lunedì 4 gennaio 2016

STORIA VENETA – 142: 1797 - DOPO MILLE ANNI LA FINE. GLI ULTIMI ISTANTI DELLA REPUBBLICA



Dal testo di Francesco Zanotto


"Senonchè il furor popolare essendo un mar in burrasca senza freno, tale tumulto era per minacciare la intera città, e involger nella mina e nel lutto gl'innocenti cittadini. La patria era caduta, nè rimaneva altro che salvarla da quegli orrori minacciati da una plebe irata e senza legge. A ciò accorse la carità di un suo cittadino, il nobile  Bernardino Renier, il quale, investito subitamente del potere di domare il tumulto, coll'indomito suo coraggio e accutezza di mente, raunati quanti più potè ufficiali e soldati, scorse le vie della Merceria, ed avviatosi al ponte di Rialto, pensò d'impedire il transito per quello a' tumultuanti ... "


ANNO 1787 


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Indebolita ed impoverita politicamente, incapace di un reale e profondo rinnovamento sociale ed infine vittima della sua stessa scelta "neutralista", la repubblica di Venezia alla fine del Settecento cede il passo all'incalzare della storia che porta il nome  ed il volto di Napoleone Bonaparte.


LA SCHEDA STORICA  - 142


Un clima immobile ma foriero di sventura aleggiava sulla repubblica ...


 Ma qual era il clima, quale l'atmosfera che si poteva respirare a Venezia in quegli stessi anni che videro il trionfo della rivoluzione in Francia ed il crollo di una delle più antiche  monarchie d'Europa?
Ci furono dei presagi che potevano lasciare intuire l'imminente fine, o tutto procedeva come sempre?
Venezia aveva assistito al suo lento, ma progressivo declino di potenza europea e marittima. La repubblica da almeno tre secoli aveva perso prestigio e possedimenti nel Levante, un processo inarrestabile e progressivo che le strappò alla fine il monopolio dei traffici in Oriente impegnandola invece in ricorrenti sforzi militari - e di conseguenza finanziari - sempre più pesanti.
Dalla scoperta dell'America, poi, l'asse dei commerci si era andato via via spostando verso l'Atlantico determinando l'affermazione di nuove potenze marittime come  l'Inghilterra, l'Olanda e per un certo periodo la Spagna ed il Portogallo.
Lo stesso Adriatico poi, almeno dal Seicento, non era più monopolio della repubblica.
Vi entravano e vi uscivano quando e come volevano le navi di qualunque potenza europea nella più totale ignoranza delle lamentele, sempre più deboli ed inconsistenti, dei governi ducali.
Venezia per secoli aveva giocato un ruolo importante quale baluardo di difesa contro l'espansione turca. Alle sue navi, ai suoi uomini, ai suoi comandanti molte, molte volte l'Europa aveva affidato le sue speranze e le sue certezze di salvezza e raramente Venezia aveva mancato all'impegno.

Una scommessa riuscita ma il tempo cambia ...

Sulla sua forza marittima, sull'abilità e l'astuzia dei suoi mercanti, la Serenissima era riuscita nei secoli a  costruirsi e a consolidarsi quale nazione venendo solo sfiorata da avvenimenti che invece travolgevano o modificavano altre realtà storiche.
Venezia alla fine del Settecento poteva ritenersi il più antico stato italiano.
Dieci secoli  erano infatti trascorsi dall'elezione del suo primo doge nell'ormai lontanissimo settimo secolo e Venezia c'era ancora.
Aveva attraversato guerre di ogni genere, combattendo fin dal suo sorgere contro Longobardi ed Arabi, Franchi ed Ungari per poi affrontare, una volta affermatasi quale realtà storica, i nemici più insidiosi.
Dai turbolenti vicini di casa - padovani o veronesi -, alla rivale repubblica di Genova fino a doversi scontrare con i più potenti stati europei, Francia e Spagna, Papato e Impero.
Sullo sfondo, ma sempre presente almeno dal Quattrocento, restava poi lo scontro con i turchi.
Eppure Venezia era lì, aveva attraversato tutto questo non solo uscendone incolume, ma anzi costruendo la sua grandezza e la sua fortuna.
Arrivò così l'espansione sulla terraferma fino in territorio lombardo - Brescia e Bergamo - e a sud con Rovigo e parte del Polesine.
A est era riuscita a portare i suoi confini dal Friuli all'Istria via via fino alla Dalmazia e all'Albania giù, lungo la costa e le sue isole.
Aveva dato un re ed una regina all'Ungheria e aveva portato il suo stendardo a sventolare sulle più importanti isole del Mediterraneo orientale, da Candia (Creta) a Corfù fino all'isola di Cipro e ancora non bastava.
Venezia era riuscita infatti e prima dei turchi, a mettere in ginocchio l'ultima eredità dell'impero romano, Costantinopoli, conquistandola e saccheggiandone le favolose ricchezze (1204).
Dopo Costantinopoli fu la volta anche dell'altra grande città-simbolo, culla della stessa civiltà e cultura europee, Atene.


Una grande eredità politica e culturale conquistata a fatica in secoli di lotte cruente ... alla mercè dei giochi europei ...


Venezia era riuscita a conquistare tutto quello che poteva conquistare una nazione con le sue forze e le sue risorse, umane e materiali superando ogni sorta di insidie, interne o esterne che fossero.
 Eppure alla fine qualcosa sembrò non tornare e Venezia si preparava a pagare alla storia il suo massimo ed estremo tributo. Una storia dalla quale, almeno nel suo ultimo secolo di vita, la repubblica cercò fino all'ultimo di chiamarsi fuori, chiudendosi in una pericolosa quanto ambigua neutralità.
E così mentre l'Europa tornava ad infiammarsi poco prima della metà del secolo per le solite questioni dinastiche (questa volta era il trono di Polonia a riportare sul piede di guerra la Francia e l'Austria), Venezia faceva sapere a gran voce alle corti europee che mai il governo ducale avrebbe trascinato in una nuova guerra la propria nazione.
Venezia si dichiarava neutrale, una neutralità che sarebbe diventata anche la sua tomba.
Assente sui campi di battaglia, la Serenissima veniva di conseguenza esclusa infatti anche dai tavoli delle grandi trattative dove venivano di volta in volta tracciate, modificate ed indirizzate le linee della storia europea.
Venezia era lì, certamente magnifica come sempre, ma oramai immobile ed imbalsamata, ovvero nella condizione peggiore per venir trascinata via dall'impeto degli eventi.
Eventi che presero ad evolversi con straordinaria rapidità verso la fine del secolo quando la Francia rivoluzionaria e giacobina porterà al patibolo il re Luigi XVI e la sua consorte la regina Antonietta quale ultimo, violento epigono della Rivoluzione che con i suoi ideali di libertà, fratellanza ed uguaglianza stava ancora infervorando gli animi dei giovani europei.


L'occhio attento dello stato oligarchico  e aristocratico veneto segue le vicende europee ...


Anche rispetto a questa ondata la Serenissima si dimostrerà campione di strategia. Rafforzati i controlli, la censura e abolita la libertà di riunione politica, Venezia rispondeva così al suo interno alle prime infiltrazioni libertarie provenienti dalla Francia rispetto alle quali aveva tanto da temere quanto una qualunque vecchia monarchia europea.
Se Venezia infatti, a differenza di queste ultime era una repubblica è anche vero che il suo sistema istituzionale era tra i più rigidi e i più chiusi che esistessero e di carattere prettamente aristocratico elitario.
Lo stato di polizia poi che contraddistinse molti periodi della storia veneziana con denunce, spionaggi, controlli e punizioni sotto l'egida del terribile Consiglio dei Dieci, completava il quadro di uno stato che di democratico aveva veramente ben poco.
Venezia per dieci secoli non aveva mai sostanzialmente mutato la forma del suo governo, reprimendo anzi ogni tentativo di possibile modifica, orientandosi sempre più verso una forma di governo prettamente oligarchico.
Questa sua eccezionale solidità istituzionale la preservò certamente da sconvolgenti e radicali turbamenti nel corso della sua lunga storia, diventando però alla fine una delle cause della sua stessa sconfitta .
Incapace di rinnovarsi e di esprimere qualcosa di nuovo e di diverso, la classe politica veneziana di fine secolo aveva ormai ben poco da esprimere e da rappresentare se non sè stessa. Fu anche questa incapacità a relegare ai margini della storia la repubblica veneta fino alla sua scomparsa.
Ed espressione di questa sostanziale incapacità fu anche l'ultimo doge eletto dal Senato veneziano nel 1789 quando ormai tutto aveva preso ad evolversi rapidamente.
lI suo nome era Lodovico Manin.
Non era un veneziano, o meglio non faceva parte della più antica aristocrazia lagunare essendo la sua famiglia di origine friulana trapiantatasi a Venezia nel 1297. Qui la famiglia Manin fece la sua fortuna tanto da potersi permettere l'esborso di 100.000 ducati nel 1651 per poter essere iscritta nel Libro d'Oro del patriziato veneziano.
Dunque, agli occhi degli esponenti della più antica aristocrazia veneziana, il Manin doveva sembrare un nobile dell'ultima ora, non certo di sangue comunque, ma per soldi, oltre a non essere di origine propriamente veneziana.
A proposito di origine, uno dei concorrenti nell'elezione ducale, Pietro Gradenigo, una volta eletto il Manin, pare esplodesse in una beffarda quanto premonitrice esclamazione: "Con un doge friulano, la Repubblica è morta!"
Non era andato troppo lontano il Gradenigo, ma la cosa si sarebbe verificata non certo perchè il Manin fosse friulano, quanto per tutta una serie di circostanze storiche rispetto alle quali tuttavia, il doge e il governo veneziani assunsero per la verità un atteggiamento a dir poco discutibile.
Venezia infatti continuava a dichiarare la sua neutralità alle potenze europee che stavano cercando di unirsi in un unico fronte per tentare di arginare il fenomeno rivoluzionario francese.


Una neutralità a qualunque costo la rende inaffidabile a tutti ...


Neutralità a qualunque costo sembrava essere la linea assunta dal doge di fronte ad eventi che forse avrebbero richiesto invece un'alta e ben diversa capacità decisionale. Neutralità che rasentò l'incredibile quando, ghigliottinato il re francese, la Serenissima si guardò bene dal rompere i rapporti diplomatici con il nuovo governo rivoluzionario al punto che al rappresentante francese venne permesso di esporre nel suo palazzo la bandiera repubblicana.
E tutto questo mentre il resto d'Europa scongiurava Venezia di entrare nel fronte antirivoluzionario.
Come se non bastasse il governo ducale espulse dal suo territorio nel 1795 il fratello del re defunto, il conte di Provenza Luigi, che sperava di aver trovato rifugio presso la "neutrale" Venezia.
Ma la neutralità della Serenissima in quegli anni si dimostrò più che altro un fragile tentativo di resistere agli eventi cercando di non pestare i piedi a nessuno nella speranza così di restarne fuori. Non era nuova questa politica per Venezia.
Molte, molte volte la repubblica era riuscita a sopravvivere proprio grazie ad una oculata ed astuta politica diplomatica. Raramente Venezia aveva cercato o provocato la guerra ritrovandosi più spesso invece coinvolta e costretta a difendere la sua stessa sopravvivenza.
 Ma se questa politica aveva permesso alla Serenissima di superare le crisi e spesso di vincere, ora dimostrava tutta la sua sterilità e pericolosità.
La penisola si stava infatti trasformando nuovamente nel campo di battaglia di due super potenze. L'Austria imperiale, infatti, dal 1796 era ufficialmente in guerra con la Francia post-rivoluzionaria le cui truppe erano comandate da un giovane ed irruento comandante corso, Napoleone Bonaparte, che a seguito di una serie impressionante di vittorie riuscì per la metà di maggio a conquistare praticamente tutta la Lombardia entrando a Milano il 15 di quello stesso mese.
Da quel  momento in poi per  Bonaparte si apriva un cammino tutto in discesa. Mantova, Peschiera, e poi Verona vennero successivamente conquistate e con esse Brescia e Bergamo. Napoleone aveva messo piede in territorio veneziano.
E il Senato veneziano cosa faceva nel frattempo?
Venezia si sentiva stringere a poco a poco in una morsa. Da una parte il dilagare inarrestabile di un esercito straniero al quale la Serenissima poteva forse opporre solo 5000 uomini, d'altra parte l'impero austriaco che stava perdendo ugualmente terreno di fronte alle armate francesi e che contava ancora sulla "neutralità" compiacente di Venezia.
Per tutta risposta il Senato elesse un provveditore generale in terraferma con sede a Verona, Nicolò Foscarini, il quale dovette tuttavia ritirarsi quando Bonaparte entrò nella città scaligera.
Per quanto riguardava la flotta non si trovava alcuna valida politica di riarmo.
Il  Senato, paradossalmente, sembrava sabotare ogni iniziativa che avrebbe potuto far guadagnare tempo. Le richieste di ordini e di istruzioni da parte del Foscarini venivano volontariamente glissate mentre per la flotta vennero archiviati i piani di riarmo e revocato l'ordine di richiamo per alcune navi di stanza a Corfù.
E il doge?
Lodovico Manin si dimostrò in quegli estremi momenti in tutta la sua fragilità di uomo e di capo supremo di uno Stato.
Già nel 1796 aveva espresso, pare, la volontà di abbandonare il dogato per ritirarsi in un convento mentre in quelle che sarebbero state le ultime sedute del Consiglio il doge si presentava sempre più smunto in volto e piangente, stando almeno ad alcune testimonianze oculari del tempo.
Se il doge piangeva, Napoleone intanto tesseva la sua tela.
Il Veneto si stava rivelando un campo piuttosto difficile - a Verona e in molti contadi si stavano accendendo moti anti-francesi - cosa che convinse il giovane comandante francese a scendere a patti con gli austriaci ai quali la cessazione delle ostilità non poteva che risultare vantaggiosa.  
A Eckenwald le due parti si incontrarono il 18 aprile del 1797 stabilendo la spartizione dei territori veneziani, in gran parte destinati all'Austria in cambio della rinuncia alla Lombardia e al Belgio.
A Campoformio, sei mesi dopo, il trattato sarebbe stato ratificato. Era la fine della repubblica.
Il  29 di quello stesso mese si riuniva per l'ultima volta il Senato mentre il giorno dopo il doge convocò un'assemblea, del tutto arbitraria e anticostituzionale, composta dai rappresentanti dei massimi organi istituzionali dello stato veneziano.

I 42 membri di questa eccezionale assemblea si presentarono alla prima seduta vestiti completamente di  nero, colore del resto in perfetta sintonia con il clima del momento, assemblea passata alla storia con il nome di Consulta Nera.
Questo fu l'unico organo che da quel momento fino alla fine esercitò a Venezia il potere.
I convenuti, doge compreso, decisero tuttavia di convocare in seduta straordinaria il Maggior Consiglio per il mattino seguente quando il doge avrebbe esposto i punti dell'ultimatum di Napoleone alla città.
Domani, tuttavia era già troppo tardi.
Mentre a Venezia si discuteva e si rimandavano le decisioni, l'esercito francese infatti era avanzato fino alle porte della città stessa con tanto di uomini, cavalli ed artiglieria pesante.
La notizia sconvolse l'Assemblea suscitando le reazioni più disparate, dal panico alle lacrime al desiderio di fuga.
Il doge Manin misurava intanto camminando su e giù la grande sala riuscendo alla fine a dire solamente delle banalissime quanto significative parole: "Questa notte non siamo sicuri nianche nel nostro letto".
E quella dovette essere una lunga, lunghissima notte per il doge Lodovico Manin e per tutti i veneziani.
L'indomani infatti, Napoleone Bonaparte firmava la formale dichiarazione di guerra alla Serenissima.
Tremila soldati francesi sarebbero entrati in città prendendo in consegna l'Arsenale mentre il palazzo Ducale e la Zecca sarebbero stati consegnati ad una Guardia Civica.
Il comando della flotta veneziana veniva assunto dai francesi e dalla municipalità, l'organismo che avrebbe sostituito tutte le vecchie istituzioni della repubblica.
A questo si aggiungeva la proclamazione di un'amnistia generale per tutti i reati politici, l'ispezione da parte di rappresentanti del popolo delle prigioni di stato (Piombi e Pozzi), l'erezione in piazza  di San Marco dell’albero  della libertà, l'elezione da parte del popolo di suoi rappresentanti mentre tutti gli ambasciata veneziani venivano richiamati e sostituiti.
Questo in sostanza la prospettiva che si dischiudeva agli occhi del governo veneziano che convocò per la deliberazione in merito il  Maggior Consiglio per il giorno 12 maggio, un venerdì, l'ultimo venerdì della repubblica veneziana.
In realtà c'era ben poco da discutere. La città non aveva più scampo nè scelta.
A sottolineare l'inutilità della seduta anche il fatto che all'appello mancavano ben 63 senatori non venendo raggiunto quindi il numero legale per le deliberazioni.
Poco male. I giochi in fondo erano già stati fatti.

Il doge Manin aprì comunque la seduta in un clima di silenziosa pesantezza e tensione - tutti sapevano  benissimo che quella sarebbe stata l'ultima seduta -, mentre fuori nella piazza, il clima si stava riscaldando.
I veneziani erano accorsi sotto il palazzo ducale per conoscere le loro sorti. Fra loro chi sperava nel ''liberatore'' francese, chi invece temeva il nuovo ordine.
All'interno intanto il doge leggeva i passi del decreto napoleonico consigliando che tutti i poteri, a quel punto, passassero ad un governo democratico provvisorio.
Non aveva ancora iniziato a parlare il primo senatore, che si udirono da fuori una raffica di colpi di fucile. A quel punto il panico latente esplose incontrollato anche dentro la sala del Maggior Consiglio.  
Ma non erano i francesi comunque ad aver sparato, non ancora almeno, ma le fidate guarnigioni dalmate che salutavano con dei colpi a salve la città che stavano per abbandonare.
E così si procedette alle votazioni, le ultime della secolare storia del Consiglio Maggiore, che si esaurirono frettolosamente e nel caos più totale. Alla fine passò naturalmente la mozione, 512 voti a favore, 20 contrari e 5 astenuti. Poi seguì un fuggi fuggi generale. Tutti avevano fretta di abbandonare la nave che stava affondando. Nel salone deserto rimase alla fine solo il doge, Lodovico Manin che dichiarava approvata la mozione.
La repubblica veneziana non esisteva più.
Fuori intanto si scatenavano le prime reazioni, violente ed emotive. Chi gridava ''Viva la libertà" chi ''Viva San Marco".
Si arrivò allo scontro e dallo scontro a dei veri e propri disordini. A sedare il tumulto un nobile, Bernardino Renier che dislocando numerosi cannoni e uomini nella città riuscì alla fine a riportare l'ordine.
Nel palazzo, intanto, si consumava nella solitudine più totale il dramma di un uomo che la storia scelse quale ultimo doge, il centodiciottesimo della secolare storia della repubblica veneziana.
Lodovico Manin nel consegnare le insegne ducali al proprio cameriere riassunse in poche, tristissime parole, l'essenza di quella fine: ''Tolè questa, non la dopero più".


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI



domenica 3 gennaio 2016

STORIA VENETA – 141: 1792 - ANGELO EMO SI RITIRA A MALTA E VI MUORE. VENEZIA UNA CITTA’ IN LUTTO

Dal testo di Francesco Zanotto


"Lo accompagnarono essi fino alla Scuola Grande di San Marco, luogo destinato per compiere gli ultimi onori funebri. - Quindi il dì' appresso, 25 maggio, posto il corpo dell'illustre sopra un palco con istrato di nero velluto, e coperta la bara con aureo manto, sottoposta all' ombrello d'oro a sei mazze, che serviva a' funerali dei dogi, dopo la messa, dalli canonici della Marciana fu recitato il notturno dei morti; indi levato il feretro, si avviò la processione lungo le Fondamenta Nuove, in capo alle quali erasi costrutto un ponte sopra barche di tavole, che giungeva, per la Sacca della Misericordia, fino alla Scuola grande ... "


ANNO 1792


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Dopo le armi il Senato veneziano preferisce trattare con i signori africani che appoggiavano la pirateria. Angelo Emo, al quale viene tolto il comando della flotta, muore solo a Malta, ma i suoi funerali a Venezia si dimostreranno tra i più splenditi mai celebrati.


LA SCHEDA STORICA  - 141


Angelo Emo era riuscito a chiudere un accordo con il bey di Tunisi, ma sapeva benissimo che il problema restava sostanzialmente irrisolto. Si dovevano distruggere le basi dei pirati lungo la  costa se si voleva veramente dare una qualche credibilità a tutti quei trattati.
A questo scopo l'Emo chiese al suo governo altri uomini e altre navi, ma questa volta le sue richieste non ebbero seguito. La repubblica non aveva più denaro sufficiente per questo tipo di imprese tanto più che in Oriente si stava prospettando un nuovo scontro fra la Russia e i turchi. Le energie disponibili dovevano essere assolutamente centellinate.
E così il comandante Emo, dopo aver svernato a Corfù, si vide costretto a limitare i suoi movimenti ad azioni di pattugliamento nell'Adriatico e nelle acque dell'Egeo - dove era possibile, naturalmente -.  Tuttavia i problemi con il bey di Tunisi non sembravano davvero finiti.
Il signore tunisino infatti, contravvenendo ai patti stipulati con i veneziani, si rifiutò di assolvere al pagamento annuale del pattuito provocando l'immediata reazione della Repubblica 'ed in particolare di Angelo Emo. Questi si portò infatti prontamente nelle acque tunisine bloccando la baia di Tunisi con i suoi vascelli e resistendo al bombardamento messo in atto dai  difensori della baia.
Con la distruzione poi e la cattura di alcune navi barbaresche, l'operazione del comandante nel Mediterraneo meridionale si poteva considerare conclusa.
Infatti le nuove trattative di pace con il bey di Tunisi, vennero affidate dal governo veneziano al comandante Condulmero, decisione che mortificò non poco Angelo Emo che riparò sconsolato ed umiliato nell'isola di Malta. Quella sarebbe stata anche la sua ultima meta.
Una volta sbarcatovi, infatti, le condizioni di salute del comandante Emo già profondamente provato nel fisico, peggiorarono ulteriormente. Alloggiato presso la casa del console veneziano di Malta, il comandante moriva il primo marzo del 1792.
Il suo corpo venne imbalsamato ricevendo gli onori dei Cavalieri di Malta in una solenne cerimonia dopo la quale il feretro venne portato a Venezia.
In città tutto era già stato preparato per le pubbliche e solenni esequie del valoroso comandante con la costruzione nella Chiesa di S. Marco di una sorta di catafalco illuminato da 248 torce.
Il 19 maggio finalmente giungeva in laguna il mesto carico che venne dapprima portato alla Scuola Grande di S. Marco, luogo deputato per le prime onoranze funebri. Da lì, qualche giorno dopo, la bara venne portata attraverso le Fondamenta Nuove fino alla Scuola Grande della Misericordia dove la salma di Angelo Emo trovò finalmente il giusto riposo nella chiesa dei Servi.
Quelli dell'ultimo grande comandante veneziano non furono dei funerali comuni. Per rendergli omaggio infatti le Confraternite non badarono certo a spese.
Dodici soldati della milizia urbana accompagnavano la bara affiancati dai bombardieri.
Altre due Scuole erano presenti con dodici aste d'argento, niente rispetto alle 200 della Scuola Grande di S. Marco.
Erano presenti ancora, quaranta sacerdoti per ogni congregazione, in tutto nove e i membri del Capitolo di Castello.
Ancora, centosessanta artiglieri, tre ufficiali di grado superiore che portavano su di un cuscino di velluto nero le insegne del defunto - stola d'oro, spada e bastone -. A questi si aggiungevano 80 ufficiali e 200 cappelletti.
Il feretro invece era portato da marinai vestiti di nero affiancati da altri ufficiali.
Chiudevano il corteo funebre un'altra compagnia di 80 soldati e il resto della milizia urbana.
Al passaggio del corteo tutte le galee ancorate nel Canale di S. Marco e gli altri bastimenti sparavano incessantemente  dei colpi di cannone a salve.
La salma riposta quel giorno nella Chiesa dei Servi dopo la demolizione di questo edificio venne trasferita definitivamente nel 1818 nella chiesa di S. Biagio.


Una manifestazione di cordoglio ma anche di orgoglio politico ...


L'ultimo, grande eroe della marina veneziana venne così onorato dalla sua città che, fedele alle sue migliori tradizioni, riuscì a sfoggiare anche in quell'occasione il massimo del suo splendore e della sua magnificenza.
Ad assistere al funerale del comandante Emo poteva sembrare che attorno alla città lagunare il tempo in qualche modo si fosse veramente fermato, ma non era affatto così naturalmente e la fine del secolo, anzi, registrava avvenimenti tali da sconvolgere profondamente e radicalmente il volto dell'Europa intera e questa volta anche quello della Serenissima Repubblica.

L'anno stesso in cui moriva Angelo Emo, il 1792, il popolo francese infatti invadeva le Tuileries a Parigi costringendo alla fuga la famiglia reale. Le frange più estreme del movimento rivoluzionario francese, quelle giacobine, stavano avendo il sopravvento sugli elementi più moderati e ben presto la Francia avrebbe portato il suo re sulla ghigliottina.
L'Europa era ancora una volta in fermento, ma questa volta non si trattava di eserciti, non almeno da subito, ma di idee, idee di uguaglianza, fraternità e di libertà che dalla Francia si stavano rapidamente diffondendo incendiando gli animi di molti popoli e scuotendo alle radici le vecchie monarchie. Era un fenomeno completamente nuovo quello che stava investendo il Vecchio Continente, rispetto al quale niente sarebbe più stato come era prima.
In particolare proprio nel clima caotico e tragico della rivoluzione, sarebbe uscito l'artefice di questa nuova Europa che difficilmente avrebbe potuto ignorare anche la stessa repubblica di Venezia. Il suo nome era quello di Napoleone Bonaparte.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI


sabato 2 gennaio 2016

STORIA VENETA – 140: 1785 - VENEZIA REAGISCE AGLI ATTACCHI CORSARI. ANGELO EMO BOMBARDA SFAX


Dal testo di Francesco Zanotto


"Bensì l'Emo poto penetrarvi sino a due miglia di distanza dalla città, e scagliarvi una cinquantina di bombe; e poscia perchè l'effetto corrispondesse vie meglio alle sue intenzioni, immaginò di costruire delle batterie galleggianti, ognuna delle quali portava un cannone da quaranta, ed accostolle quanto più potè a Biserta e ad altri luoghi sulla spiaggia di Goletta; pensiere del tutto nuovo, e che fu molto lodato da' migliori guerrieri del tempo suo. Molte abitazioni con questo mezzo, distrusse, e molti di quegli abitanti vi rimasero uccisi o sotto le rovine delle lor case, o per il continuo tuonare delle fulminatrici artiglierie".


ANNO 1785 


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Dopo la firma di numerosi trattati di non aggressione con i signori nord africani, Venezia si vede costretta passare alle maniere forti dato il mancato rispetto dei patti.


LA SCHEDA STORICA   -  140


Ancora per alcuni decenni dopo il rinnovato accordo tra Venezia e il bey di Tripoli, i pirati Berberi rappresentarono per Venezia - e non solo - una spina nel fianco con i loro continui Attacchi.
I numerosi trattati firmati dalle nazioni europee, alla prova dei fatti si dimostravano sempre più dei semplici pezzi di carta mentre poi si continuava tranquillamente ad attaccare, infastidire ed osteggiare la navigazione delle navi europee nel Mediterraneo.
Venezia aveva scoperto i vantaggi di scendere a patti con i governi che davano protezione a questi pirati, ma il denaro sembrava non bastare per garantirsi una sicurezza duratura. Le armi allora sembrarono ritornare il più valido strumento di convincimento. Le occasioni di certo non mancavano, c'era solo l'imbarazzo della scelta date le continue provocazioni dei corsari impavidi.
E l'occasione si presentò puntuale anche nel 1784 quando un bastimento veneziano, preso a nolo da alcuni negozianti nord-africani, venne incendiato per la scoperta a bordo dei bacilli della peste.
Trascinata a Malta l'imbarcazione veneziana venne distrutta, ma al tempo stesso si intimò al reggente di quell'isola di ammainare gli stemmi del console veneziano perchè il bey di Tunisi si riteneva in guerra con la Repubblica.
Vicenda oscura e alquanto strana che tuttavia ebbe la forza di riportare sul piede di guerra Venezia e il sovrano di uno di quegli stati.
lI governo veneziano infatti, stanco delle continue provocazioni e del costante stato d'incertezza nel Mediterraneo, decise di approntare una flotta da mandare immediatamente contro le navi di quei pirati e i loro covi lungo la costa africana.
A capitano straordinario di questa flotta venne così nominato Angelo Emo, uomo da tutti stimato per la sua saggezza oltre che per il suo instancabile ed annoso impegno per il riammodernamento della flotta veneziana.
L'Emo infatti, ancora molto giovane si votò proprio a questo obbiettivo con la consapevolezza che la flotta veneziana già da molti anni non costituiva più un modello per gli altri paesi, al contrario era una flotta che presentava già alla fine del Cinquecento scarsi segni di aggiornamento.
Un aggiornamento di cui la vecchia classe nobiliare dalla quale in genere uscivano anche gli ufficiali della marina, non sembrava certo preoccuparsi.
La galea a remi alla fine del Seicento, costituiva ancora il modello base della flotta da guerra veneziana quando gli altri paesi europei quali l'Inghilterra, l'Olanda e la stessa Francia avevano già da tempo adottato vascelli a vela molto più leggeri e manovrabili e quindi decisamente anche più veloci delle lente e vecchie galee.
I caratteri obsoleti delle navi veneziane ne avevano fatto i bersagli privilegiati proprio dei pirati che preferivano naturalmente attaccare imbarcazioni lente e pesanti piuttosto che quelle leggere e veloci degli altri paesi.
Per risolvere questa situazione tanto più triste se si pensa che la Serenissima con la sua flotta molti secoli prima aveva fatto da modello alle altre marine, il governo veneziano iniziò a promuovere attorno alla metà del Seicento un'opera di rinnovamento della propria flotta anche se nelle ultime battaglie contro i turchi si poteva registrare ancora una presenza massiccia di galee a remi


Il contributo di Emo alla flotta ...


Solo  con il dogato di Alvise Pisani il governo ducale prese in seria considerazione il riassetto della flotta  che proseguì anche nei decenni successivi proprio grazie all'azione di Angelo Emo.
Forse per questo suo importante contributo dato alla patria, lo stesso venne chiamato molti anni dopo dal suo governo a ricoprire la carica di capitano straordinario della flotta da spedire contro i pirati berberi malgrado la giovane età di non ancora quarant'anni.
Era il 21 giugno del 1784 quando il comandante prese il largo con le sue navi.
Non si può infatti parlare di una vera e propria flotta quella comandata dall'Emo, ma piuttosto di una squadra composta da due fregate, due bombarde, due minori imbarcazioni e una nave di linea. Ma altri aiuti li avrebbe ricevuti strada facendo, a Corfù per esempio, dove al comandante veneziano si aggregarono altre navi e uomini per arrivare ad un gruppo di 24 navi tra cui sei di linea.
Inizialmente Angelo Emo si portò verso la città di Susa che bombardò ripetutamente per alcuni giorni. Le cattive condizioni del tempo e i fondali pericolosamente troppo bassi persuasero alla fine il comandante veneziano ad abbandonare l'impresa.
Questa venne ripresa solo l'anno dopo nel 1785, puntando questa volta su un'altra città, Sfax, sempre lungo la costa tunisina nel golfo di Zerbi.
Appena presa posizione, dalle navi venete si aprì un potente cannoneggiamento che martellò la città per diversi giorni a brevissimi intervalli di tempo.
I bombardamenti sconvolsero le popolazioni locali arrecando loro notevoli danni tanto che alla fine accettarono ben volentieri l'offerta di pace fatta dallo stesso Emo.
Il comandante tuttavia, prima di agire, doveva chiedere via libera al Senato dal momento che niente era stato preventivamente accordato. E così, chiesti quaranta giorni al bey di Tunisi spedì alcune navi della flotta a Corfù e a Trapani mentre lui si sarebbe ritirato a Malta in attesa degli ordini.
Il Senato rispose l'unica cosa saggia che in quel momento poteva rispondere e cioè che il capitano aveva carta bianca per trattare con il signore di Tunisi eccetto la possibilità di impegnare finanziariamente il governo nel pagamento di somme in cambio di una protezione, clausola che ben pochi vantaggi aveva portato alla Serenissima che ottenne invece l'abbassamento dei dazi al tre per cento contro il cinque che avrebbero continuato a pagare invece gli altri governi europei.  Non era certo un granchè, ma non era neppure poco in fondo e comunque la Serenissima doveva accontentarsi.
L'epoca dei grandi trattati e delle straordinarie vittorie era davvero finita.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI




venerdì 1 gennaio 2016

STORIA VENETA – 139: 1766 - RIESPLODE IL PROBLEMA DELLA PIRATERIA. VENEZIA E IL BEY DI TRIPOLI

Dal testo di Francesco Zanotto


" Dignitoso fu il modo con cui il Nani presentossi dinanzi a quel porto, intimando al bey, che se entro breve periodo di giorni non avesse condegnamente risarcito i Veneziani del danno, avrebbe egli operato l'eccidio di que' luoghi e di quelle coste. La minaccia non era di vane parole; imperocchè con ogni facilità avrebbe il Nani potuto  ottenere l'effetto delle sue minaccie. Impaurito quindi il Bey di Tripoli, recossi egli stesso a bordo della nave dell'ammiraglio, ed acconsentì ben presto alle condizioni che gli vennero imposte".


ANNO 1766


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Con la scomparsa delle grandi battaglie navali nel Mediterraneo, la pirateria, appoggiata dai signori nord africani, diventa un insopportabile problema per i traffici delle navi europee e veneziane.


LA SCHEDA STORICA  - 139


 La tensione tra Santa Sede e governo veneziano rientrò immediatamente dunque, dopo l'elezione di un cittadino della Repubblica al soglio di S. Pietro.
Venezia nel corso della sua secolare storia, a dire il vero, non si era mai distinta per un particolare fervore religioso e tanto meno per una decisa politica filo-papale, tutt'altro, erano stati molti di più i momenti di tensione fra le due "potenze" che quelli di serena collaborazione.  La spiccata laicità dello stato veneziano, ma specialmente la coscienza di una chiesa "nazionale" e perciò autonoma in un certo senso da Roma, contribuirono a questo stato di cose che neppure ora vennero smentite.
Pochi anni dopo aver ricevuto in dono la rosa d'oro da parte del pontefice, il governo ducale pensò bene di chiudere ben 127 monasteri e conventi con la messa in vendita delle loro rispettive proprietà a favore dello stato che incassò la notevole cifra di tre milioni di ducati.
Era il 1767 e Venezia aveva più che mai bisogno di denaro contante dal momento che in quegli stessi anni la Repubblica doveva cercare di risolvere un altro gravoso problema, quello della pirateria.
Era questo un altro degli antichi problemi che avevano praticamente accompagnato la nascita stessa della città e della repubblica veneta che sin dai lontani V-VI secolo dovette fare i conti infatti, con le feroci scorrerie dei pirati slavi nell'Alto Adriatico.
Allora, con la potenza veneziana in costante ascesa, il problema si risolse alla fine con la soppressione puntuale delle bande piratesche, anche se quello della pirateria resterà sempre per Venezia una questione da affrontare.


Mediterraneo: mare di Venezia ma anche dei pirati ...


Dopo gli slavi infatti, arrivarono gli arabi e dopo di questi i turchi. Il Mediterraneo, insomma, non si  poteva certo considerare un mare tranquillo. Chi lo attraversava, oltre che gli elementi naturali, non poteva non mettere in conto anche eventuali, spiacevoli incontri.
Il problema si fece a dir poco assillante proprio nel corso del XVIII secolo quando, cessate le grosse battaglie navali tra l'Europa Cristiana e il Turco, le acque del Mediterraneo - e dell'Adriatico - divennero libero campo d'arrembaggio da parte delle squadre navali dei più importanti regni del nord Africa.
In Marocco, Algeria, Tunisia e attuale Libia, infatti trovavano riparo e protezione i pirati che con le  loro azioni preoccupavano non solo Venezia, ma tutte le potenze europee che con l'Oriente intrattenevano cospicui traffici commerciali.
E così Francia, Inghilterra e Olanda considerarono molto più vantaggioso scendere a patti con i regnanti di quei paesi piuttosto che muovere loro guerra, una guerra navale che nessuna delle potenze europee in questione aveva la benchè minima idea di scatenare o di affrontare.


E Venezia scende a compromessi: pagare per evitare gli assalti alle navi ...


La Serenissima a quel punto non potè che prendere atto di questo e comportarsi di conseguenza. E così il governo ducale arrivò a firmare un accordo con i principali signori nord africani.
I trattati che dal 1764 vennero via via firmati, prevedevano che Venezia avrebbe pagato ai diversi governi africani chiamati in causa, una somma complessiva di 60.000 ducati annui. In cambio le navi della Serenissima non sarebbero state più attaccate dai pirati collegati a quei paesi; nessun cittadino veneziano poteva essere catturato e trattenuto prigioniero nè venduto in uno dei loro porti; nel caso in cui le navi veneziane venivano aggredite da navi corsare, i firmatari dei trattati dovevano provvedere ad arrecare loro assistenza.
Detto questo, tuttavia, le cose ben presto in realtà presero ben altra piega. Incuranti dei trattati, infatti, i pirati d'Algeri, di Tunisi e di Tripoli ripresero ben presto ad infestare le coste veneziane della Dalmazia. Dopo alcune proteste da parte del governo veneziano, le cose sembrarono rientrare almeno con i due bey (signori) di Algeri e di Tunisi, ma non con quello di Tripoli.
Dopo inutili e poco convincenti proteste, il governo veneziano decise alla fine di passare all'azione inviando una propria flotta fino a Tripoli per rivendicare il rispetto del trattato e la restituzione del bottino.
Jacopo Nani comandante della spedizione, dopo aver attraccato in quel porto intimò al bey di Tripoli la restituzione del maltolto se non voleva trovarsi le coste devastate dalla sicura ritorsione che i veneziani erano pronti a mettere in atto.
La flotta anzi venne prontamente schierata in assetto di guerra, in attesa della risposta del sovrano di Tripoli. Questi alla fine riconobbe tutto il vantaggio di una saggia scelta, restituendo per quanto possibile, le merci trafugate nelle azioni di pirateria ai danni della repubblica.
Per le merci mancanti, Venezia avrebbe accettato anche un indennizzo in denaro sempre molto gradito, naturalmente. Le richieste del governo veneziano vennero dunque accolte e la faccenda per il momento si esaurì così anche se la questione "pirati" non era ancora finita e sarebbe ben presto riesplosa chiedendo alla Serenissima un ben altro impegno e un più alto sacrificio.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI