venerdì 18 marzo 2011

L’amore non c’è più


Quando un governo impone di esporre ed amare la bandiera è come il marito che impone alla moglie i doveri coniugali.  L’amore non c’è più

giovedì 17 marzo 2011

Il cuore di Roma non è il marmo del senato ma la sabbia del Colosseo

AUGURI ITALIA !


Sentiamo in cuore
voglia di fede, speranza e carità
per camminare diritti,
giorno per giorno,
in Unità.

E’ l’invito della nostra Italia
che, viva e trepidante,
ci sprona a risorgere.

Nella trasparenza del nostro tricolore
 che sventola luminoso:
nella ventata di ricordi
e sacrifici….         
rinnova quell’ardore
che può nascere solo dall’Amore!

Fonte: srs  di   Lydia  Zampogna  1923  (mia  suocera)

INO NASIONALE VENETO - Inno Nazionale Veneto

INNO DELLA SARDEGNA

Un Tempo esisteva un Sogno che si chiamava Roma…

17 marzo 1861: Lo Stato Sardo prende il nome di Regno d’Italia


Il 17 marzo 1861, lo Stato Sardo prende il nome di Regno d’Italia legalizzando la soppressione dei Popoli Italici.
A ricordo di quel giorno, una poesia attribuita al Belli;  la poesia è notoriamente un falso, ma visto che bugiardi  sono stati anche i risultati dei plebisciti,  può benissimo andar bene.


 Er ber paese

Mentre ch’er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che so’ finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna

Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e  l’atenei nun c’hanno più quadrini
pe’ la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi

Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni so’ sempre ppiù basse

Una luce s’è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano
A noi ce sarveranno le mignotte .


mercoledì 16 marzo 2011

BERLUSCONI E GHEDDAFI: DUE NEL MIRINO


Non posso fare a meno di esprimermi in questo momento su un argomento che ho affrontato e approfondito con i miei corrispondenti dagli States relativamente alla crisi libica ed al nauseante volume di gossip politico italiano a sfondo sessuale. Da mesi ormai si sta facendo il possibile per aizzare il più possibile l’opinione pubblica contro Berlusconi, non tanto per ragioni legate alla sua discutibile politica di governo, quanto piuttosto per l’attività libertina a sfondo sessuale di cui i media nazionali ci hanno raccontato e descritto minuziosamente. Non entro nel giudizio di questi comportamenti, il giudizio infatti è inutile in un paese  in cui la metà della popolazione si dichiara addirittura indifferente ai fatti di Arcore e Palazzo Grazioli (secondo l’indagine di un noto quotidiano italiano).

E non pensate che dalla parte opposta (il centro sinistra) ci sia differenza, episodi di gossip a sfondo sessuale se ne sono già sentiti anche in passato, tuttavia con un fragore mediatico molto più modesto e contenuto. La verità è che in questo momento l’attenzione è catturata dal chi, come, cosa e quando, piuttosto che sul perché. Perché il premier italiano sta diventando sempre più oggetto di attacco mediatico volto a distruggerne il più possibile la reputazione nei confronti dell’elettorato ? Semplice: perché è diventato un soggetto troppo scomodo, ingestibile e fuori da ogni controllo per le forze di establishment politico internazionale.

Non dimentichiamo infatti che Silvio Berlusconi, nel bene o nel male, ha messo in essere per il nostro paese un partneriato strategico con Russia e Libia, due storici paesi nemici degli Stati Uniti. L’idea infatti che il 52esimo stato (l’Italia) si sia affrancato dal punto di vista energetico senza sottostare ai giochi di potere delle potenti lobby petrolifere statunitensi, potete stare certi che infastidisce alquanto lo Zio Sam a Washington. Ragion per cui è molto plausibile aspettarsi che forze a noi sconosciute stiano operando nel nostro paese al fine di distruggere Berlusconi agli occhi dell’elettorato italiano con il fine di sostituirlo quanto prima con un nuovo primo ministro molto più compiacente.  Allo stesso trattamento sembra sia stato destinato anche l’amico del premier italiano, il Colonello Gheddafi, il quale recentemente ha acquisito una quota di partecipazione azionaria rilevante in Finmeccanica

Per chi non lo sapesse quest’ultima è una società leader al mondo nella produzione di sistemi di difesa aerospaziale ed al tempo stesso principale fornitore della difesa statunitense. Pertanto Gheddafi, a meno che non venga quanto prima destituito o spazzato via, ha tranquillamente accesso alla consistenza degli approvvigionamenti militari statunitensi. Questo è più che sufficiente per istigare una finta rivoluzione con sommosse sociali pilotate al fine di ottenere la solita scusante per l’intervento militare con il nobile scopo di esportare la democrazia. Dubito infatti che quanto stia accadendo in Libia, un paese la cui popolazione godeva di un tenore di vita considerevolmente migliore rispetto alle popolazioni di paesi confinanti, non sia affatto casuale quanto piuttosto una classica operazione di false flag.

Fonte: srs di Eugenio Benetazzo  (03 marzo  2011)

martedì 15 marzo 2011

OGNI MATTINA IN AFRICA



Ogni mattina in Africa,
una Gazzella si sveglia.
Sa che deve correre
più in fretta del Leone,
o verrà uccisa.

Ogni mattina in Africa,
un Leone si sveglia.
Sa che deve correre
più della Gazzella,
o morirà di fame.

Quando il sole sorge,
non importa
se tu sei un leone o una gazzella
sara meglio che
TU COMINCI  CORRERE.

lunedì 14 marzo 2011

Ishtar e la prostituzione sacra a Babilonia


Ishtar. Bassorilievo in terracotta, secondo millennio a.C.;  da Eshnunna.


Probabilmente per chi come noi occidentali è abituato ad una visione religiosa della vita sostanzialmente sessuofoba e repressiva degli istinti fisici legati alla sfera erotica, potrà apparire a dir poco strana e, molto più probabilmente, “scandalosa” l’esistenza presso numerose civiltà antiche di divinità legate all’amore fisico e, addirittura, di templi che, in definitiva, risultavano essere dei “bordelli sacri”.

In realtà, però, tale fenomeno non è per nulla stupefacente se inquadrato nella sua corretta ottica storica e religiosa.

Per comprendere questo elemento è sufficiente analizzare brevemente la civiltà in cui esso si è sviluppato con maggior forza, quella mesopotamica.

La storia della regione è strettamente legata alla fertilità prodotta da Tigri ed Eufrate, che portò alcune popolazioni dell’area sud-sarmatica a spostarsi, intorno al 5.000 a.C., in una zona in cui non solo le precipitazioni erano minori, ma il suolo era in grado di fornire un surplus di cibo. Proprio grazie a tale surplus si poterono sviluppare agglomerati sempre più estesi che, come in ogni occasione consimile, indussero alla nascita di  una divisione ben definita del lavoro, di una organizzazione sociale stratificata e dei concetti di cooperazione e regalità (1).

Da una prima fase di organizzazione autosufficiente prettamente urbana, con città isolate e con pochi contatti tra loro, si svilupparono piuttosto rapidamente entità statati di più ampie dimensioni in cui la classe sacerdotale controllava la vita religiosa della comunità, l’economia, la proprietà della terra, l’occupazione dei lavoratori nonché la gestione del commercio a lunga distanza, che, verso il 3.000 a.C. si estendeva fino alle culture della Mezzaluna Fertile.

Le conquiste della civiltà mesopotamica furono numerose: l’agricoltura, grazie alla costruzione di canali di irrigazione, divenne il principale metodo di sostentamento e venne ulteriormente semplificata con l’introduzione dell’aratro, l’artigianato crebbe con l’introduzione della ruota per la lavorazione della ceramica e con lo sviluppo della metallurgia e iniziarono a sorgere templi monumentali e zigurrat.

Numerosi gruppi etnici si alternarono alla guida della regione, pur in una continuità di civiltà pressoché ininterrotta: prima i Semiti di Ur e Uruk, poi i Sumeri della zona meridionale, che svilupparono la scrittura fonetica cuneiforme e che si organizzarono in città-stato, quindi gli Accadi provenienti dai monti Zagros e i Babilonesi che, nel II millennio a.C, si imposero a partire da Babele, per poi finire con gli Assiri del nord, di origine amorrea(2).

La continuità culturale di cui si è detto risulta particolarmente chiara nell’osservazione dell’ambito religioso, che, per molti versi era fondativo di tutta la vita sociale e politica dei gruppi menzionati.

Ciò appare evidente a partire dal periodo delle città-stato sumeriche: ogni città-stato è “proprietà personale” di un dio particolare: Nannar (luna) vigilava su Ur, Uruk era di An (il cielo), Sippar era di Utu (il sole),  Enki (la terra) aveva Eridu e Nippur, il primo centro della  religione  sumera, era dedicata a Enlil, dio del vento (poi soppiantato da Marduk a Babilonia). Ogni città-stato era, dunque, sacra in quanto attentamente sorvegliata da e collegata a un dio specifico o a una dea. Situato vicino al centro di ogni città-stato vi era un tempio posto sopra uno ziggurat che occupava diversi acri: il complesso del tempio era il vero centro della comunità e il dio principale o la dea abitavano lì simbolicamente sotto forma di una statua, cosicché era possibile sfruttare la potenza della divinità per il bene della città.  I sacerdoti, come accennato, controllavano anche tutte le attività economiche poiché l’economia era “redistributiva”: gli agricoltori dovevano portare i loro prodotti ai sacerdoti presso la ziggurat e i sacerdoti avevano il compito di “nutrire” e “vestire” gli dei e poi ridistribuire ciò che restava alla gente della comunità (3).

Con il suo pantheon piuttosto nutrito di dei e dee che animavano tutti gli aspetti della vita, la  religione sumera risultava naturalmente politeista. Di gran lunga, le divinità più importanti erano An, Enlil, Enki e Ninhursaga.  An era il dio del cielo e, quindi, la forza più importante dell’universo. Era anche visto come la fonte di ogni autorità tra le quali il potere terreno dei governanti e dei padri. Enlil, dio del vento, era considerato la seconda più grande potenza dell’universo ed era divenuto simbolo del corretto uso della forza e del potere sulla terra, ma come dio del vento, egli controllava sia la fertilità del suolo che le tempeste distruttive ed era, quindi, molto temuto. Enki era il dio della terra, dei fiumi e, in generale, delle acque ed era responsabile delle invenzioni e dell’artigianato. Ninhursaga, infine, era inizialmente vista come dea associata a terra, montagne e vegetazione ma, nel tempo, si era trasformata in una vera e propria dea madre, “madre di tutti i bambini”, che manifestava il suo potere dando vita al re.

Sotto questo primo gruppo, vi erano numerosi altri dei e dee: un gruppo dei quali includeva le divinità astrali, che erano tutti nipoti e pronipoti di An, tra i quali spiccavano Utu, dio del sole, Nannar, dio della luna e Inanna, dea della stella del mattino e della sera, nonché della guerra e della pioggia. A differenza degli esseri umani, questi dei e dee erano immortali, ma, comunque, non erano onnipotenti in quanto nessun Dio aveva il controllo su tutto l’universo.

Il rapporto degli esseri umani agli dei era basata su servilismo, poiché, secondo il mito sumero, gli esseri umani sono stati creati per compiere i lavori manuali che gli dèi non erano disposti a fare. Di conseguenza, gli esseri umani tentavano in ogni modo di comprendere il volere divino e, per alleviare l’ansia che poteva derivare da un tale genere di rapporto, l’arte divinatoria aveva un seguito enorme a tutti i livelli sociali e veniva praticata sia con a lettura delle viscere di animali sacrificati o attraverso la lettura delle volute di fumo o delle forme dell’olio gettato nell’acqua(4).

Tutto ciò rendeva la società mesopotamica fortemente superstiziosa (innumerevoli forme e rituali sono stati ritrovati incisi su tavolette d’argilla), in mano alla casta sacerdotale  (il cui potere verrà ampiamente formalizzato nel Codice Hammurabi) e dominata dalla credenza in poteri spirituali onnipresenti che formavano una realtà parallela piena di riflessi simbolici nella vita quotidiana.

Per altro, i rapporti di potere tra gli dei erano variabili nel tempo e dipendevano fortemente dalla forza impositiva delle città di cui erano patroni. In questo senso, uno stesso dio poteva, nell’arco di qualche decennio, assurgere al pantheon delle divinità maggiori per poi esserne sfrattato e venire addirittura ridotto a puro culto locale. Allo stesso modo, non erano infrequenti i casi in cui un dio o una dea, pur mantenendo le medesime caratteristiche, cambiassero nome a seconda della località in cui venivano adorati (con differenze notevoli soprattutto tra nord e sud della Mesopotamia) e in cui, nel corso del tempo, due o più divinità potessero subire una sorta di “crasi” e venire sincretizzati in una divinità unica(5).

E’ questo il caso di una divinità che emerge nel periodo babilonese (passando poi senza variazioni al culto assiro) e che altro non è che la sintesi degli attributi di Inanna (della quale è rappresentazione diretta), di Ninhursaga e, pur in un passaggio da culto solare a culto lunare, di Enlil: Ishtar.

Ma il risultato della crasi è, senza dubbio, maggiore della somma delle sue parti: se Inanna è la dea della bellezza e dell’amore (in effetti una sorta di Venere sumera), Ninhursaga una dea madre della generatività e Enlil un principio procreativo maschile, l’unione dei tre elementi fa di Ishtar una dea composita, che rappresenta sì l’amore, ma non solo nei suoi aspetti sentimentali e legati al’estetica, bensì anche nei suoi aspetti più fisici e carnali (6).

Su questo nucleo significante centrale si inserisce un’ampia mitologia che vede la dea protagonista di numerosi poemi epici, tra cui quello forse più importante riguarda la sua discesa agli inferi, una lunga vicenda che ricorda l’alternarsi delle stagioni sulla terra e il perpetuo ciclo della vita.

Brevemente, Ishtar discende agli Inferi per riportare in vita il suo amato figlio e amante Tamuz e riesce ad entrarvi minacciando ogni genere di calamità che colpisca gli umani e gli dei nel caso no la si lasci oltrepassare la soglia sacra. Per questo sua sorella, Allatu, dea dei morti, la fa passare, imponendo, però, che le vengano tolti tutti gli ornamenti e i vestiti con cui si ricopriva sulla terra, così da entrare completamente nuda e senz’armi nella terra dei morti. Inoltre, la dea dei morti invia contro di lei ogni genere di spiriti malvagi, che, però, risultano sempre sconfitti da Ishtar che, non a caso, è anche dea della guerra. Mentre la dea si trova negli Inferi, però, la terra isterilisce e non produce frutti, gli animali non procreano e tutto è desolazione e, di conseguenza, gli altri dei non vogliono che essa resti prigioniera degli Inferi e ordinano a sua sorella di restituirle la vita. Un tribunale infernale, inoltre, le concede di riportare sulla terra Tamuz e le rende tutti gli ornamenti di cui si riveste nella vita terrena e con i quali viene normalmente rappresentata nei templi: l’emblema lunare (simbolo femminino per eccellenza) che spicca sul suo capo, la coppa nella mano destra che è simbolo  di gioia e abbondanza contenendo il nettare della Vita, il loto nella mano sinistra che, nascendo sott’acqua ma diventando poi un fiore di purezza ineguagliabile una volta sbocciato alla superficie, indica la grandezza delle cose nascoste e la cintura sacra che è simbolo della sua generatività(7).

Anche grazie a tutta la ricchissima mitologia che la riguarda, il culto di Ishtar si diffuse rapidamente in tutta l’area mediorientale: essa era Astarte a Canaan, Attar in Mesopotamia orientale; Athtar nell’Arabia Meridionale; Astar in Abissinia; Atargatis in Siria; Astarte in Grecia …
In tutte le varianti essa risultava essere la personificazione di quella forza della natura che dà la vita come Madre di Tutti: essa è l’ ”Argentea”, la “Produttrice di Semi”, e “Gravida”,  la dea della fertilità, dalla quale proviene il potere della riproduzione e della crescita per i prodotti dei campi, per tutti gli animali e per l’uomo. E’ in quanto tale che diviene, come analizzeremo più approfonditamente, anche dea dell’amore sessuale e la protettrice delle prostitute, “Colei che Apre l’Utero” e principale rifugio delle madri nelle doglie del parto.

Ma Ishtar possiede un carattere duplice: non è soltanto la dispensatrice della vita ma anche la distruttrice: come per la luna, nel suo periodo crescente tutte le cose si sviluppano e nella sua fase calante tutte le cose sono diminuite e rese infime, ma, come per il ciclo della natura (e il ciclo femminile),  la luna crescente ritorna di nuovo,  la luce subentra all’oscurità anche quando l’oscurità vince la luce. Così anno dopo anno, Tammuz perisce e discende nel mondo infero, mentre tutto il mondo si spegne (cosa che, per altro, viene ripresa e ricordata nel Ramadan musulmano e, anche se in forma meno diretta, nella Quaresima cristiana), nulla può più essere concepito e il lutto si diffonde, ma poi la dea ritorna al mondo per liberarlo (8).

Era soltanto dopo il suo ritorno sulla terra che la fertilità, e anche del desiderio sessuale, poteva ritornare ancora una volta operante. E’ da questo aspetto che si sviluppa l’immagine “erotica” e sessuale che viene a connotare Ishtar in ogni luogo in cui il suo culto si esprime: nelle sue forme continuamente mutevoli essa interpreta tutti i possibili ruoli femminili, come figlia e sorella del dio lunare, il quale nello stesso tempo è anche suo figlio, ma anche, in quanto personificazione del femminino (per molti versi prossimo allo Yin cinese), come amante sensuale. Ecco, allora, che la seducente dea ha molti amanti, viene venerata come “colei-che accetta-tutto” e, addirittura, nella tarda epica di Gilgamesh viene definita colei che tenta alla fine di sedurre Gilgamesh(9).

Non vi era nulla di quanto oggi definiremmo “peccaminoso” nel suo agire: essendo una dea Ishtar doveva agire secondo la sua natura, e la sua natura era tale che dove essa amava, lì doveva darsi. Ma bisogna prestare attenzione ad un particolare: come la luna, Ishtar non poteva mai essere posseduta ed era sempre vergine, in una concezione del suo modo di essere che risulta in deciso contrasto con l’ideale del matrimonio esemplificato da divinità come Era, nel momento in cui, laddove nell’amore di Era si ha la fedeltà ad una promessa, nel caso di Ishtar si ha sempre e solo la fedeltà a se stessa, al sentimento attuale, alla realtà come è vissuta nel momento(10).


E’ in questo quadro che si pone il grande tema della “prostituzione sacra” vista come atto religioso e non condannabile (anzi, necessario) in un’ottica che possiamo definire pienamente filosofica e, addirittura, teologica.

Va subito chiarito un assunto di base: la “prostituzione sacra” non rientra in nessun modo in un ambito sociale né “libertino” né di particolare “libertà” femminile.

In realtà, il ruolo della donna in Mesopotamia era rigorosamente definito: era, innanzitutto, la figlia di suo padre o la moglie di suo marito e raramente agiva come individuo al di fuori del contesto familiare (con pochissime eccezioni, legate, per lo più, a ruoli legati allo status sociale).

La maggior parte delle ragazze venivano addestrate fin dall’infanzia per assumere i ruoli tradizionali di moglie, madre e governante: imparavano a macinare il grano, a cucinare e a produrre bevande, in particolare la birra, e a filare e tessere. Se una donna lavorava al di fuori della sua casa, di solito il suo lavoro nasceva da una estensione dei suoi compiti domestici: si poteva, così, vendere la birra prodotta o addirittura diventare osti, oppure le conoscenze delle questioni legate alla gravidanza e all’infanzia potevano portare le donne a diventare ostetriche o a creare farmaci che impedivano la gravidanza o producevano aborti, ma qui finiva la loro “indipendenza”. Anzi, poco dopo la pubertà una giovane ragazza era già considerata pronta per il matrimonio e i matrimoni venivano organizzati dalle famiglie dei futuri sposi. Una volta che una donna era impegnata, era considerata parte della famiglia del suo fidanzato e se accadeva che il futuro marito morisse prima del matrimonio, la ragazza era tenuta a sposare uno dei suoi fratelli o, comunque, uno dei suoi parenti maschi(11).

Ci è piuttosto agevole comprendere il ruolo femminile anche solo leggendo il codice di  Hammurabi, nel quale il maggior numero delle leggi è dedicato proprio al matrimonio e alla famiglia. In sostanza, la donna veniva “comprata”: per il marito era previsto un pagamento per la sposa, la quale, una volta “acquistata”, come tipico di ogni società patriarcale, aveva pochissimi diritti all’interno del matrimonio. Così, se lei non era in grado di avere figli il marito poteva divorziare, così come poteva divorziare nel caso lei cercasse di lasciare la casa senza autorizzazione al fine di esercitare una propria attività; nel caso poi la donna trascurasse la casa o umiliasse suo marito, poteva persino essere annegata.

Anche i rapporti sessuali erano strettamente regolamentati come “beni primari”: i mariti, ma non le mogli, erano autorizzati all’attività sessuale fuori del matrimonio e se una moglie veniva sorpresa in evidente adulterio poteva essere immediatamente gettata nel fiume. Insomma, i padri avevano piena autorità su mogli e figli e si aspettavano piena obbedienza e sottomissione (12).

In una situazione di questo genere, come è possibile che potesse svilupparsi una attività come quella della prostituzione sacra?

Semplicemente sulla base di un principio chiaramente espresso in una delle più antiche invocazioni trovate scritte sulle tavolette cuneiformi:

Ciò che è buono in vista di un uomo è male per un dio,
Ciò che è male alla mente di un uomo è buono per il suo dio.
Chi può comprendere il consiglio degli dèi in cielo?
Il piano di un dio è acque profonde, che si può capire di esso?
Dove la confusa l’umanità può mai imparare cosa guida la mente di un dio? ” (13)

Insomma, proprio nel momento in cui la società viveva un duplice aspetto della realtà, legato all’intrecciarsi di piani concreti e di piani simbolici legati al divino, l’etica (o la morale, se vogliamo esprimerci in termini più strettamente teologici) dei due piani poteva non collimare e in questi casi, naturalmente, era, in un mondo largamente dominato dalla casta sacerdotale, l’aspetto del sacro ad avere la meglio.

Ovviamente, con gli occhi di una cultura monoteista, rigidamente maschilista in ambito religioso e, almeno a partire dalla predicazione paolina, che abbiamo definito largamente sessuofoba, l’istituzione di un tempio in cui le prostitute sacre svolgessero la loro attività appare inconcepibile e non è un caso che l’idea di prostituzione venisse, in tutta la letteratura patristica, legata a Babilonia, ma se vogliamo davvero comprendere il senso di tale istituzione non possiamo fare a meno di riferirla ad un ambito sacrale, profondamente legato al rapporto simbolico con il divino.

In quest’ottica, vediamo chi fossero le “sacre prostitute” e come si svolgesse il loro compito (che, per molti tratti, era il medesimo in istituzioni analoghe o derivate in Egitto, a Creta, in India e persino in Grecia e nella Roma arcaica).

Di fatto esse erano sacerdotesse sacre (il termine “prostitute” nascerà solo dal diffondersi di quelle religioni che negheranno, per altro con notevoli influssi dalla filosofia gnostica, la divinità del corpo) che si prestavano ad incarnare e rappresentare la dea in un ambito strettamente sacralizzato e “altro” rispetto al resto del mondo come quello del tempio.

All’interno del tempio, avveniva uno scambio cultuale tra sacerdotessa e “cliente” sotto la supervisione di Ishtar: le donne andavano al tempio per servire la Dea incarnandola e venire adorate in sua vece, decidendo di trascorrervi una giornata o una settimana o un anno in puro spirito di servizio, mentre gli uomini venivano accolti e serviti dalle sacerdotesse prestandosi a rappresentare Baal, il principio divino maschile, il Consorte, il toro sacro, dando il loro amore e la loro passione alla dea e ricevendo la passione, l’amore e l’affetto della Dea(14).

Il “pagamento” altro non era che l’offerta di prodotti e denaro alla dea e non una contropartita per la “fornicazione” con le prostitute del tempio, come è stato erroneamente interpretato successivamente.

Nel suo libro  The Secret of Crete, H.G. Wunderlich riferisce che prima del matrimonio, ogni donna in Babilonia era tenuto ad andare al tempio di Ishtar e di giacere con uno sconosciuto (15) e abbiamo un rapporto simile da Gerhard Herm nel suo libro I Fenici (16), nel quale si spiega come venisse richiesto ad ogni donna nelle città cananee di Tiro, Sidone e Biblo di prostituirsi per un giorno e donarsi agli ospiti stranieri durante la festa di primavera (17).

Seppure questa attività “forzata” che  includeva gli “stranieri” (quindi anche gli Ebrei e i proto-Cristiani) venisse duramente stigmatizzata nell’antichità (18) essa ci dà a pieno la cifra interpretativa del culto sessuale, che risulta completamente disgiunto da qualsiasi forma di volontà di piacere fisico sia da parte degli uomini che, soprattutto, da parte delle donne, ma che si poneva come “atto di glorificazione” della dea nel suo aspetto generativo e di “amore per tutto il creato”.

E sulla sacralità di tutto il processo non può esservi dubbio alcuno: le sacerdotesse a vita appartenevano a una gerarchia organizzata, registrata in modo accurato da parte dei babilonesi e alla cui sommità vi erano le sacerdotesse chiamate “Entu”, le quali indossavano abiti speciali per distinguersi dalle altre, abiti cerimoniali molto simili a quelli del re e che conferivano loro una dignità pari a quella dei più importanti sacerdoti maschi. Accanto a loro vi erano le “Naditu”, provenienti dalle più importanti famiglie del paese, che promettevano di dedicare la loro vita alla dea rimanendo celibi e senza figli, le “Qadishtu”, donne sacre che servivano il tempio per un certo periodo senza voti particolari e le “Ishtaritu”, donne specializzate nelle arti della danza, della musica e del canto che esprimevano la loro sessualità soprattutto ballando una versione molto sensuale della danza del ventre (da cui deriverà il seguito la famosa “danza dei sette veli”) (19).

Infine, vi erano le donne comuni che, già a detta di Erodoto, almeno una volta nella vita dovevano “sedere nel tempio dell’amore e avere rapporti sessuali con uno sconosciuto [... cosicché] gli uomini passano e fanno la loro scelta. Non importa quale sia la somma di denaro che essi offrono: la donna non potrà mai rifiutare, perché compirebbero un peccato visto che il denaro è solo [un accessorio] che rende questo atto sacro. Dopo il rapporto esse si sono santificate agli occhi della dea e se ne vanno a casa loro, e, in seguito, non c’è pagamento per quanto grande, con le quali le si possa ottenere“ (20).

Va notato come l’unica “censura” o “biasimo” a cui le sacerdotesse, in particolare le “Qadishtu”, potevano andare incontro riguardava non tanto la sfera sessuale, ma la sfera socio-comportamentale derivata dalla loro permanenza al tempio.  Bisogna comprendere che le sacerdotesse di Ishtar erano, per molti versi, delle donne più libere socialmente, più inserite economicamente e più avanzate culturalmente rispetto alla media (insomma, qualcosa di simile a quanto avverrà per le geishe giapponesi o le cortigiane rinascimentali): potevano comprare, vendere, dare in locazione, investire denaro, parlare liberamente con chiunque, studiare ed essere ritenute al pari degli uomini. Ebbene, una volta tornate a casa, difficilmente sapevano riadattarsi ad un ruolo sottomesso e, di conseguenza, alcuni tardi testi sumeri sconsigliano vivamente di prendere in moglie una ex-sacerdotessa, perché essa sarebbe stata “non solo troppo abituata ad aver a che fare con gli uomini, ma anche antipatica e intrattabile  (21)”.

Proviamo a trarre le file di quanto visto fino ad ora.

L’atto sessuale compiuto dalle “prostitute sacre” di Ishtar è un atto sacro a tutti gli effetti, in cui esse ricordano e attualizzano la presenza della dea madre nel suo aspetto legato alla femminilità generativa e in cui l’uomo assume connotazioni paritetiche di offerta dell’atto agli dei. Tale atto viene a denotarsi come elemento di perpetuazione del ciclo naturale di rinascita della natura e, conseguentemente, come atto simbolico che rinnova la fertilità della terra (non a caso la più importante festività sacra dell’anno prevedeva il congiungimento ogni primavera della Gran Sacerdotessa di Ishtar e del re, a simboleggiare l’atto ierogamico di unione di Baal, principio maschile e Ishtar, principio femminile), così come tipico di una civiltà che, pur nel suo evolversi, è sempre rimasta legata all’agricoltura e ai cicli naturali (con la loro fase generativa, ma anche con le loro fasi distruttive, da cui il “volto negativo” di Ishtar).

La sessualità, dunque, altro non è che il nucleo significante secondario rispetto alla questione più profonda della capacità riproduttiva della Dea Madre, una capacità sacralizzata che assume un ruolo primario nella società contadina e che viene attualizzata simbolicamente nel congiungimento tra uomo e donna.

Da qui derivano le caratteristiche più interessanti della “prostituzione sacra”:

1) l’altissimo ruolo delle sacerdotesse, che impersonando la dea, diventano esse stesse concausa della generatività globale su cui si basa la vita della comunità;

2) il senso del “pagamento” della prestazione sessuale, che si configura come apporto di lavoro maschile per tale generatività;

3) l’importanza attribuita all’accettazione “in qualunque caso” del “cliente”, indipendentemente da chi egli sia e da quale cifra offra, che sta a rappresentare l’universalità dei doni della dea all’umanità e la sua capacità generativa indipendentemente dal principio maschile;

4) l’usanza, sempre con un significato di universalità di doni a tutto il genere umano, da parte delle sacerdotesse di donarsi agli stranieri;

5) la necessità per ogni donna di passare almeno un giorno nel tempio e di accoppiarsi almeno una volta con uno sconosciuto, ad esemplificare e attualizzare sì il senso e il potere del femminino sacro, ma, soprattutto, a ribadirne la forza e la pregnanza alla quale nessuna si può e deve sottrarre, pena l’insenilimento del genere umano.

Ecco allora che la “prostituzione sacra” si rivela, in fondo, un grande atto di potenza proprio dell’elemento femminino sacrale, della archetipica capacità procreativa di cui ogni donna è portatrice e che nessuna donna può negare nel quadro della perpetuazione dei cicli naturali e della specie umana.

Solo laddove la maternità verrà sublimizzata o asetticizzata (a seconda dei punti di vista) in pura idea indipendente dal concreto atto inseminante, tutto ciò potrà apparire solo una “brutalizzazione” di concetti superiori, ma si tratterà di società molto differenti, forse con una capacità di astrazione più forte dovuta ad un minor contatto con la natura, ma anche con l’eliminazione proprio di quel tratto divino e regale che caratterizza l’entità femminile lunare all’interno di sistemi teologici più legati ai cicli della terra.


Note

[1] K. Reilly, Readings in World Civilizations: The Development of the Modern World, St Martins 1995, pp. 93 ss. e passim

[2] V. Schomp, Ancient Mesopotamia: The Sumerians, Babylonians, And Assyrians, CT Press 1995, passim

[3] J. Bottero, T. Lavender Fagan, Religion in Ancient Mesopotamia, University Of Chicago Press 2004, passim

[4] S. N. Kramer, The Sumerians: Their History, Culture, and Character, University Of Chicago Press 1971, pp. 119 ss.

[5] J. Black, A. Green, Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia: An Illustrated Dictionary, University of Texas Press 1992, pp. 22-25

[6] S. Dalley, Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh, and Others, O.U.P. 2001, pp. 36-41

[7] S. Langdon, Tammuz and Ishtar: a monograph upon Babylonian religion and theology containing extensive extracts from the Tammuz liturgies and all of the Arbela oracles, Nabu Press, 2010, pp. 21-96 passim

[8] A. Frandi-Coory, Whatever Happened to Ishtar?, Sid Harta Publishing 2010, passim

[9] AA.VV., Ancient Near East Law; Code of Hammurabi, Babylonian Law, Maat, Code of Ur-Nammu, Lipit-Ishtar, Laws of Eshnunna, Cuneiform Law, Hittite Laws, LLC Books 2009, pp. 58-61

[10] A. Frandi-Coory, Citato, pp. 87 ss.

 [11] Z. Bahrani, Women of Babylon: Gender and Representation in Mesopotamia, Routledge 2001, passim.

[12] C. Kenney, Hammurabi’s Code, Simon & Schuster 1995, pp. 61 ss. e passim.

[13] D. Wolkstein, S.N. Kramer, Inanna, Queen of Heaven and Earth: Her Stories and Hymns from Sumer, Harper Perennial 1983, p. 74

[14] N. Qualls-Corbett, M. Woodman, The Sacred Prostitute: Eternal Aspect of the Feminine, Inner City Books 1988, pp. 37 ss.

[15] HG. Wunderlich, The Secret of Crete, Souvenir Press Ltd, 1975, pp, 61-63

[16] G. Herm, The Phoenicians, Littlehampton Book Services Ltd 1975, pp. 42 ss.

[17] Si noti come questa festa sopravviva oggi con il nome di “Pasqua”, che è derivato proprio dalla parola “Ishtar”

[18]Nel III secolo d.C., ad esempio, lo storico Eusebio descrisse l’attività di questi templi così: “E’ stata una scuola di empietà per gli uomini dissipati, che rovinavano i loro corpi nel perseguimento della lussuria Gli uomini erano molli ed effeminati, non erano più degli uomini, avevano tradito l’onore del loro sesso; credevano di dover adorare il loro dio con la lussuria impura“. Eusebio, Chronicon, V. III

[19] K.R. Nemet-Nejat, Daily Life in Ancient Mesopotamia, Greenwood Press 1998, passim

[20] Erodoto, Storie, V. II

[21] K.R. Nemet-Nejat, Citato, pp. 109 ss.


Fonte: da  srs di Lawrence Sudbury da Centro Studi La Runa  del 17/27 gennaio 2011

domenica 13 marzo 2011

Bori Carlo: l'ultimo barcaiolo del Po


Carlo Bori e la sua vita sul grande fiume
Quando il sole incomincia ad essere caldo, le rive del Po tra i due ponti della città cominciano a popolarsi di pensionati che, attrezzati di seggiolini, tavolini, carte da gioco e qualche bottiglia di vino, vi trascorrono lungo tempo giocando e raccontandosi il passato: sono i testimoni del tempo. Ricordi edulcorati, ingigantiti, traditi dalla memoria, ovattati dai sentimenti, ma anche veri come quelli della piena del '51. Su tutti si alza una voce velata dall'emozione: «Il livello aveva raggiunto 10,27 metri e non c'era l'argine di oggi, con la barca più grossa trasportavamo circa 15 bovini a volta, li prendevamo dalla cascina Fanfani, sulla sponda lombarda, e li portavamo vicino al cimitero di S. Rocco».
E' "Palei" a raccontare, Carlo Bori classe 1924, il soprannome ereditato dal padre insieme al mestiere di barcaiolo e all'azienda, e continua: «C'erano anche i Pontieri con le chiatte, ogni tanto qualche bestia cadeva in acqua e allora le trascinavano, noi invece avevamo le sponde che proteggevano». Commenti e numeri come fossero di ieri: «il Po era pauroso più del '26 raccontava la gente, quando si era alzato fino agli 8.27 metri, ma allora gli argini quasi non esistevano».
"Palei", piacentino di San Bartolomeo, ultimo traghettatore del Po, ci ricorda il tempo della piazza Bori, un luogo di intensi traffici commerciali: sabbia, ghiaia, legname, pesci e passeggeri. Racconta di papà Paolo che lo aveva iniziato giovanissimo al duro lavoro sul fiume «era il più bello di dieci tra fratelli e sorelle, tanto bello che lo chiamavano il moro di Venezia, nel 1957 è stato premiato con medaglia d'oro dalla Camera di Commercio».
Della mamma Giuseppina Bianchi dice: «Donna forte, quando il papà è andato in guerra ha preso le redini dell'azienda, lavoro e uomini, una ventina, da organizzare, mica c'erano le pari opportunità». Carlo è l'ultimo figlio di otto, dopo 30 anni come barcaiolo (e premiato dai fratelli Schiavi), ne ha lavorati altri 24 nel trasporto ferroviario con la ditta Bertuzzi, infine con la signora Elvira Mazzoni, nello stesso settore. Carlo Bori, l'evoluzione del trasporto a Piacenza, un comparto di cui la città è stata quasi capitale.


L'ultimo barcaiolo del Po
Non è mai tardi per coltivare i sogni: ad 85 anni Carlo Bori sogna di vedere una delle sue ancore esposta ai musei di palazzo Farnese, ne ha ancora tre, reperti di una «flottiglia» che per decenni ha solcato le acque del Po, ora è in secca in un angolo di terra a ridosso della canottieri Nino Bixio. Un tempo era la piazza dove venivano sbarcate tonnellate di sabbia, ghiaia e legname, merci strappate dal fiume con il lavoro di uomini che faticavano di braccia e avevano mani grosse e callose. La storia di Carlo Bori è l'affresco di un secolo segnato da profondi cambiamenti che mai si sono verificati in eguale arco di tempo, attraversato dalle più veloci trasformazioni che mai umanità ne sia stata protagonista, durante il quale la filosofia del lavoro ha trovato nuova identità: alleviare la fatica fisica, aumentare la produzione di beni e migliorare la qualità della vita. Carlo, "Palei", ha visto la luce quando la durata della giornata di lavoro era dall'alba al tramonto, benché nelle fabbriche di mezzo mondo fossero già state conquistate le otto ore.

Quando ha iniziato a lavorare nell'azienda paterna?
«Intorno ai 12 anni, ci ha messi sotto presto il papà, ma a pescare ci andavo già a sei o sette anni, mi alzavo alle quattro per andare col papà, poi tornavo alle otto per andare a scuola e mi addormentavo sui banchi di legno, ricordo ancora i nomi dei maestri: la Simonetta, la Celaschi, e la Musiani e poi il Melotti che è andato a fare la guerra in Abissinia, mi volevano bene e mi lasciavano dormire. Ho fatto le elementari alla Mazzini, fino alla quinta, a quei tempi era anche troppo. La mia famiglia abitava in via San Bartolomeo, di fianco alla fabbrica dei bottoni dell'ingegnere Galletto. Dietro alle case c'era il rio Fodesta dove per Natale "mettevamo in viva" le anguille: le pescavamo in Po poi le lasciavamo nel vivaio fino a quando il prezzo era più alto, le portavamo al mercato coperto, dietro la Borsa».

Che tipo di ditta era quella di suo papà?
«Un'azienda artigiana di barcaioli, l'aveva ereditata dal nonno "Biasei", era stata registrata nel 1904 e negli anni trenta, il periodo più florido, avevamo cinque barche, era la più grande che operava sul Po. Trasportavamo sabbia e ghiaia dall'isolotto Maggi, o da quello dell'Enel, sulla riva piacentina nei pressi della Nino Bixio dove ci aspettavano i carrettieri. Raccoglievamo anche la legna, soprattutto d'inverno e senza pagare dazio, anzi era un lavoro apprezzato perché tenevamo pulito il fiume, mentre d'estate traghettavamo i villeggianti sull'isolotto e poi facevamo un poco di pesca. Usavamo i cordini, la bilancia o la "ligursa", una rete montata su un cerchio di legno. Facevamo di tutto".

Com'erano gli inverni sul Po?
«Rigidi, si formavano candelotti lunghi un metro vicino alle baracche della piazza, ho visto gli alberi del fiume spaccarsi in due, adesso non ci sono più inverni così, si può andare scalzi senza soffrire, ora la neve è solo una "scarugleda". E si continuava a fare ghiaia per "Aquila", il deposito comunale che si trovava di fronte all'attuale Camera del Lavoro in via XXIV Maggio, che poi la distribuiva nelle vie. Fino alla seconda guerra mondiale erano poche le strade di Piacenza asfaltate. Praticamente eravamo sul Po tutto l'anno, anzi d'inverno si lavorava di più: alla foce del Trebbia andavano all'asta i "ballottini", appezzamenti di boschi di salice per farne tronchi da vendere ai viticoltori che li usavano come pali di sostegno nelle vigne. Erano venduti in quantità stabilite dalla consuetudine: singoli cioè la pertica (da non confondere con la misura agraria piacentina Ndr.), a mazzi da cinque, da 10 o da 25, preparavamo anche i "vumal", erano i pali più piccoli usati per i fagioli rampicanti».

E' vero che le barche erano trainate da terra?
«La traversata era sempre a remi, ma quando il Po non aveva ancora l'argine, costruito e rialzato due volte e l'ultima dopo la grande alluvione del 1951, la navigazione veniva aiutata da cavalli o asini che tiravano dalla riva. Sulla barca c'era un palo di 7-8 metri con un anello all'apice nel quale passava la corda legata a poppa e la fune, lunga 30/40 metri era tirata da terra non solo dagli animali ma anche dagli uomini. Si andava scalzi perché le scarpe appesantivano il cammino e si indossava solo camicioni lunghi oltre le ginocchia, sotto si era nudi, senza mutande, perché all'epoca erano "a manica lunga" e impicciavano i movimenti».

A chi apparteneva il terreno della piazza?
«Alle Ferrovie dello Stato, erano proprietarie di molto terreno qui intorno e vi avevano costruito il dopolavoro ferroviario, un edificio in muratura di 30 metri per 15, custodiva anche le barche da corsa «la jole», venivano usate dai dipendenti delle ferrovie. La piazza era tra il ponte ferroviario e la Nino Bixio, all'epoca il ponte aveva una sola linea e aveva le arcate quadrate. L'area era molto grande, la mia famiglia serviva tutta la città, le 5 barche erano immatricolate a Cremona; si chiamavano "magane", erano lunghe tra i 14-20 metri e larghe circa tre, venivano costruite a Pieve Porto Morone, i tabaccai vendevano le cartoline con noi che remavamo sulle nostre barche. Durante la guerra i tedeschi ce le avevano requisite e le avevano portate sulla sponda lombarda, non volevano che fossero usate, ricordo che di fronte alla foce del Trebbia c'erano i carri armati tedeschi seminascosti dalla sabbia, ma si vedevano benissimo la torretta ed il cannone, e poi i bombardamenti, un macello, tutto distrutto».

Com'erano le estati degli anni trenta?
«Belle, l'isolotto era uno spettacolo, una lingua di sabbia bianca, era il nostro mare, la nostra spiaggia, nessuno andava in Trebbia, noi ci trasportavamo i cittadini, dal ponte stradale c'era anche la scala di legno che scendeva direttamente sull'isola, addirittura c'era la carrucola per portare giù le biciclette, quelli di San Rocco se le portavano appresso. Il sabato e la domenica incominciavamo a trasportare passeggeri dalle 10 e alle 18 si riprendeva per il ritorno, fino 10/11 mila persone, un formicaio, c'erano le cabine proprio come al mare, i chioschi per i gelati ma specialmente per le granite. Il Carbonetti portava le cabine, "al Belu" aveva il chiosco delle bevande tenute fresche con i blocchi di ghiaccio fabbricati al macello che venivano grattati, poi una spruzzata, "spinciò", di tamarindo, o altri sciroppi, era una bevanda molto rinfrescante e a buon prezzo. C'erano tantissimi ambulanti: "Sturlo", "Caravagg", il "Soffiantini", Fornasari il "lattei" sempre accompagnato dalla moglie».

Insomma l'isolotto era il luogo di villeggiatura dei piacentini?
«Si, era anche la colonia elioterapica, divertimento e cure, si facevano le sabbiature contro i reumatismi, la sabbia era fantastica, brillava al sole, ora ha cambiato colore, è sporca con i rifiuti che arrivano dai canali lombardi, Lambro, Olona e Seveso. A quei tempi la canottieri Vittorino da Feltre era un piccolo chalet tra i due ponti, dopo il trasferimento nell'attuale sede lo chalet era diventato la colonia padana: al mattino i bambini si trovavano alla casa dei Martiri di piazza Cittadella, poi accompagnati dai maestri, uno si chiamava Campanini, raggiungevano l'ex chalet dove si fermavano per la colazione e dopo li traghettavamo sull'isolotto Maggi, rientravano per il pranzo, e di nuovo il pomeriggio. Il custode dello chalet era Giuseppe Schenardi con sua moglie Alberta Bori, una mia cugina».

Allora si andava in vacanza come oggi?
«A dire la verità c'era "una bohème", una fame inimmaginabile. Molta gente con il "tollone" andava a prendere la minestra alla caserma del Genio Pontieri, credo che i vecchi piacentini non abbiano dimenticato quei tempi, e per fortuna che c'erano le caserme. Il nostro pranzo era in barca, si mangiava un grappolo d'uva, o una mela, con mezza "micca" di pane e bevevamo l'acqua del Po, era limpidissima, la raccoglievamo con la "sissula" (la grossa cucchiaia di legno che si usava per buttare l'acqua fuori dalla barca Ndr.). Il trasporto era pesante, un metro cubo di sabbia è tredici quintali circa, moltiplicato per i metri delle barche, un bel peso! Per fare un metro cubo di sabbia ci volevano dodici barelle, e si lavorava solo di braccia.
C'era una vita intensa sul fiume, oggi vedo raramente navigare, ci sono tanti motoscafi ma li usano poco, costa tanto la miscela. C'erano molte specie di pesce: pesci gatto, cavedani, anguille, volatica, savetta, anche seppie, dal mare risalivano lo storione e qualche cefalo, prima della costruzione della diga dell'isola Serafini, il fiume era ricchissimo, adesso solo balbi, carpe, siluri".

Quando vi siete attrezzati con i motori?
«Abbiamo navigato a remi fino alla seconda guerra mondiale, e qualche hanno dopo, nel 1948, abbiamo cambiato sistema: caricavamo direttamente i camion sulle barche e li trasportavamo sull'isolotto a fare ghiaia, o sabbia, ma con le ruspe, non più a mano. Da bambino avevo visto le barche a vapore del Genio militare, venivano utilizzate solo quando andavano a fare il campo a Venezia. Il primo motoscafo invece dev'essere stato quello del dottor Colli, socio alla Nino, mi pare all'inizio degli anni trenta, ricordo che il dottore mi prendeva a bordo e mi portava a fare i giri lungo il Po, uno spasso, quello si che era uno svago, scivolava velocemente sul pelo dell'acqua e mi sembrava di volare. In quegli anni c'erano tantissime battelline, tra la Nino e la Vittorino almeno una cinquantina».

Ed ora?
«Adesso ho ancora tre barche, una a terra e due in Po, le uso per fare qualche passeggiata o per andare a pesca, curo i miei cani, Royal e Bill, due bretoni da caccia, ma io non sparo, me li hanno regalati. Della piazza mi è rimasto un angolino di terra tra la strada e la Canottieri, ma non pago l'affitto perché quando ho cessato l'attività sono andato dalle Ferrovie, a Bologna, per dichiarare la rinuncia al terreno in favore della Nino Bixio che, praticamente in usufrutto, mi ha concesso questo appezzamento. Anche mio figlio Paolo ha la passione del Po ed ha incominciato a seguirmi da bambino sulle barche, ma lui lavora per la società canottieri, molto meno faticoso».


 Fonte: srs di Maria Vittoria Gazzola,  da Liberta del  06/02/2006

sabato 12 marzo 2011

Dolorose spine al cor s’infingono



Dolorose spine al cor s’infiggono
quando a rimembrar le glorie
or che la nuda Dea

a noi si svela orribile!!

E mesto il pensier ricorre

ai nostri perduti figli

e a quel rimpianto regno

che mai piu’ ritornera’.

Ma in questi cuori nobi
li
sempre quel sole splende

e sulla perduta gente

e mai tramontera’.

A noi meridionali

a cui di fango e ingiurie

fecero orribile la maschera,

spetta di uscir dall’ ombra

per mostrar nitidi i visi

e risuscitare gl’intelletti,

per cancellare al mondo
la fama degli inetti

e conquistar domani

quei primati antichi

emulando gli illustri avi

e il grande Regno che fu’.

Forza e Onore !!!