domenica 29 giugno 2014

CRISTIANESIMO PRIMITIVO: SFATARE ALCUNI LUOGHI COMUNI SUL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI


Chiesa di san Giovanni in Valle in Verona, sarcofago paleocristiano, IV secolo. (E’ in marmo pario di pregevole fattura, la sua lunghezza è di m. 2,20, la larghezza m. 0,85 ed è alto m. 1,10.)



 Bisogna sfatare diversi luoghi comuni sulla presenza del Cristianesimo nei primi secoli. Luoghi comuni di cui, purtroppo, sono pieni tanti manuali di storia. Per motivi di spazio prendiamone in considerazione solo tre.  

CONTRO L’IMPERO?

- Il primo afferma che il Cristianesimo primitivo avrebbe rifiutato ogni istituzione politica e quindi anche l’Impero. È falso. Sin da subito il Cristianesimo non manifestò alcun pregiudizio verso la politica, perché oggi, come allora, afferma che la realtà naturale è un valore; e, come valore, non solo è giusto ma anche doveroso governarla.

Lo scontro tra Cristianesimo e Impero Romano non fu di sostanza, il Cristianesimo non rifiutò mai l’Impero e l’Imperatore in quanto tali, ma solo la divinizzazione di quest’ultimo. Non a caso, Tertulliano (scrittore romano e apologeta cristiano, 155-220) afferma:«Cesare è più nostro che vostro» e san Paolo ai Romani è chiarissimo: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio» (Romani 13,1). Altrettanto chiaro è san Pietro: «State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti» (1 Pietro 2,13).  

CONTRO IL SERVIZIO MILITARE?

Il secondo luogo comune afferma che il Cristianesimo primitivo avrebbe spinto i cristiani a disertare, a rifiutare il servizio militare. Anche questo è falso. Sempre Tertulliano, prima che aderisse all’eresia montanista, ricorda che i cristiani del suo tempo riempivano gli accampamenti militari e che lavoravano e militavano con tutti gli altri.

Anzi, c’è da dire qualcosa di più. Il Cristianesimo primitivo si diffuse principalmente negli ambienti militari. Ambienti più critici nei confronti della degradazione morale di quei tempi e che videro proprio nel rigore cristiano la possibilità di restaurare l’antica austerità.
Ormai non ci sono più dubbi, è dimostrato dalla diffusa utilizzazione di parole militari nelle prime comunità cristiane.
Due esempi: “pagano” e “tabernacolo”.
La parola “pagano”, secondo un noto studio di Tagliavini, si spiega proprio attraverso l’uso militare di paganus opposto a miles, paragonabile al nostro “borghese”. I cristiani, considerandosi milites Christi, chiamarono “pagani” i non cristiani, con quello stesso atteggiamento di diffidenza con cui i militari ci chiamano “borghesi”. È chiaro che la facile adozione di un simile significato può spiegarsi solo alla luce di una grande diffusione dell’elemento militare nelle comunità cristiane. D’altronde san Giovanni Battista ad alcuni soldati che lo interrogarono su come dovessero comportarsi non ordinò di abbandonare le armi, ma: «Non fate violenza a nessuno, né calunniate, e siate contenti della vostra paga» (Luca 3, 14).

Di incompatibilità si cominciò a parlare solo verso la fine del II secolo, con la diffusione dell’ eresia montanista, questa sì pacifista perché apocalittica. Ma l’atteggiamento di condanna di questa eresia da parte della Chiesa è ben espresso dagli apologisti di questo stesso secolo. Scrive Marta Sordi: «I casi di obiezione di coscienza fra i cristiani restano (…) episodi isolati; tale è quello della recluta Massimiliano al quale lo stesso giudice pagano, Dione, fa presente l’inconsistenza della sua pregiudiziale, contraddetta dall’esempio degli altri cristiani».

Margherita Guarducci, poi, ha scritto che non solo i militari subivano il fascino del Cristianesimo, ma anche i cristiani subivano il fascino della gerarchia militare. Il Papa Clemente I additava ai Corinzi, ch’erano sempre discordi fra loro, l’esempio dell’esercito romano mirabilmente organizzato.  

CONTRO I RICCHI?

Il terzo luogo comune è che il Cristianesimo primitivo si sarebbe diffuso soprattutto tra i poveri e avrebbe trovato nei ricchi i maggiori oppositori. Nemmeno questo è vero.
San Paolo predicò a Tessalonica e «alcuni di loro credettero (…) come fece pure una gran moltitudine di Greci timorati di Dio e non poche nobili donne» (Atti 17,4). Scrive lo storico Jones: «Molto prima che la conversione di Costantino rendesse conveniente per gli ambiziosi il professare la religione dell’imperatore, vi erano senatori e soldati cristiani e persino professori cristiani».

D’altronde nel Vangelo è evidente come Gesù non abbia mai ristretto la sua predicazione a una sola classe sociale.
Alcuni esempi: Nicodemo era un membro del sinedrio; Zaccheo, un pubblicano; il Centurione, di cui Gesù loda la fede, non era certo uno che faceva la fame.
Nella Lettera ai Filippesi si accenna alla penetrazione del Cristianesimo nel Pretorio (1,13) e nel Palazzo imperiale (4,22).
Tacito parla di Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plazio, vincitore della Britannia, che fu giudicata nel 57 da un tribunale domestico sotto l’accusa di praticare una religione straniera. E ci sono tutti i motivi per crederla cristiana.
All’epoca di Domiziano (dall’81 al 96) risultano cristiani Flavio Clemente e la moglie Domitilla, parenti dell’Imperatore. Secondo lo storico Harnack erano i nobili a dare il tono alla vita della comunità romana. Molte iscrizioni dell’Asia ci documentano l’esistenza di cristiani che si occupano dell’amministrazione delle loro città.
Sappiamo che a Lione nel 177 fu martirizzato un buon gruppo di cristiani (composto di schiavi come Blandina, ma anche di persone benestanti come il notabile gallo-romano Vezio Epagato); l’ira popolare che provocò la persecuzione fu improvvisa, cacciandoli dal foro e dai bagni, lo attesta sant’Eusebio da Cesarea… e commenta lo storico Brezzi: «Mi pare facile illazione quella che ritiene che i cristiani di quella città dovevano godere una buona posizione se frequentavano quei posti».
Da iscrizioni di Ostia risulta che alla fine del secondo secolo erano cristiani i membri della Gens Annaea e che morirono cristiani parecchi Pomponii.
Nella cripta (cristiana) di Lucina, sull’Appia, si è ritrovato il sarcofago di Dazia Clementina, moglie di Giulio Basso, uno dei principali funzionari di Antonino e di Marco Aurelio (imperatore dal 161 al 180); qui sono raccolte anche le iscrizioni funebri di Annia Faustina, di Licinia Faustina e di Acilia Vera, i cui nomi e prenomi ci dicono che appartenevano alle famiglie più illustri di Roma, anzi alla stessa casa imperiale.

Per l’età dei Severi (193-235) Tertulliano ci documenta che furono cristiani uomini e donne della più alta nobiltà senatoria. Nel 258 l’Editto di Valeriano commina pene speciali ai cristiani appartenenti agli ordini senatorio ed equestre. Nel 300, alla vigilia della grande persecuzione di Diocleziano (imperatore dal 284-305), sant’Eusebio di Cesarea dice che i cristiani erano penetrati abbondantemente nell’amministrazione pubblica giungendo ad occupare cariche importanti… e si potrebbe ancora continuare. Ed ecco perché lo storico Brezzi, riferendosi all’Editto del 313, afferma: «Il gesto di Costantino non sarà che il riconoscimento di una situazione preesistente».

Ma allora perché questi luoghi comuni? Una breve risposta. Una delle deformazioni peggiori che si sono fatte del Cristianesimo è stato (ed è) quello di presentarlo come una rivoluzione politica e un’utopia pacifista. Indubbiamente queste bugie (e anche altre!) sono a servizio di questa deformazione.

Bibliografia

Eusebio da Cesarea, Storia ecclesiastica, V, 24.

-   M.Sordi, Il cristianesimo a Roma, Cappelli, Roma 1965.

-   A.H.M.Jones, Lo sfondo sociale della lotta fra paganesimo e cristianesimo, in Il conflitto fra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV, Einaudi, Torino 1968.

-   P.Brezzi, Dalle persecuzioni alla pace di Costantino, Studium, Roma 1960.

 -   C.Tagliavini, Storia di parole pagane e cristiane attraverso i tempi, Morcelliana, Brescia 1963.



Fonte: srs di Corrado Gnerre, da il giudizio cattolico del  15 aprile 2013





I CRISTIANI GIAPPONESI “RIEMERSI” DAL NULLA. STORIA DI UN POPOLO FEDELE SOPRAVVISSUTO A DUE SECOLI DI PERSECUZIONE.






Nel 1500 erano in 300 mila.  A inizio Seicento ogni opera di evangelizzazione venne bloccata, i missionari espulsi, il culto cristiano dichiarato fuorilegge, alcune chiese demolite. Ma in migliaia restarono fedeli nel silenzio

Erano increduli i padri missionari francesi quando nel 1865 entrarono nel porto di Nagasaki, e per le celebrazioni del Venerdì Santo si trovarono circondati da migliaia di fedeli con gli occhi a mandorla. Era da almeno due secoli che il Giappone non conosceva preti, una dura repressione aveva decimato la comunità cattolica fiorita a partire dall’arrivo di Francesco Saverio, nel 1549. Eppure qualcosa si era conservato: i “Kakure Kirishitan”, i cristiani nascosti, avevano difeso la loro fede dalle persecuzioni, e quando il paese fu riaperto agli stranieri, i credenti presero coraggio e uscirono dalla clandestinità.

«Possiamo salutare Gesù e santa Maria?», chiesero alcuni contadini a uno stupito padre Petitjean, missionario raccolto in preghiera presso la chiesa di Oura: quegli agricoltori erano soltanto i primi fedeli a farsi riconoscere dai nuovi padri. Le cronache dell’epoca raccontano che per le celebrazioni pasquali di quell’anno, solo a Nagasaki c’erano 10 mila fedeli in attesa dei sacerdoti europei.

La storia della Chiesa giapponese è fatta di dolore e sangue, quello dei tantissimi martiri che furono trapassati dalle spade del governo locale: gli shogun temevano che il cristianesimo potesse essere un braccio occidentale per sfondare nelle città nipponiche e quindi lo osteggiarono non appena iniziò a diffondersi.
Le prime repressioni iniziarono a fine Cinquecento, quando nel paese si contava che i seguaci di Cristo fossero già 300 mila, ma l’ostracizzazione più terribile arrivò sotto lo shogunato Tokugawa, a inizio Seicento: ogni opera di evangelizzazione dei sacerdoti stranieri venne bloccata e i missionari espulsi, il culto cristiano venne dichiarato fuorilegge, alcune chiese vennero demolite.

Iniziò lì l’epoca dei “kakure kirishitan”: qualcuno fuggì nelle isole nel sud del paese, i preti vennero uccisi, numerosi credenti iniziarono a vivere la fede in segreto. In alcuni santuari sono ancora visibili i cartelli che venivano affissi agli incroci delle strade, dove si assegnavano ricompense diverse a chi avesse denunciato un sacerdote o un cristiano. A questo faceva seguito la pratica del “fumi-e”: un credente veniva messo davanti a un’immagine sacra ed era costretto a calpestarla per aver salva la vita.

Di padre in figlio
Lo scorso gennaio papa Francesco, durante una catechesi sul battesimo, ha preso come esempio proprio la storia della comunità cristiana del Giappone: l’immersione nell’acqua santa era per loro il primo passo per trasmettere il legame con Cristo di padre in figlio, in un’epoca in cui non c’erano più sacerdoti. «Il popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti», diceva il Pontefice: i giapponesi «avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del popolo di Dio, membra della Chiesa».
C’erano anche altri gesti con cui la fede veniva alimentata nella segretezza: anzitutto il “kontatzu”, il rosario, officiato dal capofamiglia. Poi la preghiera di fronte ad alcune figure sacre: per non farsi scoprire, le croci venivano nascoste dietro alle effigi di Buddha, mentre tanti fedeli tenevano in casa una statuetta della dea Kannon, un simbolo del Buddha misericordioso dalle sembianze femminili sotto cui si celava la figura della Madonna.

La fede, insomma, si tramandava anche attraverso gesti piccoli e silenziosi, perpetuati in segretezza. Ma le testimonianze più profonde arrivarono da coloro che divennero martiri, in una persecuzione che per efferatezza ricorda quella che colpì le prime comunità cristiane sotto l’Impero Romano. Il primo episodio particolarmente cruento avvenne nel 1597, quando 26 cristiani vennero crocifissi sulla collina di Tateyama: erano francescani e gesuiti, europei e giapponesi. Sono stati proclamati santi da Pio IX, nel 1862: secondo la Passio uno di loro, Paolo Miki, continuava a predicare anche quando era in croce.
Qualche anno dopo la persecuzione s’avvicinò alla sua fase più dura e uno degli episodi che più spesso si racconta è quanto accadde nel 1603, anno in cui venne decapitato Simone Takeda, samurai convertito al servizio di un feudatario cristiano. La moglie, Agnese, fu costretta ad assistere alla scena e non abiurò, ma piena di amore raccolse la testa dell’uomo e l’abbracciò: la commozione che suscitò la scena non impedì però alla donna di essere martirizzata poco dopo.

Il dono dello specchio magico
Per seguire invece la sua vocazione a entrare nella Compagnia di Gesù, Pietro Kibe intraprese un lunghissimo viaggio verso Roma, passando per Gerusalemme: una volta ordinato, tornò clandestinamente in Giappone, ma nel 1639 venne catturato e condannato a morte «perché non voleva rinnegare la propria fede e incoraggiava i catechisti martoriati accanto a lui», recitano le cronache. Tra i 188 beati che nel 2008 vennero proclamati da Benedetto XVI, stupisce trovare tanto intere famiglie quanto esponenti della nobiltà, samurai che accettarono di morire pur di rimanere fedeli al Vangelo.

L’avversione del Giappone verso i cristiani è proseguita fino al Novecento: solo con la riforma costituzionale successiva alla Seconda Guerra mondiale è caduto del tutto l’editto.
Il prossimo anno si ricorderanno i 150 anni dalla “riemersione” dei “kakure kirishitan” e nella città di Nagasaki nascerà un museo per raccontare le loro storie: sorgerà non lontano da un altro museo, quello che ricorda il bombardamento del 1945, scelta non casuale poiché tantissimi furono i cattolici morti a causa dell’atomica. E mentre i vescovi nipponici sperano che l’interesse di papa Francesco per l’Oriente lo porti presto anche in visita in Giappone, oggi il paese guarda ai cattolici con un occhio di riguardo: c’è un progetto per far riconoscere come “patrimonio dell’umanità” alcune delle chiese edificate tra il 16esimo e il 19esimo secolo, tra cui anche la cattedrale di Oura, quella della “riemersione”.

E se lo scopo può essere prevalentemente turistico, inequivocabile è stata invece la visita del premier Abe in Vaticano. In dono al Santo Padre, il presidente ha portato uno “specchio magico”, copia di quelli in uso tra i cristiani perseguitati: dietro alla superficie lucida si nascondeva una croce e un’immagine di Gesù, visibile soltanto in controluce.



Fonte: visto su TEMPI del 22 giugno 2014




I “CRISTIANI NASCOSTI” DEL GIAPPONE, RIUSCITI A TRASMETTERE LA FEDE «SENZA PRETI» NONOSTANTE SECOLI DI PERSECUZIONE





Emmanuele Michela

Il rosario, la fede clandestina e i sacramenti officiati dai capi famiglia. Padre Alfredo Scattolon, missionario del Pime per trent’anni in Giappone, racconta la storia dei cristiani citati da papa Francesco


È una storia di persecuzione quella della Chiesa in Giappone, una lunga oppressione che per più di due secoli e mezzo ha decimato la comunità cattolica che qui aveva messo le sue radici grazie all’arrivo dei Gesuiti nel Cinquecento. Papa Francesco nell’udienza di mercoledì ha indicato le tante storie di fedeli nipponici come esemplare testimonianza del valore del battesimo, un sacramento che ha permesso di portare avanti nella clandestinità il legame con Cristo, trasmesso di padre in figlio.

«NON C’ERANO PRETI». «Non c’erano preti, erano stati espulsi. La fede si è tramandata così, grazie ad alcuni gesti come il “contatzu”, il rosario, la preghiera costante che accompagnava la vita di queste persone». A parlare a tempi.it è padre Alfredo Scattolon, missionario del Pime per trent’anni in Giappone, prima a Yamanashi, a nord del monte Fuji, poi più a sud, in una zona agricola vicino a Fukuoka. È arrivato in quelle terre secoli dopo rispetto alle persecuzioni, eppure i segni di quelle violenze sono conservati ancora oggi, in chiese e musei: «Sono ancora visibili, in alcuni santuari, i cartelli che venivano appesi per strada e assegnavano ricompense diverse a chi avesse denunciato o un sacerdote o un cristiano».

LE PRIME PERSECUZIONI. Il cattolicesimo qui è arrivato durante il Cinquecento, portato inizialmente da Francesco Saverio e dai gesuiti che lo seguirono. Il loro modo di entrare in contatto con la comunità locale era cauto: tentavano di entrare in relazione anzitutto con i capi cercando di rispettare la tradizione e la cultura locale. Con l’arrivo dei francescani e dei domenicani, i primi folti gruppi di cristiani germogliarono, in particolare a Nagasaki, che a fine XVI secolo contava già 300 mila fedeli. Ma una serie di fattori portarono alla rottura. Il potere locale temeva questo nuovo credo, considerato un braccio dell’Occidente per penetrare la loro storia nipponica. E le persecuzioni iniziarono presto: prima con lo shogun Hideyoshi (i primi 26 martiri cristiani sono della sua epoca, 1597), poi, vent’anni dopo, sotto i Tokugawa, che bandirono il cristianesimo dal Giappone.

I CRISTIANI NASCOSTI. Ed è allora che nacquero i kakure kirishitan, i “cristiani nascosti”: «Molti scapparono nelle tante isole che c’erano nel sud del Paese. Ma le persecuzioni erano sistematiche: ad esempio, tutti furono obbligati a iscriversi per i cimiteri ad un tempio buddista. Quando una persona moriva, i suoi cari erano costretti a seppellirlo qui», racconta ancora padre Alfredo. «Per indurre poi a rinnegare la fede si usò il sistema del  “fumi-e” (calpestare-immagine): si poneva per terra una immagine sacra e chi era sospettato di essere cristiano era invitato a calpestarla. Solo chi lo faceva aveva salva la vita». Nel 2008, Benedetto XVI ha canonizzato ben 188 martiri di quel periodo.

IL RITORNO DEI SACERDOTI. Eppure qualche piccolo gruppo si è salvato, nascondendosi soprattutto nelle sperdute isole del sud e mimetizzando il cristianesimo sotto simboli apparentemente buddisti, come la statuetta della “dea” Cannon, simbolo del Buddha misericordioso, che sostituiva quella della Madonna. Non essendoci più sacerdoti, i sacramenti come battesimo e matrimonio, le preghiere come il “contatzu” erano officiati dal capo famiglia.
Quando poi nell’Ottocento il Giappone riaprì i suoi porti ai missionari francesi, i fedeli si fecero coraggio e tornarono fuori: si racconta che nel 1865 furono quasi 10 mila i “kakure kirishitan”che per celebrare il venerdì santo si presentarono ai padri delle Missioni Estere di Parigi arrivati a Nagasaki, increduli di fronte ai loro occhi. «Ma occorre precisare che alcuni gruppi di questi credenti non accolsero mai il ritorno dei sacerdoti, ma andarono avanti a vivere la fede da soli, fino ad oggi, con credenze che sconfinavano nella magia».

CONTINUA LA PERSECUZIONE. Le sofferenze però non erano ancora finite: «La persecuzione andò avanti fin verso il 1912, poiché l’editto non era stato mai sospeso. È un aspetto che si ricorda poco del Giappone: solo con la riforma costituzionale dopo la Seconda Guerra Mondiale è finita l’ostilità contro il cristianesimo». Oggi, alcuni dei luoghi dove si consumarono queste ultime persecuzioni sono diventati meta di pellegrinaggio; in particolare Hagi e Tsuwano. Qui si dice che sia  apparsa la Madonna a consolare uno di questi cristiani esiliati e morti di stenti.

PERDITA DELLA FEDE. Storie che ancora oggi il Giappone porta con sé, in una comunità che è alle prese con problemi di tutt’altro genere. Nel Seicento la fede in Dio si trasmetteva di padre in figlio, un passaggio che ora purtroppo appare sempre più difficile: «La famiglia segue sempre meno la crescita e la vita di un ragazzo: da una certa età in poi, è educato quasi solo dalla scuola». Così si sta perdendo tutta la freschezza che il cattolicesimo aveva trovato subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: la fine dell’impostazione militaristica del Paese fece perdere alla gente comune i punti di riferimento e molti si avvicinarono così al cristianesimo. Non è un caso se nel giro di pochi decenni il Giappone fu uno dei Paesi ad avere, in proporzione, più vocazioni al mondo. Una crescita che ora si stenta a rivedere.



Fonte: visto su TEMPI  del 18 gennaio 2014


sabato 28 giugno 2014

IL RITORNO DI RATZINGER: LA FEDE CRISTIANA E’ ALLA RADICE DELLA NASCITA DELL’EUROPA




5 giu 2014 – ”E’ incontestabile il ruolo storico della fede cristiana nell’aver dato vita all’Europa. E’ grande merito del cristianesimo non soltanto la nascita dell’Europa dopo il tramonto del mondo greco-romano e il periodo delle invasioni barbariche”. Lo ricorda il papa emerito Joseph Ratzinger in un suo articolo pubblicato da L’Osservatore Romano e che trae spunto dai settant’anni dello sbarco delle forze alleate sulle spiagge della Normandia.

Il papa emerito nota che dopo la II Guerra mondiale, a differenza del primo conflitto in Europa, e’ ”maturata la consapevolezza che solo l’Europa unita puo’ avere voce nella storia e nel suo futuro. Si e’ compreso che le diverse ideologie nazionaliste che hanno lacerato il nostro continente – scrive – devono scomparire per lasciare spazio a una nuova solidarieta”’

Anche dopo la seconda guerra mondiale la rinascita dell’Europa ha come radice il cristianesimo e dunque la responsabilita’ davanti a Dio: siamo ben consapevoli che questo e’ il piu’ profondo fondamento dello Stato di diritto, come e’ stato scritto chiaramente nella nostra Costituzione tedesca, nata dopo il crollo del nazismo”. Insomma, prosegue Joseph Ratzinger, ”chi oggi vuole costruire l’Europa come roccaforte del diritto e della giustizia che sia valida per tutti gli uomini di tutte le culture, non puo’ richiamarsi a una ragione astratta che non conosce nulla di Dio, non appartiene a nessuna cultura precisa, ma pretende di misurare tutte le culture secondo il proprio metro di giudizio”.

”Ancora oggi – prosegue il papa emerito – la responsabilita’ davanti a Dio e il radicamento nei grandi valori e verita’ della fede cristiana, valori che vanno al di la’ delle singole confessioni cristiane perche’ comuni a tutte, sono le forze irrinunciabili per edificare un’Europa unita che sia molto piu’ di un unico blocco economico: una comunita’ del diritto, una roccaforte del diritto, non per se stessa ma per tutta l’umanita”’.

Rievocando i tragici fatti legati al secondo conflitto mondiale, il papa emerito si esprime poi su quei tanti giovani tedeschi in divisa che persero la vita seguendo una ideologia aberrante. ”Come tedeschi ci tocca con dolore il fatto che il loro slancio ideale e la loro lealta’ nei confronti dello Stato siano stati strumentalizzati da un regime ingiusto. – scrive il papa emerito – Ma questo non macchia l’onore di questi giovani, nella cui coscienza soltanto Dio ha potuto guardare. Ognuno di loro sta davanti a Dio come singolo, con il cammino della sua vita e con la sua morte; ognuno sta davanti a quel Dio nella cui bonta’ misericordiosa noi sappiamo che sono custoditi tutti i nostri morti. Essi – conclude Ratzinger – hanno cercato di fare soltanto il loro dovere, e spesso non senza tremende lotte interiori, pieni di dubbi e interrogativi. Ma loro ci guardano e ci interpellano: ‘E voi? Voi che farete, perche’ i giovani non siano piu’ costretti alla guerra? Voi che farete perche’ il mondo non sia di nuovo devastato dall’odio, dalla violenza, dalla menzogna?”’.


Fonte: visto su ImolaOggi.it del  5 giugno 2014


venerdì 27 giugno 2014

“LA NUOVA LEGGE ELETTORALE CI PORTERÀ ALLA DITTATURA”: IMPOSIMATO ATTACCA L’INCIUCIO TRA RENZI E BERLUSCONI.




Sono giorni caldi, questi, in cui si discute di riforma elettorale. La trattativa tra Renzi, Berlusconi e Calderoli ha partorito qualcosa di aberrante, che Ferdinando Imposimato non esita a mettere nel mirino: “Così ci porteranno alla dittatura”, attacca l’ex magistrato. E spiega perché l’inciucio tra Pd, Forza Italia e Lega sarà deleterio per l’Italia.

Ferdinando Imposimato è uno che la sa lunga sull’Italia, sui suoi misteri e sugli intrighi che si nascondono dietro ogni piega legislativa.

Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, si è occupato della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo: è stato il giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro (1978), l'attentato al papa Giovanni Paolo II (1981), l'omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Si occupa anche della difesa dei diritti umani.

È il primo a parlare delle connessioni del terrorismo italiano con i servizi segreti israeliani e della presenza nel caso Moro del KGB (tesi ribadita, vent'anni più tardi, all'interno del dossier Mitrokhin). Si occupa di processi contro mafia e camorra. Tra gli altri istruisce il caso di Michele Sindona, il banchiere siciliano legato a Cosa Nostra, accusato di bancarotta fraudolenta per il fallimento di banche italiane e straniere (la Franklin Bank di New York). Nel 1981 istruisce il processo alla Banda della Magliana, una agenzia criminale legata a Cosa Nostra, al terrorismo, ad alti prelati, a finanzieri, a usurai, costruttori, a politici ed amministratori.

Stiamo parlando di un personaggio di altissimo profilo istituzionale, le cui parole vanno pesate con estrema cura e ascoltate con la massima attenzione.

Ecco cosa ha scritto sulla sua pagina facebook a proposito della legge elettorale che Renzi e B. stanno mettendo in piedi: “Ci vogliono portare alla dittatura”.

La legge elettorale è un groviglio che farà saltare l'intero sistema democratico, portando alla dittatura. Si avvera così , grazie a Renzi, il sogno di Berlusconi di un sistema elettorale , che sfoci nella elezione diretta del Capo dello stato. La legge elettorale, incoerente con la sentenza della Consulta, prevede un premio abnorme alla coalizione che supera il 37%, portando il vincitore al 55% dei seggi. In mancanza del 37%, andrebbero al ballottaggio le due coalizioni più votate, con la probabile esclusione del M5S, superato da FI, Lega, NCD e partiti minori, avvantaggiati dal controllo di TV pubbliche e private, grazie al conflitto di interessi che Renzi e i professoroni ignorano. Altro vulnus è l'assenza di preferenze .


ECCO L’INTERO INTERVENTO DI IMPOSIMATO SULLA LEGGE ELETTORALE.


L'offerta di Grillo e il patto del Nazzareno 


Di fronte all'offerta del leader del M5S, Il premier Renzi mostra imbarazzo.

Prima pretende lo streaming, poi irride Grillo.  In realtà Renzi non vuole interferenze nel patto occulto col pregiudicato Berlusconi.

Varato l'Italicum, vuole cancellare il Senato e l'indipendenza della magistratura con la legge sulla responsabilità civile.

La legge elettorale è un groviglio che farà saltare l'intero sistema democratico, portando alla dittatura. Si avvera così, grazie a Renzi, il sogno di Berlusconi di un sistema elettorale , che sfoci nella elezione diretta del Capo dello stato.

La legge elettorale, incoerente con la sentenza della Consulta, prevede un premio abnorme alla coalizione che supera il 37%, portando il vincitore al 55% dei seggi . In mancanza del 37%, andrebbero al ballottaggio le due coalizioni più votate, con la probabile esclusione del M5S, superato da FI , Lega , NCD e partiti minori, avvantaggiati dal controllo di TV pubbliche e private, grazie al conflitto di interessi che Renzi e i professoroni ignorano.

Altro vulnus è l'assenza di preferenze. Con liste bloccate corte, tra tre e sei candidati si viola l'art 48 della Costituzione “Il voto é personale ed uguale e libero ”.

Il voto passa alle segreterie di partiti, penalizzando i partiti che vanno da soli. 

Concludendo, una minoranza del 40 per cento di votanti , pari al 50 per cento degli aventi diritto al voto , e cioè al 20% degli italiani, privi di libertà, eserciterà un potere assoluto, con la falsa opposizione di Forza Italia e il perpetuarsi delle larghe intese, che controllano i mezzi di informazione.

Abolito il Senato, con una sola Camera, tutte le riforme liberticide saranno possibili, anche quella presidenziale e della giustizia da sottoporre al controllo del Governo.
Berlusconi propone un referendum sull'elezione diretta del Capo dello Stato nel silenzio di Renzi.

 Prima di approvare la legge elettorale al Senato, intervenga il Presidente della Repubblica, per le palesi violazioni della Carta.

E ci pensino bene i parlamentari del Senato. Potrebbero favorire il ritorno di un condannato o cogliere l’occasione per rivelarsi capaci di salvare 
l'Italia dal regime .


Fonte: visto su infiltrato.it