venerdì 8 marzo 2019

IL GIALLO INTERNAZIONALE DI ARGO16



 I resti di Argo 16


Argo16, il caso che coinvolse SID/SISMI, Mossad e i servizi segreti libici


Quell'incidente di 43 anni fa poteva cancellare Marghera e Mestre. SID/SISMI, Mossad e i servizi segreti libici risultarono coinvolti. Mandanti e cause ancora avvolti dalle nebbie della laguna.

La tragedia di Argo16 senz’altro avrebbe potuto cambiare il futuro dell’Italia intera e la geografia di Venezia-Mestre/Porto Marghera, ma quanti Veneziani e Veneti si ricordano di quella tragedia e dell’apocalisse sfiorata? 


Ho cercato di mettere assieme quei fatti pescando dalle cronache di allora e dalla memoria personale (allora abitavo a una decina di km dal disastro).Onestamente non ricordo come i media descrissero la drammaticità di quegli eventi e delle conseguenze evitate per puro caso, come non correlandoli al fatto che erano avvenuti una settimana dopo la fine della guerra del Kippur e dell’accordo tra Italia e Arafat (lodo Moro). Inoltre le proteste di tutti lavoratori di Porto Marghera che chiedevano la chiusura del deposito di fosgene furono fatte passare per normali rivendicazioni salariali.Se fosse esploso, qualche decina di migliaia di mestrini e veneziani non potrebbero ricordare quel fatto. Per gli effetti scampati, provate pensare alla tragedia di Bhopal in India del 1984 dove morirono direttamente e indirettamente circa 15.000 persone per la fuoriuscita di isocianato di metile che si ricava industrialmente dalla reazione fra metilammina e fosgene.Purtroppo, per il segreto di Stato, il quadro d’insieme è ancora avvolto dalla nebbia.Ho tentato di ricostruire gli scenari degli anni ‘70 e ‘80 in cui l’Italia venne coinvolta nei fatti terroristici degli arabi medio-orientali, tuttavia ai quei tempi pochissimi giornalisti erano riusciti a dimostrare i collegamenti esistenti.

LA SCIA DI SANGUE LASCIATA DAL TERRORISMO MEDIO-ORIENTALE LUNGA DODICI ANNI:

Novembre 1973 - Argo16
Dicembre 1973 - Massacro all’Aeroporto Leonardo da Vinci
Giugno 1980 - Ustica
Ottobre 1985 – Sigonella (dirottamento Achille Lauro)

L’Italia di quegli anni doveva scontare l’ambiguità creata dalla parte filoaraba delle istituzioni che, per evitare ritorsioni da quel mondo arabo rimasto escluso dall’apertura del dialogo con Arafat (leader dell'OLP) e con Abu Abbas (capo del FLP-Fronte per la Liberazione della Palestina), “erano tenute” a collaborare con Gheddafi fornendogli nomi e indirizzi degli oppositori al suo regime che si trovavano in Italia. 
L’Italia, un alleato degli USA che dialogava con OLP e FLP, nemici di Israele [uno storico alleato degli USA], aveva inevitabilmente creato malumori, screzi, sospetti e veleni tra i vari servizi segreti occidentali ed orientali. 
Subito i Servizi Segreti Italiani si rendono conto che dietro il disastro dell’Argo16 potrebbe esserci un attentato nel momento in cui è altissima la tensione internazionale. Da poche settimane si era combattuta la Guerra del Kippur, in cui l’Italia aveva fornito aiuti e sostegni logistici ad Israele. 
La politica estera italiana si fondava su un accordo ben preciso (lodo Moro) tra il nostro Governo e l’OLP di Arafat: un accordo segreto che sarebbe rimasto tale per molti anni. Quel patto, stipulato nell’autunno del 1973 tra il Ministero degli Esteri italiano e l’OLP, prevedeva che l’OLP non avrebbe compiuto attentati sul nostro territorio e in cambio l'Italia avrebbe consentito la liberazione dei guerriglieri palestinesi catturati sul suolo nazionale. 
Gli Usa, assieme ai francesi (come si vedrà qualche anno più avanti con l’attacco alla Libia), avevano lo stesso obbiettivo, quello di rovesciare Gheddafi anche se le motivazioni erano diverse. I primi per eliminare il possibile capo di una coalizione araba contro Israele, i secondi per quelle risorse energetiche, gas e petrolio, che finivano nei serbatoi dell'Eni. 
Oggi, dopo 38 anni, possiamo affermare che la tragedia di Usticafu causata, o meglio, fu la conseguenza della battaglia aerea fra due Tomcat americani e quel Mig23 libico precipitato in un canyon dei monti della Sila. Il magistrato incaricato delle indagini, alla fine del suo lavoro, affermò: "Non è forse tutta la verità, ma è certo la verità".


Argo 16 qualche mese prima dell'incidente


E’ il 23 novembre 1973 quandosi schianta Argo16 a meno di un chilometro dal deposito di fosgene della Montefibre a Marghera. Incidente? Attentato? L’aeromobile, in Radio Callsignè chiamato Argo16 che, pur non avendo alcuna scritta di riconoscimento sulla carlinga, sulle ali e sulla coda, apparteneva al 306° Gruppo, 31° Stormo dell' Aeronautica Militare Italiana e svolgeva missioni speciali per i Servizi Segreti italiani (SID e SIOS delle FF.AA.), inoltre lungo le coste adriatiche effettuava monitoraggi della rete radar jugoslava per conto del SIOS Aeronautica (Servizio Informazioni Operative e Situazione). 
Argo16 è un vecchio Dakota Dc3 dismesso, regalato dai servizi segreti americani agli italiani negli anni '50. Nei giorni successivi all’incidente fonti giornalistiche affermarono che l'aereo, registrato con il codice MM61832, fosse stato usato anche da Gladio per trasferire uomini e mezzi alla base di addestramento di Capo Marrargiu, in Sardegna e per trasportare le armi destinate ai depositi segreti dei gladiatori. 
C'erano stati quattro morti: due ufficiali e due sottufficiali dell'Aeronautica Italiana, anche se si era parlato di agenti del Sid o di appartenenti a Gladio. Le cause non furono mai chiarite del tutto. Anzi, sulla tragedia fu posto subito il sigillo del segreto di stato. Quando da Venezia, il giudice Mastelloni chiese al SID, poi SISMI, documentazioni su Argo16 questi gli risposero che non esisteva alcun fascicolo, quel velivolo non era mai esistito. 




LE ULTIME ORE DI ARGO.

Il mistero s’infittisce, dall’idea di fare scalo a Malta per una mangiata di pesce al numero delle vittime accertate e alla fine degli attentatori di Fiumicino.
Il pomeriggio precedente (22 novembre) Argo16 termina il volo da Roma e sosta per tutta la notte fermo sulla pista del Marco Polo, anziché chiuso in un hangar come avveniva di solito. Sarebbe ripartito alle 7,30 del mattino successivo con destinazione Aviano. Lo scalo a Venezia era avvenuto al rientro della missione a Malta dove sarebbero stati consegnati i palestinesi agli emissari di Gheddafi. (Quelli del fallito attacco con missili terra-aria di un aereo di linea israeliano a Fiumicino) 
A questo punto il giallo diventa ancora più fitto perché le domande non hanno risposte anzi fanno aumentare le ipotesi: Argo16 andò effettivamente a Malta o in Libia? Alla Valletta gli emissari libici non si sarebbero presentati, allora che fine avrebbero fatto i terroristi? Sul numero delle vittime accertate ci sono versioni che parlano di tre morti quando l’equipaggio era composto da quattro militari, il quarto che fine ha fatto? 
Nel corso del processo a Venezia, il generale Maletti (numero due del SID-ServizioInformazioniDifesa) dichiarò che Argo16 ritornava dalla Libia, dove aveva appena trasportato i cinque palestinesi, catturati ad Ostia dai servizi segreti italiani, mentre progettavano «di far saltare un aereo El-Al». 
«Durante il volo verso la Libia, qualcuno dell’equipaggio aveva messo in atto un'infelice idea: fermarsi a Malta per una «bella mangiata di pesce». «Una sosta infelice, viene definita dal gen. Maletti, perché vengono notati dagli agenti del Mossad e lungo la via del ritorno, Argo16 precipita». 
Purtroppo il giorno della «sosta infelice per la bella mangiata di pesce» non corrispondeva a quello dell'attentato. Durante il dibattimento era venuta a galla perfino l'esistenza di un Argo16-1 e di un Argo16-2, che scorazzavano per i cieli del Mediterraneo secondo le necessità dei vari servizi segreti italiani. Quello caduto a Porto Marghera, non sarebbe stato quello che aveva trasportato i palestinesi. 

Si aprono inchieste ma vengono chiuse senza dare risposte. 

Nel 1973 il lodo Moro era ancora coperto da Top Secret. Intanto l’Aereonautica Militare apre un’inchiesta che porterà ad affermare prima che "quel disastro era stato solo un incidente" e poi (dopo 13 anni nel 1986) che "fu fatto esplodere quale avvertimento del Mossad al Governo Italiano".  Il caso viene chiuso ed archiviato nel 1974. Riaperto nel 1986 e richiuso definitivamente nel 1999. 
Dal 1980 diverse dichiarazioni di ex militari, congedati su due piedi dopo pochi mesi dall’incidente, di testimoni ambientali ed ex agenti segreti non fanno altro che aumentare le domande senza risposte. 


RICOSTRUZIONE VEROSIMILE DEI FATTI


Area che sarebbe stata coinvolta qualora Argo16 fosse caduto sul deposito di fosgene dello stabilimento Montefibre a porto Marghera: area A) distruzione, area B) danni collaterali


Il pilota di Argo16, poco dopo il decollo dal Marco Polo, arrivato alla quota di 2.500 piedi il velivolo perde colpi, poi un’esplosione, non potendo tornare indietro (si troverebbe a pochi chilometri dall'aeroporto) cerca di compiere un atterraggio di emergenza sulla strada principale che porta a Marghera, ma precipita al suolo, a poca distanza dalla Montefibre. 
L'aereo, forse per aver toccato un traliccio dei ripetitori per le telescriventi, finì la propria corsa andando a sbattere contro la ringhiera della palazzina dove c’era la direzione dell'ufficio personale della Montefibre. 
"Vedemmo corpi maciullati, gettati, spazzolati via, addirittura la testa di un pilota fu trovata sotto un’autovettura. C'erano soldi, tanti soldi dappertutto, dentro all'aereo e che volavano attorno da tutte le parti." Così parlava l'ispettore di polizia D'Aquino, arrivato sul posto con i primi soccorsi. Inoltre affermò: "Questa storia mi puzzava, e tanto, che decidemmo di non toccare niente, aspettando l’arrivo della scientifica, perché siamo stati noi i primi ad arrivare". 
Dopo cinque minuti arriva un Capitano dei Carabinieri, "Mi dispiace per te", dice a D'Aquino, "ma questo è di competenza nostra, sono militari, e qui operiamo noi". "Eravamo troppo piccoli per condurre quell'indagine, questa è la verità, perché era tutto blindato e di conseguenza non si riusciva a sapere nulla". "Per un caso fortuito oggi riusciamo a raccontare i fatti, perché se fosse esploso il deposito di fosgene, non saremmo qui a parlarne", così si legge negli atti della deposizione dell’Ispettore D’Aquino. 


 L'attaccò all'aeroporto Leonardo Da Vinci, Fiumicino da parte  del commando palestinese di Settembre Nero


Il 17 dicembre 1973 L'attaccò all'aeroporto Leonardo Da Vinci, Fiumicino da parte del commando palestinese di Settembre Nero.Fu un massacro in cui morirono 34 persone ed il ferimento di altre 15, e all'epoca risultò essere stato il più grave attentato terroristico in Europa. 
I cinque palestinesi provenienti da Madrid, quando arrivarono alla barriera del controllo passaporti (allora i sistemi di controllo erano in effetti inesistenti), tirarono fuori le armi e presero in ostaggio sei agenti di PS. 
Il gruppo si divise: uno con gli ostaggi si diresse verso ilgate14, mentre l’altro iniziò a sparare contro le vetrate per poter uscire direttamente sulla pista. Si diressero verso il Boeing 707 della Pan Am, volo Beirut-Teheran, e vi gettarono all'interno due bombe al fosforo uccidendo 30 passeggeri. Dopo essersi impadroniti di un aereo Lufthansa, pronto sulla pista per il decollo, fecero salire alcuni ostaggi tra cui i sei agenti di PS e costrinsero l'equipaggio, che già era a bordo, a decollare. Qui uccisero il tecnico della società Asa, il cui corpo venne gettato sulla pista dello scalo di Atene dove l'aereo aveva potuto fermarsi, dopo che molti aeroporti negarono l'atterraggio, infine l'aereo arrivò all'aeroporto di Kuwait City dove vennero liberati gli ostaggi. 

I resti del PanAm dopo l'attacco con granate al fosforo


I terroristi, pur negoziando la loro fuga, vennero catturati poco dopo dalle autorità del Kuwait che, dopo averli interrogati, decisero di non sottoporli a processo ma di consegnarli all'OLP - Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Per la politica “filo-araba”dell’Italia, ci fu chi insinuò la complicità tra i servizi segreti italiani e i terroristi. Quella strage, oggi, è stata quasi dimenticata, come i collegamenti che c'erano con altri eventi. 

1980USTICA, il 27 giugno viene abbattuto il Dc-9 dell’Itavia. (Purtroppo le vicende sono note a tutti)Al rientro sulla Saratoga, da una missione speciale, due Phantom risultano disarmati e scarichi, e secondo le voci di coperta avrebbero abbattuto altrettanti Mig libici in volo proprio lungo la traiettoria aerea del Dc9. I due aerei di ricognizione, secondo le affermazioni ufficiali Usa, avevano (o avrebbero?) evitato l’attacco alla portaerei da parte libica. 
Nel sito di AirDisaster vengono elencati gli altri tre incidenti "strani" che hanno coinvolto i velivoli dell’Itavia nei venti anni precedenti: quello del 14 ottobre del 1960, avvenuto sull'isola d'Elba, quello del 30 marzo del 1963, nel quale un Dc3 è precipitato nei pressi di Sora, e quello del Fokker F-28 avvenuto a Torino il primo gennaio del 1974. Tutti incidenti ancora avvolti da un velo di mistero. 

27 giugno del 1980, un imprenditore lombardo in vacanza a Sellia Marina (CZ) assiste ad un fatto accaduto poco dopo le 21, quando nessun telegiornale aveva ancora lanciato la notizia della tragedia di Ustica, e racconta del Mig libico schiantatosi in un canyon della Sila: 
« Quel giorno io e mia moglie eravamo in Calabria, a Sellia Marina precisamente, e alloggiavamo al Triton. Prima di andare a cena eravamo sul terrazzo. Guardavamo le montagne della Sila, erano circa le 21 e 05, massimo le 21 e 10. Guardavamo in direzione di Sersale e in lontananza, proprio verso la Sila, si vedevano come dei fuochi d’artificio. La cosa strana era che erano solamente orizzontali: raffiche velocissime che avevano lo stesso colore della luce emessa dalle lampadine a filamento, e quei bagliori sono durati almeno un minuto. Ho guardato meglio, c’era ancora luce, e ho visto che c’erano due aerei in salita verso Crotone: ho avuto la sensazione che uno rincorresse l’altro sparandogli. Dopo alcuni minuti, forse cinque, ma anche meno, ne ho visti altri due, li ho sentiti arrivare alle mie spalle, potrebbero aver sorvolato Catanzaro, venivano da Sud-Sud-Ovest. Volavano a bassissima quota, a pelo d’acqua e paralleli in direzione di Capo Rizzuto. Sono sicuro che quelli sul mare erano dei caccia militari, colore verde mimetico e sotto le ali non avevano coccarde. Negli anni successivi mi sono documentato, ho guardato decine di foto, per me erano due F-16. Poi mi hanno detto che di quel colore li avevano solo gli israeliani. » 
Il primo medico che esaminò il cadavere del pilota del Mig affermò che era deceduto da circa venti giorni. Sembra che quel medico, qualche mese dopo, subì un’aggressione a sangue all’aeroporto di Caselle a Torino e poi fu costretto a cambiare versione e sostenere che quel cadavere non era in avanzato stato di decomposizione. Affermazioni e riscontri che fanno aumentare i dubbi sulle versioni ufficiali e le domande senza risposta non mancano:  

- Causa della caduta, era rimasto senza carburante. 

- Ezzedin Fadah El Khalil, il pilota 30enne siriano di origine palestinesealla guida del Mig23 libico, perché indossava stivali e tuta della nostra Aeronautica militare? 
Inoltre il biglietto bruciacchiato trovato tra i rottami, con scritto a mano in arabo "io sottoscritto pilota (nome del pilota) colpevole dell’abbattimento e della morte di tanti …", era una dichiarazione di responsabilità del pilota, scritta prima dell’incidente o prima di morire o addirittura postuma all’abbattimento e messo tra i rottami dai primi investigatori giunti sul posto? 

- La sera del 27 giugno, due nostri agenti dei Servizi segreti militarisi trovavano a Monte Scuro, sulla Sila, dove poi furono rimandati il 18 luglio a vedere ufficialmente i resti del Mig che avevano già visto segretamente il 27 giugno. Cosa successe in quei 21 giorni al Ministero della Difesa, ai vertici dei Servizi Segreti? 

- Perché i medici anatomopatologi, incaricati dal PM che gestiva le indagini, furono costretti a scrivere una seconda relazione?Per quali motivi doveva essere diversa da quella del primo medico in cui affermava che il corpo era stato trovato in avanzato stato di decomposizione, e che, dopo l’aggressione subìta all’aeroporto di Torino-Caselle, dovette cambiarla pure lui. Nella seconda relazione il pilota era "appena deceduto" con il sangue rappreso, nonostante fossero trascorse diverse giornate molto assolate con temperature molto alte tra il l’incidente ed il ritrovamento? 

- Gli esperti dell’Aeronautica diranno che i buchi sulle lamiere sulla carlinga del Mig23 non c’erano al momento della caduta. Oggi agli atti risulta che quei buchi furono fatti dopo l’incidente dalla nostra Aeronautica per dei test. - Un Mig libico entra nello spazio aereo italiano quando nel basso Mediterraneo è in corso un’imponente esercitazione della Nato, la "Natinad Demon Jam V". Com’è possibile? Una svista ordinata dall’alto? Una strana leggerezza della nostra intelligence nei rapporti con gli americani? 

Testimoni calabresi affermano di aver visto, da angolazioni e da località diverse, gli stessi fatti alla stessa ora,senza sapere che accadevano contemporaneamente alla tragedia di Ustica. - Perché alcuni militari in servizio alla base di Milazzo dell’Aeronautica Militare dopo quella notte furono trasferiti a Firenze? Per quali motivi i resti di quell’aereo interessavano alla Cia, al Sismi, al Sios (Servizio Informazioni dell’Aeronautica), oltre ai servizi segreti francesi e di mezza Europa occidentale? 

A cosa voleva alludere Giovanni Spadolini, ministro della Difesaal tempo dei fatti, quando disse ai giornalisti “… se scoprite cos’è successo al Mig troverete la chiave per capire la strage di Ustica?  

Come mai le prove importanti di questo caso (Mig libico) sparironocome quelle di Ustica? 

Su quali basi di verità si fondano le dichiarazioni di ex agenti segreti (anche italiani) che lo scontro in Calabria avvenne tra 2 aerei libici, 2 americani e due francesi, anche se qualcun’altro afferma che c’erano gli israeliani al posto dei francesi, questi sarebbero arrivati invece sulla scena a duello concluso dopo l’abbattimento del Mig. 

1985SIGONELLA, nella notte tra il 10 e l'11 ottobre del 1985, Bettino Craxi osò sfidare gli USAdi Donald Reagan e a Sigonella, dove c’era una base americana. Il nostro premier difese la sovranità nazionale schierando i carabinieri contro i marines, ma segnò la sua fine politica con l’esilio in Libia ad Hammamet dove morì. 
Il governo italiano era così composto: COSSIGA, presidente Repubblica; CRAXI, presidente Consiglio; SPADOLINI, ministro della Difesa (filoamericano); ANDREOTTI, ministro degli Esteri (filo palestinese e capo dell’unità di crisi). Ha inizio il braccio di ferro telefonico tra Reagan e Craxi che vinse difendendo la sovranità nazionale. Da quel momento iniziò la sua parabola discendente che si concluse con l'esilio ad Hammamet. 


Aeroporto della base di Sigonella, momento in cui i Navy SEALs circondano i Carabinieri (anello interno) e poi, dopo questo scatto fotografico, arrivano altri Carabinieri che si schierano con i mezzi blindati, formando un terzo cerchio. Ha inizio il braccio di ferro telefonico tra Reagan e Craxi che vinse difendendo la sovranità nazionale. Da quel momento iniziò la sua parabola discendente che si concluse con l'esilio ad Hammamet


Il Boeing 737 Egyptair, con a bordo i terroristi che avevano sequestrato la nostra nave da crociera Achille Lauro,viene fatto atterrare sulla parte italiana della pista della base militare di Sigonella, per essere poi bloccato e circondato dai nostri militari, i quali a loro volta vengono circondati con armi spianate da 60 Navy SEALs, gli incursori americani atterrati senza alcuna autorizzazione. Arrivano due battaglioni di carabinieri che circondano gli americani e spianano pure loro le armi verso gli americani. Se ci fosse stato un conflitto a fuoco, i SEALs avrebbero avuto la peggio, ma l’Italia sarebbe passata giocoforza dalla parte dei dirottatori e avrebbe annullato tutti gli accordi in essere con gli americani che avevano basi militari sul nostro territorio tra cui Aviano, al tempo contenente testate nucleari. Reagan telefona a Craxi pretendendo che dirottatori e mediatori vengano messi in galera al contrario di Craxi che lo vuole solo per i dirottatori tenendo i mediatori sotto sorveglianza, Ledeen fa da interprete visto che conosce sia l’italiano che Craxi, ma traduce che il presidende USA li vuole tutti in galera. Craxi capisce che c’è qualcosa che non funziona e quindi decide di disobbedire. 
Nel contempo Mubabarak (presidente egiziano) blocca l’Achille Lauro e trattiene tutti i passeggeri, dicendo che non usciranno dal porto finché Abbas (uno dei mediatori) non sarà decollato da Sigonella. 
Craxi ordina il decollo del 737 e di farlo atterrare a Ciampino. Viene scortato da 4 nostri F-104 che bloccano il tentativo di dirottare il Boing dei due F-14 americani partiti dalla USS Saratoga.  I due mediatori devono uscire dall’Italia per non essere consegnati agli americani, vengono trasferiti ed imbarcati su un volo di linea yugoslavo diretto a Belgrado. 
Regan, l’ambasciatore USA a Roma e Ledeen si arrabbiano molto. Abu Abbas viene catturato nell’aprile del 2003 dai SEALs in Iraq. Protetto da Saddam Hussein viveva da esule in una villa di Baghdad. Muore nel 2004 in carcere, ufficialmente per un attacco cardiaco. 
Senza l’Italia gli USA avrebbero perso non solo il Mediterraneo ma la certezza di avere un fronte contro la Russia. 

1986 La procura di Venezia riapre il caso Argo16. 

1997– L'inchiesta condotta dell'allora giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni si indirizzò verso l'ipotesi di sabotaggio da parte dei servizi segreti israeliani come ritorsione contro l'Italia per aver trasportato in Libia, proprio con Argo16, due dei cinque palestinesi accusati di aver organizzato ad Ostia un attentato contro un aereo delle linee israeliane con l’uso di missili terra-aria. 
Il p.m. incrimina 22 ufficiali dell’Aeronautica militare con l’accusa di “soppressione, falsificazione e sottrazione di atti concernenti la sicurezza dello Stato”. A suo giudizio "coloro che negli anni si sono occupati dell’inchiesta hanno sistematicamente occultato, falsato o distrutto ogni elemento che poteva portare sulla strada giusta". 
Vengono accusati di strage Zvi Zamir, ex capo del Mossad, e Asa Leven, direttore del Mossad in Italia all’epoca degli incidenti aerei. 

1999 - chiusura definitiva del processoIl 16 dicembre 1999 i giudici chiusero il processo stabilendo che l'aereo cadde per un'avaria o per un errore del pilota e l'ex-capo del Mossad, Zvi Zamir, venne assolto dall’accusa di strage perché il fatto non sussisteva. 

Oggi quel deposito di fosgene non esiste più: sarebbe stato smantellato ed il sito bonificato nel 2007.
 Da allora la DowChemical, secondo colosso mondiale della chimica, ha iniziato le operazioni necessarie alla chiusura definitiva del sito produttivo. 




Fonte: rsr di Gianni Cecchinato, da Facebook di sabato 2 marzo 2019 

Fonte. dal Veneto al mondo del 24 marzo 2018

giovedì 7 marzo 2019

L'ORIGINE REMOTA DEL CARNEVALE VERONESE

Papà del gnoco 


L'origine remota del Carnevale Veronese secondo le teorie del grande studioso scaligero Umberto Grancelli, fautore del grande testo sulla rinascita e rifondazione della città "nova" di Verona; voluta dal nascente Impero Romano e attuata sotto precisi dettami esoterici. 


IL CARNEVALE VERONESE 

Non è fuor luogo ammettere che il Carnevale Veronese trovi le sue origini nelle antiche corse dei Palio, sancite dallo Statuto Albertino e che trovano magistrale eco nel canto XV dell'Inferno della Divina Commedia. "E parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde''Narra la tradizione, riportata dagli storici dell'umanesimo, che Ezzelino, dopo aver vinto la fazione dei Sanbonifacio, rientrò a Verona nella prima domenica di Quaresima del 1208 con entusiasmo e con giostre e tornei; si stabilì che ogni anno si corresse il Palio, al quale per rinnovati trionfi accorrevano molti onorati cavalieri e nobilissime dame da molte parti d'Italia. 


Umberto Grancelli


Umberto Grancelli, in una dissertazione apparsa su Vita Veronese nel 1954, lanciava l'ipotesi che il Carnevale Veronese abbia origini ben più remote dalle corse dei Palio, facendolo risalire all'epoca pagana, e che la manifestazione dei Bacanal trovi analogia con gli antichi riti dei ciclo di Cerere Demetra. 

Adriano Valerini scrive in Le bellezze di Verona: "in qual parte non si leggono i dotti scritti di Tommaso Da Vico, nuovo Esculapio?". Doveva essere anche una personalità preminente nella vita pubblica veronese, perché il 15 gennaio 1528 lo troviamo alla testa di quella famosa cavalcata di gentiluomini che andò incontro al Vescovo Giammatteo Giberti, che giungeva da Roma per prendere possesso della Diocesi di Verona. 

Narra il Dalla Corte che in seguito alle replicate inondazioni dell'Adige, avvenute nel 1520 e nel 1531, e alle devastazioni commesse dalle truppe tedesche nel veronese, mentre infuriava la guerra in Lombardia tra Carlo V e Francesco I, Verona rimaneva oppressa da una terribile carestia. 

"Il 18 giugno 1531 corse gran pericolo la città nostra per sollevazione dei popolo cagionata per non aver voluto i pistori, cresciuto il calmíero, far pane, né vendere il tutto, ma lo tenevano nei cassoni serrato; e scriversi che il grano era venduto a soldi quaranta al minale; e così gran numero di gente corse alla piazza, e spezzarono detti cassoni, e misero a sacco il pane, e fecero altri disordini; ma riuscì con assai manco male di quello che da principio era stimato, bastonando a quel furioso popolo d'essersi sfogato solamente contro i pistori, come cagion sola di tutto il male". 

Per prevenire ogni tentativo di rivolta, furono eletti alcuni cittadini; vuole la tradizione che fra questi vi fosse il Da Vico, per opera del quale ebbe inizio il Bacanal del Gnoco, facendo distribuire al popolo di S. Zeno, nel venerdì ultimo di Carnevale, pane, farina, burro, formaggio e vino. 

Vuole ancora che Tommaso Da Vico lasciasse per testamento un legato, affinché la distribuzione dei generi alimentari venisse fatta tutti gli anni al popolo di S. Zeno nel giorno di venerdì grasso, detto Venerdì Gnocolar.

Gli storici hanno provato molta soddisfazione a rovistare nelle vecchie carte per poter trovare il documento. Così anche nei riguardi del Da Vico ebbero buon gioco: il testamento esiste e si trova presso la sezione di Verona degli Archivi di Stato, porta il n. 128, dettato il 13 maggio 1531 presso il notaio Bonifacio di Sebastiano Dalla Mano. Tre pagine con scrittura minuta, fitta e quasi illeggibile; in esso, il dott. Tommaso Da Vico fu Bartolomeo, degente a letto ma sano di mente, dispone di essere sepolto vicino alla chiesa di S. Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri nel giorno di Venerdì Gnocolar.  

Ancor oggi esaltiamo un veronesissimo fenomeno che può dirsi unico nella storia dei Carnevale, dopo secoli di scenario carico di brio; intendiamo mantenere un patrimonio costantemente carico di straordinaria vitalità. Indubbiamente siamo un pregio, un'immagine di autentica cultura; le invettive a volte ci hanno danneggiato ma, nel contempo, ci hanno dato l'energia per trovare la forza di continuare. 

Oggi questo Carnevale lo dobbiamo approfondire e studiare per esercitarlo, lo spirito che ci anima è imbevuto di passione e di logica, siamo nelle vantaggiose condizioni di misurarci con tutti nella ragione, mentre sulle origini dei Carnevale ci reputiamo progenitori a cui, con tipica espressione, spetterebbe il titolo di creatori in termini eruditi.
Continuando con prestanza il nostro lavoro, alleviando le sofferte attese del Carnevale nostro dove la latitanza non deve esistere, chi ancora ci attende nel mirino della delusione deve abbassare il tiro perché la gente ha tuttora bisogno di ritrovare la gioia nel vivere. Ormai la viva attesa di nuovi eventi ha invaso la nostra responsabilità, come autentici custodi, inseguendo il futuro se vogliamo avere il diritto di vivere e lasciare una completa definita realtà in mano ai posteri. Perciò allontaniamo ogni disagio ad abbattere le barriere che hanno impedito, ritardando la nostra prestanza nelle sofferte attese del Carnevale.

Fonte:  Da Luigi Pellini.blogspot del  20 aprile 2012 

mercoledì 6 marzo 2019

DIO È ALTROVE….LA DERIVA DELL'ARCHITETTURA SACRA MODERNA



La chiesa di Palù appena ristrutturata in provincia di Verona! L'orribile senza storia nella Bassa Veronese.




La vecchia chiesa restaurata per altri usi  dopo essere stata lasciata nell'abbandono per 30 anni




DIO È ALTROVE…


Le Chiese costruite dalle archistar fanno schifo, e Dio è traslocato altrove. Un saggio corrosivo di Angelo Crespi ...

Costruito da dio. Perché le chiese contemporanee sono brutte e i musei sono diventati le nuove cattedrali” 



 Nuova Chiesa di San Paolo a Foligno, Foligno

"Chiediamoci: queste chiese sono davvero orrende? Se sul bello oggettivo molti nicchiamo, convinti che il nostro personale gusto sia imprescindibile nel valutare una cosa, sul brutto oggettivo ci troviamo d’accordo. Se una cosa è brutta spesso lo è in modo oggettivo e totalmente irredimibile. Tralasciamo per clemenza le chiese di periferia frutto delle scarne linee guida della Cei e progettate da oscuri architetti, e concentriamoci invece sulle elaborazioni delle archistar che hanno misurato il proprio ingegno anche nel campo del sacro. Edifici che – spesso in opposizione, spesso in ossequio alla disciplina postconciliare – sono o anonimi e cheap, oppure magniloquenti nella “ricerca forzata della monumentalità”, oppure frutto di mera esibizione strutturale, ma il risultato non cambia.

La chiesa del Santo Volto a Torino, disegnata da Mario Botta, è stata consacrata nel 2006. È un edificio a pianta centrale di dodicimila metri quadrati con sette torri perimetrali alte trentacinque metri, tutto in pietra rossa nel tipico stile dell’architetto svizzero. 

Chiesa del Santo Volto a Torino


Il quartiere, sugli argini della Dora Riparia, un tempo a vocazione industriale, è stato – come si è soliti dire – riqualificato con un museo dell’ambiente, un cinema multisala, un ipermercato, uno skatepark e, appunto, una chiesa che tristemente assomiglia a una centrale atomica con le prese d’aria di un mostruoso aspirapolvere, quasi si volesse acchiappare Dio con un marchingegno degno di Ghostbuster. 
Potrebbe essere scambiata benissimo per un magniloquente salone congressi, e di fatto lo è: sotto la chiesa al posto della cripta (dove nei secoli addietro si usava custodire le spoglie dei martiri o dei santi) ci sono settecento posti a sedere, una enorme sala attrezzata “con strumenti audiovisivi, microfoni, pc, videoproiettore ed è previ- sta l’assistenza tecnica in sede e la presenza di hostess. Il centro ha un’ampia hall e un accogliente foyer, aree idonee anche per mostre, esposizioni e catering. Sono infine presenti luminosi spazi per la reception e la segreteria. Disponibili, inoltre, la sala Perazzo da novantanove posti e sei salette da cinquanta posti attrezzate per incontri e meeting”.

Certo, anche le antiche abbazie servivano a molte cose e potevano ospitare moltitudini di fedeli per diversi motivi, ma vi aleggiava un alito di sacro che sembra essere escluso dalla mission del centro congressi Santo Volto, nato con il preciso obiettivo «di divenire fulcro catalizzatore delle tematiche di maggior interesse tecnoscientifico, culturale, sociale e di attualità, nonché di confronto tra mondo laico e cattolico, in una prospettiva etica e valoriale», manco ci si dovesse firmare all’interno il compromesso storico o i Patti lateranensi. 
L’edificio, costato una trentina di milioni di euro, è completato da una torre campanaria all’incontrario, dato che le campane si trovano ai piedi della ciminiera, riadattata alla bisogna avvolgendovi un filo metallico elicoidale con una croce sulla cima che la rende molto gabbia di Faraday. 

La chiesa di Richard Meier a Roma sembra invece una piscina. Uno di quegli orribili poliplessi natatori che inorgogliscono i capoluoghi di provincia. Si trova nel quartiere popolare Tor Tre Teste ed è dedicata a Dio Padre Misericordioso, misericordia che Dio Padre crediamo debba esercitare al massimo grado davanti alle vele dell’archistar statunitense. 


Chiesa  di Dio Padre Misericordioso


L’edificio, consacrato nel 2003, è una delle nuove chiese sorte nella periferia romana dopo il Concilio Vaticano II e poi in occasione del Giubileo del 2000, una di quelle che Antonio Paolucci criticava perché troppo simili a musei e grandi magazzini. E fa parte di quei quasi cinquanta luoghi di culto spuntati nella capitale a seguito della campagna promossa nei primi anni novanta dall’allora cardinale vicario Camillo Ruini: quod non fecerunt Barberini, fecit Ruini. 
Il segno distintivo di Meier si imprime nelle vele che raggiungono i ventisei metri di altezza, rigorosamente in cemento mangiasmog in ossequio alla cultura ecologistica della postmodernità, e rappresentano appunto le vele – a dire dell’architetto – della «barca della Chiesa» che ci «condurranno verso un nuovo mondo». Una ben augurante profezia in stile Orietta Berti per cui finché la barca va, lasciala andare.

Il cemento è uno dei must dell’architettura moderna applicata alle chiese. Al suo fascino non si sottrae neanche Massimiliano Fuksas nel progettare la chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno, un monolitico cubo in calcestruzzo armato, consacrato nel 2009 come atto di riparazione dei danni del terremoto umbro-marchigiano del 1997. 




L’edificio, concepito come una scatola nella scatola di trenta metri di lunghezza e ventisei di altezza, dal costo di tre milioni di euro, è di una tracotanza epocale, nonché fuori contesto rispetto al territorio (ma proprio così voleva l’architetto romano), cioè la tipica cittadina umbra dai tetti rossi. 
Fuksas, che a meno di una senile conversione immaginiamo se non ateo almeno agnostico, stando alle rivoluzionarie e giovanili esuberanze di matrice comunista, tratteggia con la sua scatola di cemento una teofania negativa, una via negationis molto interessante ed efficace per dimostrare l’esistenza di Dio: certi che Dio non possa abitare un luogo di tanta bruttezza, ragionando a contrario Egli potrebbe esistere in ogni altro dove, per cui il mondo risplenderebbe tutto della presenza divina tranne quel piccolo cubo. E per questo ce ne faremo una ragione. 
Ragione che non riescono a farsi i fedeli folignati: a Natale di un paio di anni fa non hanno resistito al freddo intenso che regnava nel cubo fuksasiano, cosicché la messa venne celebrata nel salone parrocchiale attiguo e si decise per il trasferimento delle liturgie, almeno fino al disgelo. 
La questione ha un vago sapore teologico: Dante rappresenta il centro dell’Inferno come una ghiacciaia, il Cocito, dove è imprigionato Satana. La Conferenza episcopale italiana non deve avere troppa confidenza con la Divina Commedia, tanto da aver approvato la chiesa di Fuksas che già nella forma ricorda un diabolico frigorifero. I parrocchiani si sono lamentati che spesso dentro la navata faccia addirittura più freddo di fuori, che le correnti d’aria gelida mettano a repentaglio la salute degli officianti e dei credenti. E non è prevista facile soluzione. Don Giovanni Zampa, uno dei parroci, spiega che il problema è stato affrontato, ma «purtroppo l’edificio ha dei vincoli estetici posti dal progettista che non ci consentono di intervenire». 
Piuttosto che i caloriferi, pensa Fuksas, muoiano i cristiani.
(Angelo Crespi Editore, 2017)


Fonte:  da Luigi Pellini  del 19 febbraio  2019 

martedì 5 marzo 2019

L’UMILTA’ NON FA RUMORE…





Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò ad una curva e dopo un breve silenzio mi domandò:

“Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?”

Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi:

“Il rumore di un carretto”.

“Giusto – mi disse -. È un carretto vuoto”.

Io gli domandai:

“Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?”.

Mi rispose:

“E’ facile capire quando un carretto è vuoto, dal momento che quanto più è vuoto, tanto più fa rumore”.

Divenni adulta e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice:
Quanto più il carretto è vuoto, tanto più fa rumore”.


Fonte: da bacheca.chatta.it del  6 marzo 2015 

lunedì 4 marzo 2019

ANCHE UMILIATO, MIO PADRE OPERAIO ODORAVA DI DIGNITÀ




“Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.

Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.

L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.

L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.

L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.

L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.




Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).

Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.

Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.
Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità 

(Luca Mazzucco, “Lettera del figlio di un operaio”, dal sito del Movimento per la Decrescita Felice, www.decrescitafelice.itRiproponiamo questa lettera, pubblicata per la prima volta il 4 ottobre 2010).

Fonte: Da Libre del 4 ottobre 2010  




domenica 3 marzo 2019

COME SI DOVEVA LAVORARE PER MORIRE A MARGHERA (1917-2017)





Oggi l'ambientalismo è un argomento che coinvolge tutti. Le manifestazioni di inciviltà sono all'ordine del giorno: dalla scoperta di discariche abusive di rifiuti tossici alla discarica urbana lungo le strade con tutto ciò che riempiva cantine e soffitte. 
Tra tutti quelli che parlano di salvaguardia dell'ambiente quanti sono quelli che conoscono i disastri che l'uomo ha fatto progettando gli insediamenti industriali, come quelli di Marghera, con lo sconvolgimento di un territorio delicato a cavallo tra laguna e terraferma, solo per il potere e per arricchimento in nome del progresso. 
E' vero che, alla fine del 1800, il futuro economico di Venezia si trovava ad un bivio. O rimanere in laguna e morire per mancanza di spazi e soccombere all'incalzante sviluppo tecnologico/industriale che avveniva nel nord Europa abbinato al tramonto degli scambi con il Medio Oriente, oppure lasciare la laguna per tentare la strada della terraferma (sarebbe stata la prima volta negli oltre mille anni della sua storia che Venezia usciva dall'isolamento garantito dall'acqua). 
Senza entrare nel merito delle origini delle società finanziarie e delle componenti politiche che avviarono il processo di insediamento e di sviluppo, mi permetto raccontare quello che successe sulla base delle memorie familiari, delle cronache del tempo e delle notizie trovate in occasione del centenario della sua fondazione. Diventa fondamentale non perdere le memorie sulle condizioni di lavoro a cavallo delle due guerre mondiali. 

Alla MONTECATINIFERTILIZZANTI  l’operazione di riempire i sacchi del concime veniva dato in appalto a ditte esterne essendo considerata pericolosa per i dipendenti. 

Alla SAVA i forni che producevano alluminio e allumina erano disposti nei capannoni su quattro file, in un ambiente in cui le temperature raggiungevano i 70-80°C, essendo il punto di fusione dell’alluminio a 1200 gradi. Gli addetti non avevano molte protezioni, la loro tutela era affidata al caso e all’ingegno personale. 
Gli operai lavoravano direttamente sopra il forno essendo costretti, per prelevare il metallo, a rompere con delle barre la superficie solida che si formava. Questo procedimento provocava pericolosi schizzi di alluminio incandescente. I martelli pneumatici, al posto delle barre per spezzare la superficie solida, furono introdotti solo nel 1955. Comunque il calore e il carico di lavoro provocavano un elevato numero d’infortuni e malattie come pleuriti, bronchiti, polmoniti, eczemi e reumatismi. 

Alla VETROCOKEAZOTATI il lavoro era particolarmente pericoloso a causa dell’uso del gas ad alta pressione in alcuni reparti; qui gli operai lamentavano continui dolori. 

Le peggiori condizioni ambientali erano quelle del PETROLCHIMICOdove il lavoro veniva svolto senza alcuna protezione, in ambienti poco aerati, angusti, pieni di fumo e con temperature molto alte. Sempre con il rischio di fughe di gas. Mercurio e cloro allo stato gassoso venivano respirati non essendo previste maschere antigas o cappe aspiranti. Molti lavoratori soffrivano di eruzioni cutanee, dovevano operare in mezzo ai campi elettro-magnetici, inoltre il fumo dall’inconfondibile cattivo odore e dal colorito giallognolo che usciva dai camini provocava eritemi ed eruzioni cutanee anche a distanza di anni. 

Il CVM (cloruro di vinile monomero), una delle produzioni principali del PETROLCHIMICO, è un gas incolore e dolciastro, i cui danni all’organismo andavano dal calo del desiderio sessuale al tumore al fegato, l’angiosarcoma epatico; se respirato a concentrazioni alte provocava alterazione dello stato psicofisico, tanto che esisteva, nel gergo operaio, la “sbronza” da Cvm. Ma la voce che fosse usato negli ospedali, per anestetizzare i pazienti, rassicurava i lavoratori. Il Cvm aveva anche la proprietà di raffreddare e d’estate non era raro che fosse utilizzato per tenere al fresco angurie e lattine di birra. 
Negli anni ’50-‘60 non si parlava di concentrazioni limite di gas e vapori nel luogo di lavoro, e gli operai dovevano svolgere mansioni a diretto contatto con il Cvm/Pvc nelle diverse fasi del ciclo produttivo: nei reparti di produzione del Cvme del suo stoccaggio; nei reparti di polimerizzazione del Cvme di essiccamento del Pvc; nella trasformazione del Pvc; nello stoccaggio, insaccamento e spedizione del Pvc.
Le condizioni del reparto di polimerizzazione in emulsione, il Cv6, dove il cloruro di vinile veniva trasformato in Pvc, (la plastica più comune) erano estremamente dure. Gli operai avevano pure il compito di eseguire la pulizia interna delle autoclavi e quando gli addetti vi si calavano dicevano che “andavano nel ventre perfido di queste balene per grattargli la pancia”. 
Lavoravano per ore a temperature elevate tra polvere e gas, armati di mazza e scalpello per scrostarne le pareti, sospesi come burattini alle funi di sicurezza. Quando uscivano dalle autoclavi o dai reparti erano ricoperti di una finissima polvere bianca che provocava irritazioni agli occhi e alle vie respiratorie. 
Negli anni sessanta nei reparti dove veniva lavorato il Cvminiziò a diffondersi il “morbo di Reynaud”(sclerosi precoce detta delle ‘mani bianche’, che rende fredde le estremità delle articolazioni). 
Usando un linguaggio tecnico, quella petrolchimica era un’industria ad “alta intensità di capitale” e a “bassa intensità di lavoro” in quanto a fronte di elevati investimenti per avviarla serviva un ridotto numero di personale rispetto ad altre aziende meccaniche o tessili. 
I livelli di concentrazione di Cvm negli anni ’80 calavano, non certo per la volontà del nuovo management attraverso la manutenzione o l’ammodernamento degli impianti ma per la riduzione del personale o per il ricorso alla cassa integrazione. 
Fin dai primi anni settanta le cronache locali raccontavano di ricorrenti esplosioni di serbatoi adibiti allo stoccaggio di Pvc, fughe ed emissioni di Cvm, ammoniaca, fosgene (prodotto asfissiante altamente pericoloso) ed altre sostanze chimiche ma col passare del tempo lo stato degli impianti e dei luoghi di lavoro peggiorava giorno dopo giorno per la mancanza di manutenzione. 
Paradossalmente, in fabbrica tutto continuava come prima, mentre miglioravano le conoscenze sulle patologie causate da Cvm/Pvc.  Il crollo degli standard di sicurezza e ambientali, rispetto alle nuove tecnologie che arrivavano sul mercato, fu provocato dalle scelte di non fare manutenzioni. 

SMALTIMENTO DEI RIFIUTI CHIMICILo smaltimento dei rifiuti chimici, da sempre bruciati nelle centrali termoelettriche del petrolchimico e poi scaricati nelle aree interne o nelle discariche in terraferma, assunse aspetti drammatici anche perché i rifiuti liquidi, circa 20.000 tonnellate all’anno, venivano direttamente riversati in laguna. 
Il dossier “Morte a Venezia”, pubblicato nel 1995 da Greenpeace e realizzato con la collaborazione con l’Ist. Sup. di Sanità, denunciò per la prima volta il rischio diossina nella laguna di Venezia, la cui concentrazione nel canale vicino al petrolchimico era doppia rispetto quella del fiume Reno (prov.BO-FE). 

CLIMA DI LAVOROFino al 1925, anno in cui vennero soppresse a seguito del patto Vidoni, le Commissioni interne rappresentavano gli operai, un organismo unitario elettivo nato nei primi anni del Novecento. Dal 1943 il loro ruolo fu quello di vigilare sul rispetto dei contratti di lavoro e sulla salvaguardia dei diritti acquisiti, ma senza alcun potere nelle contrattazioni. Nel 1945 arrivano le prime rivendicazioni, con uno sciopero generale che bloccò quasi tutte le aziende di Marghera, ed ebbero come principale obiettivo l’aumento salariale e l’adeguamento al costo della vita. 
Per tutti gli anni Cinquanta, al Petrolchimico vigeva un clima di intimidazione volto a limitare ogni forma di rivendicazione e di lotta e le libertà sindacali erano assai ridotte. Testimoni raccontano che ex poliziotti ed ex guardie carcerarie, chiamati “capo bastone”, controllavano i reparti, oltre che il perimetro degli stabilimenti. L’azienda utilizzava modi un po’ particolari di vigilare sulla condotta dei dipendenti: ai lavoratori zelanti toccavano “omaggi” che il sindacato della Cgil definiva “premi antisciopero”; a coloro che invece avevano lavorato in modo “inferiore al normale” venivano inviate lettere di ammonizione. 

Nel marzo 1950 ai CANTIERI BREDA si aprì una lunga e drammatica fase di scioperi e occupazioni per protestare contro i licenziamenti realizzati dall’azienda a seguito della crisi dovuta alla fine delle commesse belliche. In quell’occasione la polizia sparò sui lavoratori, avvenimento raccontato con ricchezza di particolari da e da

All’ILVA, nel 1953 ad esempio, alcuni operai vennero licenziati perché avevano fatto entrare dei rappresentanti sindacali, ai quali, tra l’altro, era vietato affiggere volantini o manifesti negli ambienti di lavoro o circolare liberamente tra i reparti. Inoltre gli attivisti sindacali erano emarginati e isolati all’interno della fabbrica e in alcune situazioni potevano essere licenziati. 
Nel complesso gli anni Cinquanta vanno considerati come anni di debolezza delle lotte operaie e del movimento sindacale; i risultati ottenuti non sono stati di grande rilievo, sia sotto il profilo della difesa dell’occupazione (i licenziamenti furono particolarmente pesanti a causa delle ristrutturazioni tecnologiche) sia del miglioramento delle condizioni lavorative (orari, salari). 

ORARI LAVOROalla VETROCOKE. Per tutti gli anni ‘50 si lavorò 42 ore settimanali (con 4 ore di recupero), con un riposo settimanale di 24 h. Il meccanismo dei turni fu elaborato in modo che il giorno di riposo cadesse solo ogni due mesi lavorativi. 

PROTEZIONI USATE, peggio che in miniera.Gli operai usavano per controllare le fughe di gas delle gabbiette contenenti dei cardellini e se questi morivano era il segnale che dovevano scappare all’aperto. Il calore prodotto dai forni della SAVAdove si produceva l’alluminio, era tale da obbligare gli operai a spalmarsi sul viso la vaselina per proteggersi dalle ustioni. 


Fonte da Facebook di GIANNI CECCHINATO·VENERDÌ 1 MARZO 2019


venerdì 1 marzo 2019

BUON CAPODANNO VENETO 2019




Batter Marzo o Chiamar Marzo,   bassorilievo del  primo mese dell’anno, sul protiro della Chiesa di San  Zeno…Buon Capodanno Veneto!



Fino al 153 a.C. i romani iniziavano l’anno nuovo con il primo di marzo, da questa data in poi adottarono invece il primo di gennaio.
Ma con il crollo dell’Impero romano, i diversi regimi che seguirono adottarono invece scelsero calendari diversi, mentre i cristiani mantennero la fedeltà al Calendario Giuliano, pur adottando date di inizio anno differenti.

La Serenissima Repubblica continuo   a far iniziare l’anno il 1 Marzo. Infatti ancora oggi il calendario risente di questa data per cui a partire da Marzo, il mese della rinascita, si contano i dieci mesi, per cui il settimo è settembre, l’ottavo è ottobre, il nono è novembre e il decimo è dicembre.

Il capodanno veneto è festeggiato dagli ultimi tre giorni di febbraio, cioè gli ultimi giorni dell’anno, e si va avanti fino al nono giorno di Marzo. Batter Marzo, o Brusar Marzo, o Ciamar Marzo significa risvegliare l’anno nuovo, la vita addormentata, la terra addormentata dal gelo dell’inverno perché si ridesti e si risvegli e si prepari per la nuova semina.