete più volte quale classe frequenta? Pensaste che era Emanuela, giusto?».

Pausa. «Bene. Poi, dopo aver ascoltato il nastro successivo con la voce della ragazza che dice di essere stanca e altri frasi, cosa pensaste?».

Marco Accetti ora alza la voce, si altera. «Posso conoscere il vostro parere, cortesemente? In questo secondo nastro la voce era di Emanuela o no? Di recente l’avete ascoltata di nuovo. Non la trovate identica alla voce del primo nastro?».

La conclusione è una domanda retorica. «Ottimo, ora è tutto chiaro. Come voi sapete, sul retro di questo secondo nastro c’è la mia voce, mentre leggo un comunicato. Davanti a questa evidenza cosa dite? Sostenete ancora che io non ho avuto un ruolo nel sequestro della vostra congiunta? E perché lo fate? Perché non vi indigna che uno dei responsabili, io, non abbia fatto neanche un giorno di galera? Pensavo a questo, stasera, nel giorno dei 35 anni da quel 22 giugno, mentre guardavo il cielo solcato da bellissimi disegni di nuvole. Perché voi Orlandi fate di tutto per farmi passare per mitomane? C’è qualcosa che non vi piace che io possa dire?» Sfogo concluso. La telefonata con Marco Accetti si conclude.

Questo gruppo di Giornalismo Investigativo, naturalmente, è a disposizione per qualsiasi replica, nell’ambito di un civile confronto che possa contribuire all’accertamento della verità.

Dalla pagina del gruppo Facebook  “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci”


Fonte: da NUOVA SOCIETA’ del  23 giugno 2018  





lunedì 5 novembre 2018

VERONA - DOGANA DI SAN FERMO. FATTA QUASI A DISPETTO DI VENEZIA

Via Dogana - 37121 - Verona, Veneto 


Scipione Maffei, esponente tra i più prestigiosi dell'aristocrazia veronese, nella prima metà del Settecento, propose al vecchio governo della Serenissima un Consiglio politico in cui prospettava un regime parlamentare rappresentativo dei cittadini su modello di quello inglese. E quello, aveva ragione l'aristocratico preveggente, era lo sbocco inevitabile, se Napoleone non avesse distrutto Venezia e venduto la libertà dei Veneti all'Austria. 
C'era quindi tra l'élite di Verona e della Terraferma un'aria di fronda specie verso la  metà de Settecento, in cui si inquadra la costruzione e il conseguente conflitto, tra il governo centrale e il governo locale, che qui riportiamo. E che costò all'erario veneto ben 36mila ducati al posto dei 12mila previsti.
Ringrazio il veronese Lorenzo Magnabosco per la segnalazione. 


Nell'anno 1746 si avvia al termine a Verona, alle spalle della Basilica di San Fermo, la costruzione ella nuova dogana di terra. Iniziata appena l'anno precedente, è stata costruita a tempo di record. 

Ma il suo completamento, lungi dal rappresentare un momento di festa, segna l'esplodere di una polemica che vede contrapposte la suddetta Verona e la Repubblica di Venezia. Motivo del contendere, lo spirito secondo il quale Verona ha progettato e costruito l'edificio pubblico: una mai troppo celata insofferenza alla dominazione veneziana, stavolta uscita decisamente allo scoperto. Un atteggiamento che, ovviamente, la Dominante non poteva accettare passivamente: di qui un'aspra contesa che, per la Serenissima, si sarebbe conclusa con una vittoria dal sapore amaro. 

Ma andiamo con ordine, ricostruendo innanzi tutto le vicende che portarono alla necessità oggettiva, per Verona e per la Repubblica del Leone, di disporre di un nuovo punto di sdoganamento e di controllo sanitario delle merci che viaggiavano via Adige. 
La città scaligera, da secoli nodo di vitale importanza per il commercio, aveva conservato tale ruolo primario anche in età veneziana. 
Eccezionale era l’importanza della via fluviale dell'Adige, corso d'acqua navigabile quasi per intero: per la sua posizione privilegiata sulle rive di questo fiume, Verona era diventata un punto d'accesso di fondamentale importanza per le merci che entravano nel territorio della Serenissima. E il suo ruolo divenne ancor più determinante dopo che, in seguito alla scoperta dell'America, i grandi traffici marittimi si andarono via via spostando verso le acque dell'Atlantico, portando ad una consistente riduzione dell'importanza di Venezia. Proprio l'Adige, infatti, divenne una via di comunicazione privilegiata nei traffici fra l'area mediterranea e il nord delle nascenti potenze commerciali, Inghilterra ed Olanda. 

Tutto questo aveva progressivamente portato Verona a divenire il porto più importante (dopo Venezia) della Serenissima. 
"II dazio di entrata, di uscita e di transito di Verona - ha scritto a questo proposito Arturo Sandrini - fruttava alla Repubblica ingenti somme dl denaro, ed era, in assoluto, il più importante di tutti i dazi riscossi sulla Terraferma". 

Non stupisce perciò il fatto che, già nel Quattrocento, la città ospitasse ben cinque dogane: quelle fluviali dell'Isolo(deputata allo smistamento del traffico "discendente", ovvero in arrivo dalle regioni del Nord), del Ponte Navi(per il traffico "ascendente", cioè in partenza dal territorio veneziano) e di Badia, nella bassa veronese (per il traffico "trasversale", ossia di collegamento tra l’Adriatico e la Lombardia); quelle terrestri di Piazza Erbe("Dogana centrale", per tutte le merci in transito via terra) e del Mercato Vecchio (riservata al commercio della seta). 

Né era sufficiente smistare e tassare le merci in transito: importanza primaria, visto il perenne incombere del pericolo della peste (che si annidava, letteralmente, soprattutto tra le merci provenienti dal Nord Europa), aveva il loro controllo sanitario, e la loro disinfezione. 
A tale scopo esisteva una struttura specifica, denominata "Sborro", che sorgeva allora sulla riva destra dell’Adige, in corrispondenza dell'odierno ex-macello. Qui le merci erano esaminate, disinfestate e, in caso di grave sospetto di contagiosità, tenute in quarantena. Nel Seicento, in seguito all'aumentata importanza di Verona come porto commerciale, il primitivo edificio si rivelò insufficiente alla bisogna. Fu così progettato e costruito - a fianco del precedente - lo "Sborro nuovo" (1681). Così lo descrive una relazione all'Ufficio della sanità, riportata in uno studio di Arturo Sandrini: "E' una fabbrica di grande estensione, in cui sono moltissime e grandi stanze, di cadauna delle quali sono piantati all'ingresso due rastelli di ferro in congrua distanza l'uno dall'altro, acciocché nel caso di contumacia resti fra l'una e l'altra stanza impedita ogni comunicazione". 

Con la costruzione del nuovo edificio, restavano inutilizzati i locali dello "Sborro vecchio". Le autorità ne concessero l'uso, sia pure (almeno in teoria) in via temporanea, ai mercanti, che vi installarono un punto di deposito e "spezzatura" dei carichi. Da qui ad intraprendere abusivi commerci al minuto il passo fu breve, e si arrivò al punto che anche parte dello "Sborro" nuovo fu adibito allo stesso utilizzo, costringendo infine le autorità, al termine di un pluriennale tiramolla, a intervenire per sgomberarlo e riadibirlo alle funzioni che lo avevano visto sorgere. 

E' in tale contesto che si colloca l'edificazione della Dogana di San Fermo. Dopo questi ultimi avvenimenti, infatti, i mercanti continuarono a premere presso il Consiglio Cittadino perché fosse loro concesso un nuovo ambito dove svolgere le proprie attività. Si decise allora di provvedere alla costruzione di un nuovo edificio, dove la Serenissima contava di concentrare il controllo di tutte le merci in transito. Alla sua realizzazione fu destinato un terreno nei pressi della basilica di San Fermo, acquistato dai padri dell'omonimo convento. Ma in brevissimo tempo, il Consiglio della città di Verona trasformò quella che doveva essere un'iniziativa di carattere puramente funzionale in un'operazione dal chiaro significato politico. 

Per gli edifici di carattere pubblico, Venezia aveva stabilito che fossero seguiti criteri di semplicità e praticità, escludendo «pompa e magnificenza». Una direttiva da seguire soprattutto nell'edificare una dogana, «per eccellenza - scrive ancora Arturo Sandrini - luogo del potere istituzionale veneziano, dispositivo di controllo gelosamente custodito, ingranaggio di una macchina fiscale caratterizzata da un rigore quasi persecutorio nel reperimento delle entrate». 



Dogana vecchia  cortile interno 


Ma il Consiglio Cittadino di Verona ignorò del tutto queste disposizioni. Tra i progetti presentati, infatti, fu scelto quello del conte Alessandro Pompei, che aveva proposto un edificio grandioso, nelle forme e anche nei costi: la nuova dogana si sarebbe sviluppata attorno ad un cortile rettangolare, con un peristilio con porticato a due piani sui lati minori e ad uno solo, dalle colonne altissime, sul lato prospiciente all'ingresso. 
Iniziata all'insaputa di Venezia, la costruzione fu condotta a tempo di record, tra il 1745 e il 1746: e subito dopo la sua conclusione, divamparono le polemiche. La ferocissima critica delle autorità veneziane arrivò puntuale. 
In primo luogo, fu ritenuta inopportuna la strutturazione dell'edificio: assurda la disposizione su due piani, che rendeva molto difficoltoso lo stivaggio delle merci; troppi piccoli ambienti, e nessun grande magazzino, a significare praticamente una "presa di possesso" da parte dei privati di un edificio che nasceva come struttura pubblica. 
Letteralmente stroncato il porticato aperto, inadatto alla conservazione delle merci, che rimanevano esposte alle intemperie. 
Inaccettabile l'esistenza di una Cappella: inutile e inopportuna, inserita nel progetto, a detta dei veneziani, solo per permettere l'apertura domenicale della Dogana, e dare quindi vita a commerci illegali. 

Ma forse quello che più urtò fu la "superbia" della città di Verona, espressa in un'iscrizione subito censurata dalle autorità veneziane. Sulla fronte del grande portico campeggiavano, infatti, le insegne della città, e la scritta «Extraneis mercibus tutius ac commodius reponendis distrahendisque civitas veronensis a solo fecit»: si rivendicavano in questo modo la proprietà ed il merito dell'edificazione, senza neppure accennare alla Serenissima o al fatto che la fabbrica fosse pagata con denaro pubblico. 

Tanto più che Verona non si era limitata a questo: si era anche data un nuovo regolamento daziario che le concedeva (come riporta ancora Arturo Sandrini) «un sommo et intiero esercizio di autorità e di dominio per gravissime ragioni incompetente, inusitato e pericoloso, con grave pregiudizio dell'universale giurisdizione, indipendenza e autorità della Repubblica». Altre dogane avrebbero potuto pretendere la stessa autonomia: e per la Repubblica del Leone sarebbero stati guai. 

Per i Veneziani, al danno seguì la beffa: perché l'unico modo per riprendere in mano le redini della situazione fu di farsi carico delle spese sostenute da Verona (ben 36.000 ducati contro i 12.000 preventivati), riappropriandosi così indiscutibilmente della nuova Dogana. 


Dogana d'acqua



Al completamento dell'opera mancava ancora, nonostante fosse stata prevista fin dall'inizio, la costruzione di un approdo sul fiume, che rendesse autonomo il nuovo complesso doganale, La nuova "Dogana d'acqua" fu eretta quasi cinquant'anni dopo, nel 1792: paradossalmente, quando era ormai troppo tardi. Il commercio fluviale atesino, già in difficoltà da qualche tempo, era entrato in una crisi inarrestabile: e la Repubblica di Venezia stava per scomparire dalla scena della storia. 

Dal racconto di questi avvenimenti, sono trascorsi ormai più di due secoli. Le Dogane di terra e d'acqua, tuttavia, sono ancora in piedi, anche se al giorno d'oggi accolgono attività ben diverse da quelle che le hanno viste nascere. La Dogana di fiume, scomparso ormai ogni tipo di traffico commerciale, è ora l'approdo dei colorati canoisti che saettano tra le onde dell'Adige. 
La Dogana di terra, che tanto irritò Venezia, è oggi per tutto il Veneto un motivo d'orgoglio: dopo un lungo restauro, ospita, infatti, la sezione veronese della Soprintendenza ai beni artistici e storici, e soprattutto il Laboratorio regionale di restauro ad essa collegato, Un centro prestigioso, nel quale possono trovare asilo le opere d'arte venete bisognose di cure e di attenzioni. 

Notiziario BPV numero 3 anno 1994