venerdì 25 dicembre 2015

STORIA VENETA - 132: 1686 - LA RISCOSSA DELL'EUROPA CRISTIANA. PROSEGUONO LE VITTORIE CONTRO I TURCHI


Dal testo di Francesco Zanotto


"Statuite codeste condizioni, entrò tosto la flotta sottile nel porto, affine di prendere in possesso l'accennato castello: si accostarono le navi designate al trasporto de' Turchi, i quali uscirono dalla città per la porta del mare, scortati da valida guardia, seco recando, come il pattuito, le armi loro ed i loro bagagli; e si pose al comando della  conquistata città Faustino Riva e Benedetto Bolani, l'uno straordinario, l'altro ordinario provveditore, e diede si in custodia il castello a Giorgio Priuli, ed il governo dell'armi a Paolo Macri".


ANNO 1686


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Dopo Corone, Morosini completa la conquista della Morea. Trainata da Venezia prosegue l'iniziativa bellica dell'Europa per respingere i turchi verso oriente e anche Napoli di Romania viene conquistata ...


LA SCHEDA STORICA  - 132


Conquistata la cittadella di Corone ai turchi e spingendosi ulteriormente nella penisola di Morea, il comandante Morosini poteva ritenersi più che soddisfatto sul finire del 1685. Con l'arrivo dei mesi invernali c'era tutto il tempo per prendersi una pausa di riflessione generale che vide riunirsi tutte le forze cristiane per decidere gli obbiettivi della prossima campagna primaverile.
E così, agli inizi del nuovo anno il comandante veneziano si portava con la sua flotta nell'isola di Leucade per incontrare il comandante delle truppe terrestri, lo svedese Otto Von Konigsmark assoldato dalla repubblica veneziana per il congruo stipendio di 18.000 ducati.
I due comandanti generali, della flotta il Morosini e delle truppe terrestri lo svedese, dovevano individuare i nuovi obbiettivi. Sul tavolo c'era solo l'imbarazzo della scelta: Scio, Negroponte o Candia, il resto della Morea. Alla fine si convenne su quest'ultimo obbiettivo che, almeno sulla carta, prometteva minori rischi e difficoltà. La decisione venne condivisa naturalmente anche dal Morosini ma non è improbabile che in realtà avesse sperato in altri obbiettivi molto più vicini al cuore di Venezia, magari Negroponte o addirittura Candia. Le pressioni del più obbiettivo comandante svedese dovettero pesare non poco sulla decisione finale: la Morea. E così, nella primavera del 1686 il Morosini era pronto a rimettersi in mare.
Nelle due successive campagne estive  le truppe cristiane conquistarono via via Modone, Argo, Lepanto oltre a Patrasso e Corinto. Le facili e numerose vittorie ebbero un effetto galvanizzante sugli uomini che presero a dilagare in tutta la regione. Ultimata ben presto la conquista dell'intera Morea, si decise di andare oltre attaccando l'importante città di Napoli in Romania.


Napoli di Romania, avamposto strategico da strappare ai turchi ...


L'antica città era posta su di un promontorio che ne faceva una meta difficilmente raggiungibile sia da terra che dal mare. L'imboccatura del porto era estremamente stretta. Poteva infatti transitarvi solo una nave alla volta restando pericolosamente esposte al fuoco dell'artiglieria nemica. Le numerose secche, poi, oltre ad una grossa catena che chiudeva l'accesso al proto, complicavano ulteriormente l'operazione.
Sul versante terrestre le cose non si presentavano del resto molto più semplici. Dalle montagne infatti, solo un sentiero ripido ed impervio portava verso le mura della città.
All'interno di quest'ultima, si trovava una guarnigione turca che poteva contare a mala pena su 2000 uomini anche se a rinforzarla sopraggiunsero ben presto altri 7000 soldati che si accamparono sulle colline limitrofe. Da lì i turchi potevano intravvedere l'accampamento cristiano posto a valle in una ampia radura vicino alle mura di Napoli.
Tutto alla fine era predisposto tanto dall'una che dall'altra parte dopo che il comandante svedese era riuscito a piazzare i suoi uomini sotto le mura della città scavandovi anche numerose trincee.
Il 6 agosto ebbe inizio così lo scontro, ma dopo sole due ore l'esito era ormai già evidente e decisamente a favore delle truppe del conte svedese.
Tuttavia i turchi non dimostrarono alcuna volontà d'arrendersi. Contavano infatti sull'imminente intervento dei 7000 uomini accampati sulle colline. Ne approfittarono così i soldati cristiani che strinsero ulteriormente l'assedio bombardando quotidianamente la città che tuttavia ancora non cedeva.
Solo verso la fine di agosto presero a muoversi anche i restanti soldati turchi che occuparono un'aspra sommità alle spalle dell'accampamento veneziano in pianura, e da lì scesero improvvisamente dilagando tra le fila dei soldati veneti terrorizzati.
La sorpresa e la migliore posizione d'attacco dei turchi, costrinse poco dopo i veneziani a ripiegare, ma fortunatamente giunsero gli uomini del comandante svedese ai quali si unirono presto anche quelli del Morosini raccolti fra gli equipaggi delle navi. Ne uscì un furioso e durissimo scontro alla fine del quale ebbero la meglio gli eserciti cristiani mentre il resto di quello turco si dava alla fuga.


Cede il morale dei difensori dopo la notizia della sconfitta sul campo ...


Gli abitanti ed i difensori della città alla notizia di quella vittoria cristiana, videro crollare le loro ultime speranze. Inalberata la bandiera bianca della resa e cessati gli ultimi scontri, inviarono al comandante tre portavoce con la richiesta di aprire le trattative.
I patti erano chiari: i turchi dovevano entro 10 giorni sgomberare completamente la città, tutti, comprese le donne e i bambini naturalmente; avrebbero poi dovuto consegnare ai veneziani il castello frontemare mentre dovevano liberare tutti gli schiavi cristiani imbarcati sulle loro galee. A disposizione dei cristiani avrebbero dovuto lasciare gli schiavi mori e quelli ebrei. Ancora: la piazza della città doveva essere ceduta così come si trovava, con tutte le artiglierie. A suggello e a garanzia del patto dovevano infine consegnare ai veneziani otto ostaggi.
Le operazioni di sgombero da parte dei turchi ebbero inizio immediatamente mentre in città entravano vittoriosi gli eserciti cristiani. Al comando della città riconquistata, vennero preposti Faustino Riva e Benedetto Bolani.
Un'altra clamorosa vittoria era stata così conseguita dalle truppe alleate del Morosini e del comandante svedese Otto von Konigsmark.
La riscossa dell'Europa cristiana giungeva dopo secoli durante i quali non si fece altro che assistere quasi impotenti all'avanzata turca. Ora, grazie ad un rinnovato impegno comune, ma anche alla crisi che da tempo minava la solidità dell'impero ottomano, l'Europa e con essa Venezia, erano tornate a vincere contro le armate degli "infedeli".


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI



mercoledì 23 dicembre 2015

STORIA VENETA – 131: INIZIA LA RIVINCITA VENEZIANA NEL MEDITERRANEO. MOROSINI CONQUISTA CORONE

Dal testo di Francesco Zanotto


"Laonde intimò tosto alla piazza di arrendersi; ma la risposta fu villana e insultante. Per la qual cosa fece egli dar fuoco ad una mina, che conteneva duecento barili di polvere, per cui fu aperta larga breccia in un torrione. Di là tosto i nostri cercarono, con vivo assalto, di penetrare nella città, ma vi furono respinti con la perdita di  trecento uomini. Nel mentre però stava il Morosini preparando, pel giorno appresso, un nuovo assalto, la guarnigione inalberò il bianco vessillo. Venuti i capi d'ambe le parti a parlamento […] una cannonata dalla fortezza uccise intorno a lui alcuni soldati.  Allora il furore e lo sdegno invasero il cuore ... "


ANNO 1685


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel 1684 i turchi riaprono inaspettatamente le ostilità contro la Serenissima che risponde con una serie di straordinarie vittorie che la porteranno a riconquistare vecchi possedimenti e ad acquisirne di nuovi. L'eroe del momento è ancora Francesco Morosini ...


LA SCHEDA STORICA  - 131


Quando Elena Cornaro si spegneva a Padova nel 1684 dopo aver apportato nuovo onore e fama alla Serenissima Repubblica, nuovi venti di guerra spiravano in laguna dall'est europeo.
Un anno prima gli ungheresi si erano ribellati all'imperatore Leopoldo chiedendo malauguratamente aiuto al sultano turco. Questi non perse certo l'insperabile occasione e così un' eccezionale armata turca si presentò ben prestò niente meno che alle porte di Vienna, ovvero, alle porte della stessa cristianità.
Mai la minaccia turca in tanti secoli aveva acquistato tali dimensioni e tanta gravità. La cristianità tornava dopo molti secoli a tremare come ai tempi ormai lontani dell'invasione araba fermata miracolosamente da Carlo Martello a Poitiers.
La situazione dovette apparire alquanto particolare specialmente a Venezia. Per anni, anzi, per secoli la Serenissima aveva infatti bussato alle porte delle potenze europee per chiedere il loro aiuto contro il dilagare degli eserciti turchi verso occidente. Per secoli la Repubblica aveva ricevuto in cambio solo tiepidi appoggi, silenziosi dinieghi, vigliacchi volta spalle ritrovandosi spesso e volentieri a combattere da sola.
Ora l'Europa piangeva, ma troppo fresco era ancora a Venezia il ricordo dell'assurda perdita di Candia dopo 22 anni di assedio mentre tutta l'Europa si era  dimostrata indifferente e riluttante ad ogni forma di possibile intervento.
Ora però tutti erano pronti a chiedere aiuto al governo veneziano, ora che i turchi si erano spinti fino al cuore dell'impero. L'imperatore naturalmente in prima fila, ma anche il papa ed il re di Polonia premevano pesantemente su Venezia affinché scendesse in campo con le sue navi contro l'immediato pericolo tanto più dopo che si aveva da poco inflitto una sonora sconfitta all'esercito turco.


Venezia sceglie la battaglia per rifarsi degli antichi torti subiti ...


Il momento era dunque favorevole. Intervenendo Venezia avrebbe potuto magari riconquistare parte dei territori perduti e perché no, la stessa Candia.  
E così il 19 gennaio del 1684 venne dato l'annuncio ufficiale all' ambasciatore dell'imperatore a Venezia che la Repubblica era pronta a scendere nuovamente in campo contro gli "infedeli".
In qualità di comandante supremo delle forze navali veneziane, venne preposto un celebre personaggio che tornava così alla ribalta della storia: Francesco Morosini, colui che fino all'ultimo aveva cercato di difendere Candia dovendo alla fine però cedere e firmare la pace con i turchi. Nei confronti di questi ultimi il desiderio di rivincita doveva essere veramente grande nel cuore del capitano allora sessantaquattrenne.
Tanto più che rientrato da Candia, Morosini aveva dovuto subire anche un umiliante ed assurdo processo per alto tradimento dal quale il comandante ne uscì brillantemente assolto tanto che poco prima della nuova entrata in guerra di Venezia, Morosini aveva perso per un soffio il trono ducale. Dopo quindici anni tornava così a combattere nuovamente contro i turchi.
Appena finiti i preparativi della flotta, Morosini non perse tempo, puntando decisamente sul primo obbiettivo: l'isola di Leucade conquistandola il 6 agosto del 1684. Situata fra Cefalù e Cefalonia l'isola era anche il principale punto di accesso sia all'Adriatico che al Golfo di Corinto oltre che una strategica base per eventuali sortite nella vicina penisola greca. E proprio lì Morosini puntò ben presto le sue bellicose attenzioni e le sue navi nella primavera del 1685 sbarcando con quasi mille uomini nel vecchio porto veneziano di Corone, in Morea.
La cittadella fortificata era stata persa dai veneziani nel 1500 e il ritorno dopo 200 anni aveva così tutto il sapore di una storica ed insperata rivincita.
Mentre le mura di Corone venivano bombardate e gli abitanti resistevano tenacemente all'assedio dei veneziani, altri 10.000 giannizzeri al comando del Pascià di Morea Mustafà, stavano sopraggiungendo. Morosini avutane notizia, si organizzò tempestivamente.
Lasciata una parte dei suoi uomini a guardia delle trincee, con il resto decise una sortita contro l'accampamento nemico. Sorpresi nel sonno i turchi si diedero in gran parte a precipitosa e disordinata fuga mentre nel campo dilagavano i soldati veneziani. Era andata bene ed il ricco bottino di armi, artiglieria e cannoni lasciava ben sperare.
I veneziani tornarono così a concentrarsi sulla conquista di Corone. Il primo assalto tuttavia venne respinto dagli assediati dopo che il Morosini era riuscito a far aprire ai suoi una breccia nelle spesse mura dei torrioni. Si sarebbe comunque ritentato il giorno dopo se i turchi non si fossero preventivamente arresi issando una bandiera bianca sulle mura della cittadella assediata. Si aprirono subito i negoziati durante i quali Morosini garantì ai turchi la vita.
Tuttavia nel bel mezzo delle trattative una cannonata, probabilmente non casuale, venne sparata sul gruppo dei convenuti falciando alcuni rappresentanti e soldati veneziani. Seguirono inevitabili momenti di tensione durante i quali ogni possibilità di trattativa sembrò dileguarsi ed infatti dalla diplomazia si passò nuovamente alle spade.
Alla sanguinosa provocazione le truppe alleate cristiane - ai Veneziani si erano infatti aggregati soldati tedeschi e pontifici - irruppero nella cittadella lasciandosi andare ad un orribile quanto ingiustificato massacro della popolazione civile. La città venne infine saccheggiata, mentre i pochi superstiti venivano catturati e impiegati quali rematori nelle galee. Altre 1200 persone fra donne e bambini vennero fatte prigioniere e forse vendute.
Corone tornava in quel modo ad essere cristiana, ma per il Morosini era solo l'inizio. Corone infatti era solo il primo passo verso nuove ed ulteriori "riconquiste" che nei successivi mesi si verificarono con una straordinaria rapidità.
Il leone di S. Marco, proprio grazie al Morosini, tornava così a ruggire in Oriente.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI




domenica 20 dicembre 2015

STORIA VENETA – 130: E' VENEZIANA LA PRIMA DONNA FILOSOFA. ELENA CORNARO PISCOPIA



Dal testo di Francesco Zanotto



"Compiuto l'intero corso, si volle che prendesse la laurea, al che ripugnava ella per modestia, ma dovette obbedire all' espressa volontà del padre. Ciò il 25 giugno 1678, avendo ella trentadue anni d'età. La insolitezza della cerimonia chiamò in Padova un numero straordinario di spettatori, a tale che non credendosi bastare il solito luogo, fu scelta in quella vece la cattedrale, nella quale si collò la tribuna a lato l'altare della Madonna ... e quindi espose, come volea l'uso del tempo, il testo del filosofo, ed ebbe quindi per unanime consentimento la corona d'alloro, la quale unitamente all'anello ed alla mozzetta dottorale le fu data da Carlo Rinaldini suo promotore.".


ANNO  1678


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Venezia verso la fine del Seicento, nonostante i conflitti sempre latenti, riscopre il gusto della pace e della cultura: emerge fra i tanti un particolare talento, quello della nobildonna Elena Cornaro ...


LA SCHEDA STORICA  - 130


Forte in tutta Europa fu l'eco della caduta di Candia. Venezia aveva perso l'ultimo dei suoi più importanti e antichi possedimenti nell'Egeo.
Dopo 22 anni d'impegno militare la Serenissima ora aveva più che mai bisogno di pace. Una pace indispensabile per poter riordinare innanzitutto le disastrate finanze dello Stato con le casse praticamente quasi vuote.
Le condizioni per farlo non erano certamente delle più favorevoli. Venezia aveva perso i monopoli dei commerci e quindi dei mercati in Oriente e i prezzi delle sue merci, notevolmente lievitati a causa delle incessanti spese belliche per Candia, non erano più già da tempo concorrenziali.
Tuttavia l'abilità del governo veneziano ed in particolare l'oculata ed astuta politica economico-finanziaria del vecchio doge Domenico Contarini, riuscirono dopo 15 anni a riportare nuovo denaro fresco e contante nelle esangui casse statali.
In un ritrovato clima di pace e di proficue attività commerciali, la repubblica di Venezia aveva finalmente ripreso la sua vita normale un pò in tutti i campi. La pace produceva nuova ricchezza, ma anche nuovi talenti nel campo della cultura.
Il personaggio che maggiormente si distinse in quell'ultimo ventennio del secolo XVII, non fu tuttavia nè un pittore, nè un letterato, nè un musicista. Il  suo nome infatti era quello di una donna: Elena Cornaro Piscopia.
Elena era nata il 5 giugno del 1646 da Giovanni Battista e Giovanna Cornaro ed apparteneva quindi ad una delle più antiche e prestigiose famiglie della nobiltà veneziana, in particolare a quel ramo della famiglia Cornaro che aveva fatto enormi fortune economiche nel corso dei secoli con i commerci in Oriente. Qui ed in particolare a Cipro, la famiglia aveva posseduto un feudo, quello di Piscopia, dal quale prese poi il nome di questo ramo dei Cornaro al quale apparteneva la stessa Elena.


Una figura eccezionale ...


 La figura di questa donna resta a tuttoggi veramente eccezionale tanto più se si pensa che visse in un  secolo, il Seicento, nel quale le donne non erano considerate granchè.  Ebbene, Elena trovò invece il modo per affermarsi e per stupire a dir poco i suoi contemporanei.
Dopo aver manifestato sin da piccola spiccate doti intellettive, Elena venne precocemente avviata agli studi grazie anche all'intervento di Battista Fabbris che persuase in tal senso i genitori della bambina. Era per Elena solo l'inizio di una straordinaria ascesa culturale.
Giovanissima infatti parlava già il latino, il greco e l'ebraico mentre delle lingue correnti parlava perfettamente il francese, lo spagnolo, con qualche rudimento anche di arabo. Oltre che nella parola, Elena si dilettava anche nel canto distinguendosi come cantante e studiosa di musica mentre successivamente si accostò anche agli studi filosofici.
E proprio da questi ultimi le giunse il massimo riconoscimento che mai si sarebbe aspettata, diventando infatti la prima donna a conseguire una laurea in filosofia.
Il 25 giugno del 1678 ebbe luogo l'insolita cerimonia presso l'Università di Padova. Tanti erano però gli spettatori accorsi per assistere all'evento, che l'Assemblea giudicante dovette spostarsi in Cattedrale. Qui, dopo che Elena espose correttamente alcuni passi dalle opere di Aristotele, venne incoronata con l'alloro ricevendo l'anello e l'attestazione dottorale.
Dopo la filosofia la nobildonna veneziana si cimentò anche con l'esame di teologia, materia delicata che Elena aveva però profondamente studiato sotto la vigile direzione di don Ippolito Marchetti, prete dell'Oratorio e per cinque anni ospite in casa Cornaro.
Tuttavia per Elena sorsero proprio in quell'occasione i primi problemi dovuti alla sua natura ... femminile.
Stava bene infatti che una donna potesse intendersene di filosofia, musica e poesia oltre che di lingue antiche e moderne, ma gli studi teologici erano ben altra cosa e soprattutto da sempre appannaggio degli uomini. Fra gli stessi membri della commissione ci fu allora chi si richiamò all'autorità di S. Paolo che scrisse:''Mulieres non docent", ma fortunatamente c'era anche chi riconosceva che i tempi erano forse cambiati e che Elena si meritava comunque il dottorato anche in teologia.
A risolvere la spinosa questione, comunque, ci pensò la stessa Elena, rinunciando al titolo dottrinale. Avrebbe in fondo trovato molte altre occasioni per distinguersi e in molte altre materie, dall'astronomia, alle scienze alla poesia.
Presa fissa dimora in un palazzo nel quartiere del Santo, Elena ebbe anche modo di qualificarsi per la sua straordinaria oratoria ed elegante eloquenza tanto in latino quanto in volgare, pubblicamente o privatamente.
Iscritta a numerose Accademie, Elena tuttavia condusse sempre una vita assai rigorosa e per niente mondana. Aveva fatto voto di castità e ben presto espresse il desiderio di ritirarsi nel convento delle Dimesse a Padova o a Vicenza, intenzione che venne rimandata solo dopo la morte dei genitori. 
Ma il rigore della vita che conduceva unitamente agli sforzi dovuti ai mai interrotti studi, però, minarono precocemente la sua già fragile persona.  E così, dopo un periodo di dolorosa malattia, Elena Cornaro Piscopia si spegneva nella sua casa padovana il 26 luglio del 1684.
Le esequie, contrariamente alla sua volontà, furono delle più splendide. Alla ghirlanda di gigli, simbolo di castità, venne aggiunta anche la corona dottorale di alloro mentre sulla bara vennero posti numerosi libri delle discipline nelle quali Elena si era distinta.
A ricordo della prima donna laureatasi in filosofia e straordinaria studiosa di altre numerose discipline, l'Università le rese omaggio con una statua che la ritraeva seduta e posta ai piedi della scala d'ingresso.
Venezia aveva perduto uno dei suoi massimi e particolari talenti, ma Elena aveva aperto una strada che fino ad allora era rimasta chiusa per le donne.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI




sabato 19 dicembre 2015

STORIA VENETA – 129: 1669 – DOPO 22 ANNI DI ASSEDIO CANDIA SI ARRENDE. VENEZIA ABBANDONA CANDIA



Dal testo di Francesco Zanotto


"Spettacolo miserando offriva Candia, sembrando piuttosto un sepolcro composto da vaste ruine, che una città che resistè allo sforzo di tanta gente pel corso di quasi tre anni. Gli abitanti ridotti a soli 4.000 d'ogni età e di ogni sesso, il dì 26 settembre assegnato alla partenza, recaronsi smunti e domati da tanti travagli al capitan generale Francesco Morosini, pregandolo ad una voce: volere esso tradurli in altro luogo non riconoscendo più la patria loro squallida e deformata, e quel che era peggiore caduta in mano a' i nemici di Cristo".


ANNO 1669


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel mese di settembre del 1669, il comandante Morosini decide di scendere a patti con i turchi. Venezia ammette così la sua sconfitta e dopo 456 anni i veneziani lasciano l'isola di Candia interrogandosi sul futuro ...


LA SCHEDA STORICA  - 129


Con la partenza delle ultime navi alleate, a difendere Candia restava solo, dunque, la guarnigione veneziana in trepida attesa di nuovi ordini. Tutti gli occhi infatti erano ora puntati sull'unico  punto di riferimento rimasto sull'isola: il capitano generale Francesco Morosini. Da lui, dalla sua decisione, dipendeva la sorte di quel pugno di uomini e degli abitanti di Candia ridotti ormai a sole 4000 anime.
Venne deciso innanzitutto che d'ora innanzi nessuno dei soldati posti a guardia delle mura poteva abbandonare la sua posizione. Questo significava l'impossibilità di dare il cambio nella guardia sottoponendo gli uomini ad uno sforzo eccezionale.
Intanto anche i turchi si stavano preparando all'assalto finale. Ben 10.000 soldati poterono essere recuperati dalle trincee che ora non servivano più avuta la conferma che a Candia erano rimasti ormai solo i veneziani.
Di fronte ad una simile forza offensiva, il Morosini saggiamente cercò di concentrare al massimo le ultime energie. I trenta soldati che ancora controllavano la postazione di Santa Pelagia, vennero così richiamati. Le truppe di Malta, quelle almeno rimaste in città, vennero invece destinate ai rinforzi da mobilitare nei casi di estremo bisogno.
A mezzogiorno ebbe inizio il primo scontro col nemico che prontamente occupò il sito di Santa Pelagia. Il comportamento dei veneziani in quelle ore ormai senza speranza fu a dir poco esemplare riuscendo sulle prime a contenere, se non a respingere del tutto, l'ondata assalitrice grazie anche al coraggio di due comandanti: Pietro Gabrieli e Luigi Minio. A dar man forte arrivò anche Alessandro Pico con i suoi 1000 uomini: una goccia nell'oceano!


Si impone una scelta: arrendersi per non perire ...


 Ma se c'era chi arrivava, c'era chi continuava la sua ritirata come gli ultimi 300 soldati francesi ancora rimasti sull'isola e gli ultimi cavalieri di Malta. A quel punto Francesco Morosini fece necessariamente i suoi conti.  
Radunati tutti i comandanti per il giorno 27 agosto, espose loro i dettagli della situazione, le forze in campo e le pressoché nulle probabilità di salvezza. I convenuti si trovarono ovviamente tutti concordi su quello che restava da fare.
Dopo tre anni di duri combattimenti e ventidue di assedio, non si poteva certo accusarli di non aver fatto l'impossibile. Versare altro inutile sangue non avrebbe  mutato certo la situazione e garantito Creta alla Serenissima. La resa, una resa onorevole, a quel punto non avrebbe certo scandalizzato nessuno. E questa fu infine la saggia decisione presa dal Morosini e dai suoi ufficiali.
Vennero così prontamente inviati al campo nemico due ambasciatori al fine di valutare le reali possibilità di pace.
Non era infatti così scontato che i turchi dopo tanti anni di impegno militare a Candia, dopo tanti morti ed energie spese in quell'assedio, accettassero ora di buon grado un trattato di pace, così senza combattere e senza dare una lezione esemplare a coloro che per tanti anni avevano osato opporsi alla loro potenza. Dopo alcuni iniziali momenti di tensione tuttavia, anche fra i turchi prevalse infine la convinzione che un trattato di pace conveniva loro molto di più che un ulteriore combattimento.
E così il 6 settembre del 1669 venne finalmente fumato il trattato. Per Venezia non si rivelò un trattato disonorevole, anzi. Il Gran Visir turco in fondo aveva da sempre nutrito una profonda ammirazione per il coraggio e la rettitudine del Morosini e l'aver sostenuto per tutti quegli anni l'assedio non faceva certo poco onore ai veneziani.
A questi veniva così concesso di lasciare l'isola con tutti i loro personali averi entro 12 giorni, tempo permettendo, mentre a Candia doveva restare tutta l'artiglieria che vi si trovava prima dell'inizio dell'assedio e con l'artiglieria anche le munizioni e la polvere da sparo.
L'isola naturalmente passava sotto la giurisdizione turca, ma non le vicine isole di Grabousa, di Suda - che non si era mai arresa - e di Spinalonga che restavano a Venezia. L'attuazione dei patti, infine, venne garantita dallo scambio di tre ostaggi per parte.
Firmato il trattato ebbe inizio la triste operazione del rientro. Quattordici galee accolsero il carico umano e materiale in partenza.
A lasciare Candia infatti non erano solo i soldati veneziani, ma un'intera cittadinanza seppur ridotta a poche migliaia di persone che certamente non avevano nessuna intenzione di ritrovarsi a vivere sotto i turchi. Persone che avevano vissuto gli anni della potenza e della ricchezza e poi quelli più duri e interminabili dell'assedio, si preparavano ora a lasciare per sempre quell'isola e con essa ogni speranza e ogni progetto per il futuro. Un futuro certamente incerto e sconosciuto per molti di loro.
E così non furono pochi quelli che si recarono dallo stesso Morosini pregandolo di farsi carico dei loro incerti destini. Dove sarebbero andati? Come avrebbero potuto ricominciare dal niente? Morosini rispose generosamente assegnando loro uno stipendio ed un vitto. A questo si aggiunsero speciali privilegi poi confermati in parte dal Senato, mentre ai primi profughi raccolti in gran numero a Parenzo in Istria, assegnò nuove case e terreni dove poter ricominciare una vita dignitosa.  C'era pur sempre anche Venezia, la madrepatria, dove tuttavia, le sorprese per alcune delle famiglie superstiti di Candia non saranno delle migliori.
Quando gli ultimi veneziani lasciarono per sempre Candia - fra essi Francesco Morosini e l'ultimo doge dell'isola Zaccaria Mocenigo - era il 26 settembre del 1669.
Dopo 465 anni sull'isola calava il vessillo della Serenissima Repubblica di Venezia e al posto del Leone saliva la mezza luna. L'assedio era durato complessivamente 22 anni.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  5,  SCRIPTA EDIZIONI