mercoledì 14 ottobre 2009

Seconda guerra d’indipendenza, un conflitto disertato dai Savoia; i brogli dei blebisciti




RISORGIMENTO. L'ALTRA VERITA'


Nella Seconda guerra d’indipendenza il Piemonte e i Savoia fecero da  comparse. Avevano assicurato - Vittorio Emanuele II,  Cavour e i comandanti dello Stato Maggiore - che sarebbero scesi in campo con un contingente di 150mila uomini ma, a stento, riuscirono a metterne insieme 50mila. Metà dei coscritti chiamati alle armi, utilizzando  qualche pretesto a portata di mano,  non rispose all’appello ed evitò di indossare la divisa.  I  volontari - che si attendevano a centinaia di migliaia - non si videro affatto.  Forse non fu nemmeno un male perché i reparti, nonostante fossero più che dimezzati rispetto alle  aspettative, non furono in grado di assicurare a tutti una giubba, un fucile e qualche munizione.  Chi restava disarmato veniva inquadrato nelle retrovie e, avanzando al seguito delle prime linee, doveva preoccuparsi di recuperare l’attrezzatura abbandonata da qualche compagno rimasto ucciso o ferito grave.

IL RE  “FINTO” CONDOTTIERO

Il re voleva fare la sua parte e, considerandosi un grande  condottiero, pretendeva di assumere la direzione della guerra. Per non correre il rischio di essere contraddetto, scelse come aiutante di campo il super - fidato - Morozzo della Rocca che tutto avrebbe potuto fare (compreso sistemare la Rosina, amante di Vittorio Emanuele, al seguito delle truppe) ma non discutere per smentire sua maestà.

Il  conte di Cavour, al contrario, non aveva fiducia nelle capacità belliche del suo sovrano e, per controllarlo, pretese che il generale La Marmora occupasse il ruolo di capo di Stato Maggiore.  Il risultato fu che i due ufficiali, ritenendosi più alti  in grado (e con protezioni maggiori), fecero la guerra ognuno per proprio conto, evitando il  più delle volte di rivolgersi la parola.  Fra tutti, ignorarono completamente le esigenze del Governo che non informarono affatto dell’andamento delle operazioni.  Cavour veniva a conoscenza di che cosa stesse accadendo ai fronte leggendo i giornali francesi che gli arrivavano da Parigi.

TORINO INDIFESA,  IL CAMPO DISERTATO

Torino era senza difesa e, al momento della dichiarazione di guerra, la gente della città venne colta dal panico. Temevano che gli austriaci fossero in grado di passare la frontiera, sbaragliare le truppe sabaude e invadere lo  Stato. I più preoccupati erano proprio i generali e gli ufficiali superiori che diedero ordine alle rispettive famiglie di traslocare rapidamente  trasferirsi nelle residenze di campagna, il più lontano possibile.

Per fortuna Napoleone III rispettò i patti di Plombières (e quelli con “Nicchia”). Centoventimila soldati aveva promesso e con un  contingente di 120mila arrivò, passando la Marsiglia a Genova, via mare e risalendo poi verso Milano.
Il 4 giugno (1859) si ebbe la prima battaglia, a Magenta.  Nicola Nisco  al quale furono commissionati sei volumi per raccontare (bene) la storia d’Italia, quasi certamente pagati dal re, riuscì ad attribuire il merito di quella giornata a Vittorio Emanuele II,  intrepido comandante.  In realtà, il comando piemontese stava a 12 chilometri di distanza e le sue truppe non intervennero nemmeno: tanto che, fra loro, non si conta neppure un ferito.

Poco merito anche a San Martino. Il quadro che ritrae il re, con la spada sguainata mentre guida l’assalto della sua cavalleria, su per la collina, è il risultato della piaggeria del pittore di corte.  Il re trascorse l’intera giornata della battaglia peregrinando qua e là, da Castel Venzago a Monte Castellero e poi a Lonato.  Lo cercavano per dirgli  che si stava combattendo e lo trovarono a Castel Castellero, spossato per il gran caldo, sudato per via della fatica che faceva per portarsi appresso la sua mole, sudato e, quasi, sdraiato sotto una pianta, con la giacca aperta per prendere un po’ d'aria e il sigaro in bocca per ottenere un po’ di conforto.  Il generale Solaroli, che gli faceva compagnia, lo descrisse inebetito, incapace di rendersi conto delle circostanze e, quindi, senza la forza di prendere qualunque decisione.  Quando raggiunse le truppe vittoriose era già tutto finito. Non per nulla Napoleone III lo considerò buono per reggere i gradi di un sergente e il francese d’Ideville confermò che non valeva molto di  più.

GLI INSULTI ALL'ALLEATO

Forse per rivincita, Vittorio Emanuele II, parlando con Henry de la Tour d’Auvergne, ambasciatore di Francia  si lasciò sfuggire un commento poco regale. «Chi è, in fondo questo Napoleone IIII?»  Domanda retorica e risposta sferzante: «È l’ultimo dei sovrani d’Europa. Un intruso fra noi. Farebbe bene a ricordarsi chi è lui e chi sono io, che rappresento la più antica dinastia regnante». Anche il re gaffeur si accorse di averla sparata un po’ grossa e tentò di rettificare, chiedendo scusa per essersi lasciato «scappare» qualche frase di troppo.  Il diplomatico fu gelido: «Vostra maestà, voglia scusarmi di non aver potuto sentire una sola delle parole che ha pronunciato».  E mandò una relazione al Ministero per riferire ogni minimo dettaglio.

L’esito favorevole della battaglia venne celebrato nei podere del parroco di san Martino - don Gandini - che fno alla sera prima aveva arringato i suoi fedeli, incoraggiandoli a parteggiare per l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.  In una notte, incoraggiato dagli eventi, cambiò idea, partito e atteggiamenti. In compenso il suo curato  don Beretta, che aveva sempre manifestato schietti sentimenti italiani, fu accusato di essere uno spione e corse il rischio di finire davanti al plotone di esecuzione.  Piccoli episodi, - e, se vogliamo, piccolissimi - che dimostrano come cominciava la lunga e ininterrotta stagione dei collaborazionisti premiati e dei patrioti sospettati e puniti.

QUEI VENETI FEDELI A VIENNA

Passarono in ritirata i reggimenti dei vicentini e dei veronesi che avevano combattuto per l’esercito di Vienna. A chi li invitava a disertare, entrando nell’Italia unita, con l’assicurazione che sarebbero stati protetti, risposero  che erano sudditi fedeli dell’Austria.

Il Piemonte doveva bombardare Peschiera, operazione strategica per il prosieguo del conflitto. L’artiglieria era discreta e poteva cantare su 114  cannoni di buona fabbricazione.  Però non c’erano i cavalli da aggiogare sotto gli affusti per trascinarli sul campo di battaglia. Quando era ora di utilizzare le bocche di fuoco, ci si accorse che erano rimaste, come parcheggiate, negli arsenali di Torino: lucide, oliate, spaventosamente efficienti ma lontane 300 chilometri dal posto dove servivano.  La vittoria arrivò perché i francesi vinsero.  La battaglia decisiva  avvenne a Solferino e fu cruenta, sanguinosa, veemente.  Napoleone III pagò un prezzo assai elevato in termine di soldati caduti sul campo, al punto da decidere di abbandonare l’impresa. Probabilmente Francia e Piemonte avevano concordato di continuare la campagna per arrivare fino a Venezia ma, a quel punto, l’imperatore si rese conto che l’impegno sarebbe stato per lui troppo gravoso. Meglio fermarsi a quel punto. L’Austria consegnò la Lombardia a Parigi che la girò al Piemonte.

INSURREZIONI "MANOVRATE"

Nel frattempo il granducato di Toscana e i ducato di Parma, Piacenza Guastalla e di Modena, con una fetta di Emilia Romagna, avevano scelto la strada della rivolta contro i rispettivi Governi per chiedere di essere guidati da Torino.

Le insurrezioni non ebbero niente di spontaneo.  Furono provocate ad arte e messe insieme da un centinaio di carabinieri in borghese e da agenti segreti che facevano i sobillatori di professione. Duchi e granduca scapparono e i giornali scrissero che si erano portati via l’argenteria.  In realtà, tutto quanto c’era di prezioso fu lasciato dai “vecchi” signori e recuperato dai  “nuovi”  che affidarono preziosi e gioielli agli orafi che fusero l’oro ricavando lingotti.  Una parte (abbastanza piccola) prese la strada di Torino; il resto (quasi tutto) finì nei forzieri dei luogotenenti che si ripagarono per il
loro slancio patriottico.

Giuseppe La Farina chiamò anche una compagnia di sarti per stringere gli abiti del duca di Modena che era grasso, mentre lui era più sottile di un paio di taglie.

PLEBISCITI  “GUIDATI”


I plebisciti - ovviamente guidati dall’alto - portarono all’annessione. “Annessione”, parola orrenda che significa  cancellare le proprie radici e la propria cultura - almeno metterla in sonno - per consegnarsi ad  altri, aggiungersi, mescolarsi, nascondersi, “integrarsi”.

Dallo spoglio delle urne risultò addirittura  un numero di votanti superore a quello degli aventi diritto iscritti nei registri

Dai numeri sembrava che ci fosse stata ressa ai seggi. “Di corsa”, per esprimere la propria preferenza in  modo, il più in fretta possibile, da diventare sudditi della corona dei Savoia.  In realtà, il tempo delle  votazioni passò senza entusiasmo e, piuttosto, con indifferenza. Alle urne ci andarono in pochi, ma quei pochi furono in grado di esprimere  una preferenza anche per chi aveva rinunciato al suo diritto.

Chiusi i seggi gli scrutatori cominciarono a lavorare per compilare a tavolino i moduli che erano rimasti bianchi e lo fecero “naturalmente, in senso piemontese”. Antonio Culetti, protagonista di quei giorni, autore di un pamphlet, pubblicato anonimo in Francia e rimasto poco conosciuto perché sgradevole alla retorica di regime, raccontò esattamente quello che era  successo a Modena. «perché io c’ero fisicamente e, dunque, parlo per conoscenza diretta in prima persona».

Cosa capiva quella  gente semi-analfabeta  dei rivolgimenti che la stavano coinvolgendo? Nessuno sapeva  che cos’era “il suffragio” e non si poteva sapere che avesse carattere “universale”. Fino a quel momento pochi ricchi avevano deciso per tutti e sembrava strano che, proprio in quella circostanza, volessero acquisire un parere assai più ampio. Ovviamente il fatto che la gente non sapesse e non capisse «giovava a meraviglia alla frode, facendone sparire ogni controllo».  Bastava infilare nell’urna  una quantità di voti che la gente non si era nemmeno sognata di esprimere.  In alcuni collegi questa introduzione in massa, nelle urne, degli assenti si fece con sì poco riguardo che lo spoglio dello scrutinio dette un numero maggiore di votanti che di elettori iscritti nei registri».

I soldati delle brigate estensi seguirono il duca Francesco V in esilio e non accettarono di rientrare nemmeno quando, l’unità d’Italia fu compiuta. Fra i tanti cognomi italianeggianti di persone che vivono oggi in Austria, la maggior parte è discendente di quei reparti dell’esercito che lasciarono Modena in armi.

Analogamente in ogni città interessata. Occorreva che il risultato fosse più che grande, immenso, indiscutibile.

I CONTI CHE NON TORNANO

Con tutto l’entusiasmo che ingrossava, a parole, a favore del Piemonte, al punto da fare a gara per correre sotto le sue insegne, Nizza e Savoia, che erano parte  del Piemonte, votarono con percentuali ugualmente bulgare, per abbandonare quella specie di paradiso terrestre e andarsene in Francia.  Vennero vietate le assemblee per discutere l’argomento e si consenti la parola soltanto agli oratori filo-annessionisti. Le forze dell’ordine piemontesi abbandonarono le due regioni assai prima che il voto - si fa per dire - certificasse il cambio di cittadinanza.
Si dovettero registrare  prevaricazioni anche ingiustificate. Il giornale Il Nizzardo denunciò un clima di intimidazione, venne sequestrato e dovette cessare le pubblicazioni.  Si votò il 15 e il l6 aprile a Nizza e il 22 in Savoia.  Circolò una petizione con 13mila firme di cittadini che contestavano il trasloco politico, eppure dalle urne uscirono solo 235 voti contrari e 71 schede nulle.  Nei mesi successivi  10mila persone lasciarono Nizza e Savoia per venire a vivere in Italia.

 (9- Continua)

Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di sabato  10 ottobre  2009,  pag. 12 - 13.

martedì 13 ottobre 2009

La guerra di Crimea




RISORGIMENTO.   L’ALTRA VERITA’

Cavour si inventò di partecipare al conflitto che, opponendo Russia e Turchia, si stava scatenando per il controllo della Crimea, una penisola di qualche decina di chilometri quadrati che la maggior parte degli occidentali  faceva fatica a collocare geograficamente e che, del resto, non conosceva. Peraltro - anche ai giorni nostri - dove si trova  esattamente  Herat o Falluja?

Quel contenzioso era uno dei tanti che si dipanavano nell’Ottocento e che poi, in un modo o nell’altro, trovava una soluzione se non proprio accettabile,  sufficiente almeno per smetterla di tirarsi schioppettate e tirare avanti pacificamente per qualche tempo.

Quella volta diventò una “guerra mondiale”   che mise a soqquadro le diplomazie e i Governi di un intero continente.

SCONTRO DECISO DALLLA MINORANZA

Gli storici hanno a lungo  riflettuto sulla questione  per concludere  che non  sono affatto  evidenti le cause  di un   allargamento  così  generalizzato del conflitto.
Perché  una bega di piccole dimensioni coinvolse Francia e Inghilterra?  E che senso aveva massacrare, migliaia di soldati,  portati  in una plaga desolata che non interessava nessuno? L’episodio più famoso di quel conflitto fu la carica della cavalleria britannica contro le postazioni dell’artiglieria russa di Balaclava: un assalto eroico per la poesia che scrisse Tennyson e per il film che venne girato  dagli americani.  Dal punto di vista della strategia militare,  quell’ azione  era quanto di più sconclusionato si potesse immaginare.  E, infatti, venne originata da un malinteso attribuito al colonnello Raglan che, come ufficiale,  valeva poco e - non a caso - lasciò traccia soltanto nella storia della moda maschile per via dei soprabiti che si faceva tagliare su misura.

I mazziniani  protestarono, facendo notare che sia lo zar che il sultano  erano monarchi assolutisti e contro le nazionalità

Il Piemonte?  Entrò in guerra  perché  lo decise una minuscola minoranza della piccola intellighentia che governava Torino.   Difficile per i politici di allora sostenere che si trattava di offrire un contributo per la giusta  causa.  La  Russia e la Turchia che si  affrontavano l’una contro l’altra,  agli occhi  dei patrioti di casa nostra  rappresentavano  dei  regimi  ugualmente assolutisti e oppressori delle  nazionalità.  In un primo momento, sembrava che  l’Austria dovesse  schierarsi a fianco della Russia e questo consentiva di individuare nell’amico del nemico il vero obiettivo da combattere.  I democratici mazziniani protestavano comunque perché  ricordavano che molti di  loro - a cominciare da Santorre di Santarosa, esule dopo i moti carbonari esplosi a Torino nel 1821 - erano morti in guerra proprio contro i turchi, combattendo a favore dell’indipendenza della Grecia. Scegliere di allearsi con i massacratori dei loro compagni sembrava un atto irriguardoso. La situazione si complicò ancor di più quando l’Austria  si risolse di non scendere in campo con la Russia e dichiarò di far parte del blocco - diciamo così -  “occidentale”,  creando ai pochi piemontesi che volevano andare in guerra un nuovo e imprevisto problema.  Si stava con la Turchia e con l’Austria: perché mai?

QUINDlCIMILA BERSAGLIERI

Mandarono 15mila bersaglieri al comando del generale Alfonso La Marmora e quasi duemila non tornarono più a casa. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se adesso al fronte in qualche parte del mondo poco conosciuto, venissero inviati 300mila uomini e che di loro, 40mila non facessero più ritorno.

La guerra in Crimea fu insensata e bizzarra.  Quando gli inglesi sbarcarono sulla punta della penisola, sotto Sebastopoli erano attesi da una quantità di commercianti che avevano costruito delle baracche da destinare a negozi.  Si poteva trovare di tutto: tabacco  stoffa alimentari, sapone.  Anche cani, gatti e ratti morti per terra.  Le donne turche giravano velate e questo incuriosiva i soldati.  I  cambiavalute erano in grado di trattare qualunque tipo di moneta.  Per sei scellini  era assicurata una sbornia di birra.  La sifilide costava meno: con uno scellino, offerto a una prostituta di laggiù, arrivava di  sicuro.

Quando cominciò la campagna, in quella plaga del Medio Oriente, sembrava una scampagnata ma, presto, si trasformò in una tragedia di sofferenze.  La flotta alleata bombardò Kamchaka  ma il risultato fu così scarso che l’ammiraglio si suicidò per la vergogna.  A Inkerman morirono 12mila russi e 4mila fra francesi e inglesi.  L’inverno, poi, fu spietato perché il vento distrusse 26 navi e seminò malattie fra la truppa che si trovò decimata dalle infezioni.   I soldati non erano equipaggiati convenientemente e,  con abiti troppo leggeri, dovettero affrontare temperature rigidissime.

Napoleone III  mandò ai suoi uomini 4mila corazze di metallo che dovettero essere nascoste agli inglesi per evitare di essere presi in giro per quella trovata rococò.  I russi, fra loro,  parlavano sei lingue e difficilmente si capivano. Tentarono di accecare i nemici con un incendio e si trovarono accecati perché il vento aveva cambiato direzione, soffiando loro contro.

Lord Raglan affidò la responsabilità delle ricognizioni sul terreno a un generale miope perché, altrimenti, non avrebbe saputo come utilizzarlo. Il generale Mensikov si trovò sulla traiettoria di una palla di cannone  che lo lasciò in vita ma gli portò via gli attributi,  castrandolo.  Un uragano spazzò via tutto e fece così freddo che gli uomini, riparati da  semplici tende, senza pastrani invernali e con protezioni approssimative, perdevano le dita delle mani e dei piedi che si congelavano. Morivano di cancrena, implorando di essere ammazzati dai commilitoni per non patire più

TERRIBILI  EPIDEMIE

Il tifo ammazzò una quantità di francesi con percentuali del 250 per cento più alte della media. Il colera invece massacrò i bersaglieri di La Marmora.  Non ci furono battaglie e lo spazio per la gloria fu davvero scarso.  Alla fine Sebastopoli capitolò e Parigi  per discutere le questioni rimaste aperte e decidere come risolverle, invitò i vincitori offrendo un tavolo per le trattative.

Per la verità, sarebbe meglio parlare di  “tavoli”, al plurale,  che si apparecchiavano di giorno e rimanevano imbanditi tutta la notte. «Noi - confessò il generale Damremont - cerchiamo di trattare bene i nostri ospiti ma ciò che mi sorprende è la loro resistenza alle battaglie con le forchette e le bottiglie».  Anche il Piemonte aveva conquistato la sua seggiola e sembrò una trovata geniale.  I libri di scuola la raccontano così:  «Che Cavour ebbe l’opportunità di porre il problema dell’Italia sotto il giogo dello stranièro austriaco».  Il sacrificio di mezzo esercito, 1.500 famiglie di vedove e di orfani per un discorso!
Oggi sarebbe - meno male  -   impraticabile, ma com’era possibile allora?   E com’è possibile  che con tanta superficialità si faccia passare per azione eroica una speculazione politica di infimo conio?  Perché, altrimenti,  giudicare diversamente Mussolini  che, con le stesse motivazioni  di Cavour,  scelse di mandare a morire «qualche migliaio di uomini per potersi sedere da vincitore al tavolo della pace»?

LE MISSIONI INTERNAZIONALI

Il  Piemonte stava diventando Italia che, da allora, non perse occasione per impicciarsi dei fatti degli altri, sempre improvvisando, all’ultimo minuto, senza adeguata preparazione, dando l’impressione che lo scopo ultimo non fosse fare, ma apparire.

Nel 1982, i bersaglieri partiti in nave per raggiungere il Libano e integrare una forza multinazionale di pace, restarono bloccati in mezzo al mare perché i motori dell’ammiraglia "Grado" fecero i capricci e non ne vollero sapere di continuare a girare.  Contro l’Iraq, nel corso della prima “Guerra del Golfo” (quella per la liberazione del Kuwait) schierammo i nostri “Tornado” ma solo un equipaggio riuscì a fare rifornimento in volo e raggiungere la zona delle operazioni militari. Sfortunatamente, quell’unico nostro aereo fu abbattuto dalle contraeree nemiche segnalando, nelle statistiche, il 100 per cento di insuccesso che rappresenta, un record difficilmente raggiungibile. Qualcuno si ricorderà il filmato registrato del “nostro”  Cocciolone che, davanti alla telecamera, dichiarava che « i suoi leader» l’avevano mandato all’assalto.

Intervenimmo anche, in Albania, nel 1997, e la “Vittorio Veneto”si incagliò nella rada di Valona. Un monumento alto come un palazzo, appena - appena inclinato verso sinistra, immobile, nella sabbia che l’aveva intrappolata e che le impediva di muoversi sia per andare avanti sia per rinculare indietro.

E quando l'Occidente decise che si doveva fermare Milosevic, bombardando Belgrado - fra chi sosteneva la necessità  di partecipare di corsa e chi avrebbe preferito evitare di immischiarsi - fummo presenti ma senza dirlo troppo forte, annunciando (e mentendo) che avevamo compiti di ricognizione ma che si poteva sparare se attaccati.  Quando? E da chi?

Fu una partecipazione alla guerra  decisa quando alla  Presidenza del Consiglio sedeva Massimo D’Alema che non disponeva, autonomamente, della maggioranza in Parlamento ma a che ottenne l’okay con i voti dell’opposizione.  Decisione tribolata. Il giorno dell’inizio dell’attacco - 25 marzo 1999 -  il leader dei Comunisti Unitari, Armando Cossutta, dichiarò che i ministri del suo partito (Katia Belillo e Oliviero Diliberto) sarebbero usciti dal Governo per protesta. Nel frattempo il sottosegretario alla presidenza, Marco Minniti, precisò che gli aerei stavano «semplicemente volando» sulle operazioni di guerra.  E il ministro della difesa, Carlo Scognamiglio, affermò che non era escluso l'utilizzo degli F-16 tricolori nel conflitto.

Cossutta, parte fondamentale della coalizione di Governo che decise la guerra, andò in missione a Belgrado per mettere le mani avanti e sostenere che, lui, non era d’accordo.  I suoi uomini, nell’esecutivo, vestirono i pani dei ministri di lotta e di governo: marciarono per la pace fra Perugia e Assisi, ma rimasero nella compagine di maggioranza, promettendo e minacciando sfracelli da rimandare sempre all’opportunità più propizia.  Tanto che il capogruppo del Ccd, Marco Follini, commentò che quelle dichiarazioni dovevano essere intese come il “penultimatum”.   Per la cronaca: adesso Follini non è più  nel Ccd e nemmeno nella coalizione dove c’era il Ccd.  Follini ha lasciato i vecchi amici scegliendo 1’Ulivo di Prodi mentre il Ccd si è collocato al centro dello schieramento politico - ne di qua e un po’ di là -  con l’ambizione che questa sua “terza forza” si trasformi nella prima.

I GUADAGNI DELLA MALAVITA

A conflitto ultimato, la missione “arcobaleno” che doveva portare aiuto alle vittime della guerra si risolse in un assalto di ladri - documentato dalle telecamere del  Gabibbo - che rubarono quello che riuscirono a trovare e devastarono tutto il resto.  I container con pasta, carne congelata, scatole di cibo, depredati dai briganti albanesi, finirono sui banco chi del mercato nero per  far guadagnare la gente  di malaffare.  Gli abiti, la stoffa, i vestiti e i  “generi di conforto”  assicurarono  ai capi banda il ricambio della biancheria  e qualche “ taglio”  raffinato per giacche da indossare nei giorni di festa.  La Procura della Repubblica apri un’inchiesta per tentare di capire come fosse possibile tanta disorganizzazione ma, non riuscendo a venirne a capo, dovette archiviare la pratica.

Infine la “seconda guerra del Golfo” contro  Saddam Hussein alla quale l’Italia partecipò alla chiusura del conflitto nel contingente di pace.  Le strade si popolarono di decine di migliaia di bandiere arcobaleno che vennero lasciate sventolare sui balconi delle case, appese alle finestre, in mostra negli uffici, esposte nei negozi.  A quella moltitudine davvero imponente, sembrava che entrare in Iraq fosse aberrante.  Sostenevano che operazione veniva presentata come se si trattasse di un’iniziative di pace quando, in realtà, si trattava di un’invasione di stampo coloniale.  Chissà, fra quella gente, quanti insegnanti di storia, in quelli stessi  giorni, descrivevano ai loro allievi la genialità di Cavour che, accettando di mandare soldati in Crimea, aveva potuto conseguire un risultato politico a 18 carati.
Il Piemonte era diventato Italia.

 (8 - Continua)


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di martedì  06 ottobre  2009,  pag. 10 – 11.

lunedì 12 ottobre 2009

Contessa di Castiglione: quando la storia passa dalle lenzuola

Contessa di Castiglione

Virginia  Verais  Oldoini  Rapallini,  nota come  contessa di Castiglione,  che il cugino Cavour  incaricò di sedurre l’imperatore  francese Napoleone III perché  appoggiasse  l’aspirazione dei Savoia  di conquistare l’Italia intera

La più bella escort dell’ Ottocento si chiamava Virginia  Oldoini  Rapallini,  moglie del conte di Castiglione e amante di una quantità sterminata di vip.


Gli amici la chiamavano  “Nicchia”.  Bella, piacente, elegante, raffinata nei gesti e sofisticata per le conoscenze culturali, si trovava naturalmente aperte le porte della buona società.  E lei cercava  di approfittarne.  In quegli anni che prepararono la  “Seconda guerra  d’Indipendenza”,  la partecipazione sabauda alla  spedizione in Crimea e gli accordi di  Plombières  non sarebbero bastati per assicurarsi l’appoggio di Parigi.


Per convincere Napoleone III  a intervenire contro l’Austria  più che i tavoli diplomatici, funzionò l’impresa di “pubbliche relazioni” di “Nicchia” che mise a disposizione anche la sua camera da letto.  Lei tenne fermo nell’imperatore francese il proposito di aiutare i Savoia a diventare re d’Italia.  «Riuscite, cara cugina - benedisse l’operazione quel furbacchione di Cavour - usate i mezzi che vi pare... ma riuscite!». .


IL TRICOLORE NEL LETTO


Era la più affascinante delle donne   dell’Ottocento,  sapeva, di poter contare sulle sue qualità di chantosa e non si vergognava di farlo, Doveva “circuire politicamente”  Napoleone III,  civettare con lui e,  se necessario, “sedurlo”.  Badò  al sodo:  lo sedusse e di avventurò in un flirt  patriottico dove le lenzuola e il tricolore   sembravano la stessa cosa.


“Nicchia” ( di amanti ne aveva da buttare, fin da quando aveva 11 anni)  considerò  l’avventura con il padrone di Francia una specie di esame di laurea che,  tuttavia,  dal punto di vista squisitamente erotico,  finì per lasciarla abbastanza delusa.  Quando calano le braghe e restano nudi, anche i potenti si mostrano per come sono.


Gli studiosi  ortodossi sminuirono sempre il ruolo  svolto  dalla nobildonna che quasi finì per essere del tutto cancellata dalla storia


La prima volta avvenne a Compiègne.  Lei,  stupenda come al solito, con una toilette che le spingeva in alto i seni e le scopriva la schiena, era stata invitata per assistere a una specie di inaugurazione di una giostra di cavalli di legno che  allora  poteva essere montata soltanto nel  Palco della reggia imperiale.    Uno spettacolo: vedere quelle sculture che  si rincorrevano, seguendo il ritmo di un carillon.  Forse girarono   troppo in fretta e,  quando il meccanismo si arrestò,  era la testa di “Nicchia” che continuava a girare.  Napoleone non perse l’occasione per sorreggerla e consigliarla:  Camminate un poco,  appoggiatevi a me.  Lui,  alto, si piegava appena per tuffare il naso nei suoi capelli in modo da aspirarne il profumo di ciclamino e approfittare per infilare gli occhi nella scollatura. Lei faceva la ritrosa ma, certo, esagerava quel suo stordimento per farsi soccorrere più del dovuto.  «Va meglio?».   Andava meglio.  Un bacio sulla fronte poi,  più giù, sulle labbra e, infine; l’invito che aveva tanto desiderato:  «A stasera... ».


La servitù le fece occupare la “camera azzurra”,  evidentemente destinata all’amore dell’imperatore. Era arredata con un letto al centro disposto da sembrare un monumento,  non molto alto, ma appoggiato sopra un gradino.  In una parete, a lato, si distingueva il segno dell’intelaiatura di una porta: era quella che usava Napoleone III  per non farsi vedere in giro per il corridoio in vestaglia da camera. Si apri il battente e la luce, da dietro, disegnò il profilo dell'uomo più potente di Francia che avanzò di un passo, chiuse la porta scalciandola con un calcagno  e torno a muoversi con andatura più prudente per l’oscurità.   Inciampò in uno sgabello ma poi trovò le braccia di “Nicchia” .


Lei scrisse tutto sul diario con una precisione sopraffina, inanellando un particolare dopo l’altro, senza trascurare dettagli e impressioni,  parlando di se stessa non come la protagonista di un incontro d’amore ma come se si trattasse di descrivere le scene di un film di cui era stata spettatrice. «Si abbassò, io chiusi gli occhi e  il destino si compi».   Stornata di tutti gli orpelli e liberata dalle suggestioni del personaggio,  aggiunse: «Quando se ne andò via distinsi il pendolo che suonava le due…aveva suonato l’una e mezza  quando arrivò…»


Gli storici negano qualunque Influenza della contessa di Castiglione nelle questioni dell’indipendenza italiana. Poco ci manca che dicano che non è nemmeno esistita.  Ma questo accade perché  gli storici di professione vogliono i protocolli,  le carte, almeno le fotocopie dei documenti autentici, i timbri e le marche da bollo che, in questo caso, ovviamente, non si trovano,  E non si trovano anche perché, alla morte della donna, i servizi segreti francesi setacciarono la sua casa di Parigi e bruciarono  tutto quello che non piaceva fosse conosciuto.  Contemporaneamente, i servizi segreti italiani fecero la stessa cosa nella casa di  La Spezia che, per la verità, anche precedentemente, era già stata visitata due volte da ladri assai bizzarri:  preoccupati di rubare soltanto  libri e quaderni e bruciarli sul posto dove li avevano trovati.


La passione del sovrano francese divenne oggetto di dispacci diplomatici:  al  congresso di pace di Parigi il plenipotenziario austriaco Hubner definì «pericolosa» la  liaison del monarca


Invece, è ovvio ritenere che la contessa di Castiglione spianò la strada della collaborazione fra i Savoia e Napoleone III.  E’ risaputo, quanto a risultati che le lenzuola valgono  dieci, cento,  mille  “colazioni di lavoro”.  Tutto ciò manda all’aria le trame dei “tessitori”, gli eroi e i martiri del Risorgimento?  Lei, senza chiedere niente per se, cingendo, a suo modo, l’elmo di Scipio, ce la mise tutta: con entusiasmo e - si presume - con spirito patriottico.  Anche se volle scegliersi il campo di battaglia sul quale si sentiva più a suo agio.


Durante la convenzione di pace della guerra di Crimea,  a Parigi, l’ambasciatore britannico CowIey informò il ministro Clarendon  dell’  “interesse” che l’imperatore francese dedicava alla bellissima Virginia  “Nicchia” di Castiglione.  Secondo lui, quella era una liaison che influenzava enormemente l'esito del congresso.  Ancor più preoccupato,  il plenipotenziario austriaco Hubner che denunciò al suo Governo «la pericolosa passione di Napoleone III».


Lei, in quel momento, frequentava l’ambasciata di Torino in Francia, usava i codici cifrati per mandare comunicazioni e riceveva posta nella sede del Governo piemontese.  Urbano Rattazzi che, nelle questioni sentimentali, non era quel gentiluomo capace di addolcire le parole, la chiamava: «La vulva d’oro del nostro Risorgimento» .


L’avventura segnò il passo quando l’imperatore, il 2 aprile 1857, venne aggredito da un sicario sul pianerottolo di casa della sua amante che stava andando a visitare.  Probabilmente si trattava di un agguato organizzato direttamente dall’imperatrice Eugenia che cominciava a essere stanca di quella storia e voleva mettere l’alt al marito.  Se quella era la sua intenzione ci riuscì, perché i rapporti fra i due cominciarono ad allentarsi fino a spegnersi del tutto. “Nicchia” continuò a frequentare il mondo della hight society  ma utilizzando le armi della sua avvenenza con maggiore parsimonia


L’ALFABETO DEL SESSO


Le scriveva Matilde Poniatowski, moglie di un principe decaduto: «Mettimi a disposizione la tua cosina ma non fargliela toccare finché il nostro affare non sarà concluso».
Lei si divertiva e,  nel suo diario, traduceva le sue emozioni in un personale alfabeto dell'amore.
“E” stava per embrassement,   “b” per kaiser,   “f” per il resto.   “Pr” significava “pure revenche” e indicava una sua vendetta sentimentale,  “ff” indicava fifty fifty e significava che l’aveva fatto un po’per passione e un po’  per convenienza.


SPECULAZIONI SPERICOLATE


Certo, durante la “Seconda guerra d’lndipendenza”,  prima e con la “Terza”, qualche anno più tardi, fu un crocevia di speculazioni spericolate. Un gran numero di ufficiali le scriveva dal fronte, tutti i giorni, dandole notizie di prima mano che; qualche volta, il Governo avrebbe conosciuto con una settimana di ritardo.  Non tutti i corrispondenti erano sollecitati soltanto dal suo fascino. Un suo zio. il generale Enrico Cigala,  già troppo avanti negli anni per  avere velleità erotiche,  le mandò 65 lettere in cinquantacinque giorni, spiegandole le strategie militari e indicandole i dettagli della campagna di guerra:  Al momento dell’annuncio della vittoria, i banchieri avevano già realizzato i guadagni di cui sono capaci, approfittando delle cose del mondo.


Napoleone III  comunque compì quella spedizione in Italia che Cavour  e Vittorio Emanuele speravano fosse il risultato fondamentale  degli sforzi della contessa


Quando “Nicchia” morì,  scoprirono che non voleva  «nessuna croce, nessuna messa, nessuna chiesa, nessun prete, nessun fiore, nessuna preghiera». Non costò nulla accontentarla. Chiese anche di essere sepolta con i due cani che aveva imbalsamato, con alcuni gioielli e con la camicia da notte che aveva indossato a Compiègne.  E, qui, non la accontentarono.  Gli animali impagliati li buttarono via, i gioielli preferirono venderli all’orefice più generoso e la tunichetta di seta vaporosa che lei - come la Monica Lewinski di Clinton  - si era tenuta per cimelio, non venne trovata e la  si credette perduta.  Decenni più  tardi, nel castello piemontese di Santena, la trovò un antiquario, piegata in sei come un tovagliolo, custodita in un’urna di cristallo, sigillata con fermagli d’argento.


Napoleone III, comunque, venne in Italia e portò le sue truppe a combattere contro l’Austria.  Fu uno  scontro tremendo nel  corso del quale proprio lui e i suoi uomini sostennero, quasi per intero, lo sforzo del combattimento,  pagando migliaia di morti.


(7 – continua)


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di sabato  03 ottobre  2009,  pag. 12 - 13.

domenica 11 ottobre 2009

Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, i dettagli non possono salvarli



Caro direttore, ho letto lei lenzuolata di martedì scorso ed essendo cocciuto e rompiballe,  cito alcuni errori.

Sul generale  Chrzanowsky il nostro Del Bocca  nota che aveva servito con  Napoleone,  per segnalarne l’età avanzata.  Ma i generali dell’epoca  erano tutti coetanei,  Radetzky compreso. Sull’ impronunciabilità del cognome  non  mi pronuncio, ma  sembra chiaro che neanche il capo delle truppe imperiali si chiamasse Rossi.  Ulteriore difetto del Chrzanowsky  era il non parlare  l’italiano   usando «il francese con chi era in grado  di capirlo».  Cioè tutto l’entourage delle alte sfere  militari  con cui trattava quotidianamente,  visto che non solo il francese era la lingua franca  Internazionale dell’epoca (utilizzata quindi da nobili e funzionari), ma soprattutto  era la lingua parlata dalla corte sabauta ( o forse Del Bocca  ignora che Vittorio Emanuele II  parlava un ottimo francese, un superbo piemontese e un sdentato italiano?)

Quando finalmente arriva  il momento di criticare il generale polacco su questioni rilevanti,  cioè la strategia.  Del Boca che fa? Ammette  che non era sbagliata!  In compenso  non cita  neppure di sfuggita i forti contrasti sorti  proprio  su questioni tattiche che si  ebbero  nel  campo imperiale tra Radetzky e il conte  Laval  Nugent  di Westmeath  (comandante  del corpo di riserva austriaco), che per poco non favoriva i sabauti.

Del Boca lamenta l’assenza di anestetici presso l’esercito sardo nel 1849. In effetti etere  e cloroformio erano utilizzati negli Stati Uniti dal 1842 e la prima applicazione di etere  come anestetico  dalle nostre parti avvenne il 2  febbraio 1847,  all’Ospedale Maggiore di Milano.  Quello che però non si dice è  che la maggior parte della comunità scientifica  internazionale, osteggiava fortemente queste sostanze,  in quanto generavano forti dipendenze  ed erano  utilizzate massicciamente dai tossicodipendenti del tempo.

Del  resto gli stessi medici che per primi  utilizzarono etere e cloroformio, gli statunitensi   Horace Wells    e  Willam  Green Morton,  morirono dopo aver vissuto oscuramente gli ultimi anni da drogati.

Non è male, infine, la perla  che ci regala Del Boca a proposito del passaporto  con il quale Carlo Alberto raggiunse l’esilio portoghese: un passaporto falso, intestato a un fantomatico  conte di Barge.  Posto che all’epoca  il viaggio da Torino  a Oporto era un po’ più duro che non oggi, e posto che il sovrano gradisse  un po’ di privacy, appare  chiaro  che  in un’epoca che  vedeva l’inizio  della fotografia  (e di riflesso una riconoscibilità  ancora limitata ed preclusa alle masse), per assicurare  l’incognito  bastasse un altro nome  sul passaporto.

Di falsa, tuttavia, c’è solo l’affermazione di Del Boca.   Se avesse approfondito la materia su cui si accingeva a scrivere,   infatti, saprebbe che il titolo di Conte di Barge è uno di quelli spettanti al capo di casa Savoia. Quindi non un nome fasullo, ma un titolo legittimo, poco utilizzato  e quindi ideale per passare inosservato.


Un cordiale saluto

Alberto Attolini


(Reggio Enmilia - Padania)



Lorenzo dal Boca

Alberto Attollini  ironizza sulla “lenzuolata” a proposito della battaglia di Novara,  a sottolinearne la lunghezza e  poi contesta  che è stato trascurato questo e quel particolare, indicando che il  testo avrebbe dovuto essere assai più lungo.  Ovvio che non tutto si può raccontare e che,  in qualunque documento (anche un saggio),  si deve presupporre una scelta e una selezione di argomenti .

Non si parla di contrasti nati fra i comandanti dell’esercito austriaco perché non interessano i “nostri”.   In ogni caso, le polemiche altrui, in campo  militare, si sono sempre risolte con strategie che,  alla fine, ci hanno  messo alle corde al punto che le abbiamo prese anche da Menelik.  I nostri litigi hanno  provocato la paralisi dell’esercito.  Le opinioni dei comandanti massimi - piemontesi prima e italiani poi - erano orientati non a far prevalere la propria opinione ma a “coglioniare” i  colleghi.

Radetzky e Chrzanowsky  avevano entrambi nomi complica ti al nostro linguaggio e alle nostre orecchie, ma l’uno comandava  l’esercito austro-ungarico e il suo nome doveva essere  pronunciato  da “loro”, mentre l’altro comandava l’esercito piemontese e doveva essere pronunciato da “noi”.  Radetzky era cresciuto nell’amministrazione di Vienna,  ne aveva salito i gradini passo a  passo ed era riconosciuto come il vero numero uno.  Chrzanowsky era considerato un mercenario che,  nei quadri pur sgangherati dell’esercito sabaudo, veniva trattato con indifferenza e insofferenza anche per via della lingua che parlava.

In Piemonte si parlava piemontese.  La maggior parte aveva dimestichezza anche con il francese e l’italiano ma questo non significa tutti e non tutti allo stesso modo.  Chi capiva il francese: bene! Chi non lo capiva aveva necessità che qualcuno gli ripetesse, - traducendo-  ordini e disposizioni. Queste considerazioni vengono dagli stessi comandanti dei reparti interessati, le relazioni e le testimonianze dei quali sono state raccolte da Vincenzo Bortolotti  (Storia dell’esercito sardo e dè suoi alleati nelle campagne della guerra 1848-1949, Torino 1889).  Ma poiché un pizzico di diffidenza non guasta, è stato aggiunto che, quando gli ordini - raramente - risultavano  chiari, erano gli stessi comandanti a storpiarli perché ognuno si credeva più furbo e intelligente dei pari grado.  E dunque Durando piuttosto che Ramorino hanno fatto di testa loro.

Attribuire a Vittorio Emanuele la capacità di esprimersi in un ottimo francese e, addirittura, in un superbo piemontese sembra, francamente, un’esagerazione. Il re “galantuomo” era un somaro di proporzioni galattiche: parlava (e pensava) piemontese e si arrangiava con il francese  e l’italiano. Orale s’intende. Perché per scrivere era in serie difficoltà nell’una  nell’altra lingua.

Quando il Piemonte entrò in guerra non  aveva anestetici (il cui uso era controverso)  ma mancava anche tutto il resto: niente medicine, niente garze, niente infermieri e niente medici. Non c’erano le armi e non c’era nemmeno da mangiare.  I soldati, a Novara, combatterono a pancia vuota perché la sussistenza e il servizio medico erano appaltati a servizi esterni con personale che stava alla larga dal fuoco - perché rischiare di prendersi una schioppettata? -  e interveniva quando la battaglia era finita.

Infine, Carlo Alberto.  La vicenda dell’abdicazione del re, della sua partenza da Novara e del suo arrivo a Oporto, è ricostruita sulla base delle testimonianze - univoche,  per una volta - dello staffiere Francesco Valletti (che guidò la carrozza) e  del  “corriere di gabinetto” Lorenzo Gamalero  (che accompagnò il sovrano).
Raccontano che il re volle un “passaporto contraffatto”,  operazione per la quale venne incaricato Raffaele Cadorna,  allora capitano, destinato ai gradi di generale e a guidare l’assalto per la conquista di Roma nel 1870.

Allontanandosi da Novara, la carrozza con il sovrano finì fra le linee austriache. Le sentinelle di servizio accompagnarono Carlo Albeto dal colonnello Gorge Thurn, comandante del IV corpo d’armata austro-ungarico.  Il re, presentandosi all’ufficiale austriaco, si qualificò come “conte Barg colonnello  dell’esercito sardo in missione speciale”.  Anche qui testimonianze univoche di parte austriaca e di parte piemontese.

Ora, non  c’è difficoltà a impancare una discussione filologica per determinare se quella carta fosse un “passaporto” come l’intendiamo oggi (posto che oggi leggiamo la storia) o se è meglio  definirla genericamente “documento”,  Con altrettanta cura è possibile discutere - anche lungamente - se l’atteggiamento del re  fosse quello di «assicurarsi l’incognito, gradendo un po' di privacy»,  Oppure se si trattò di  «un  espediente atto a celare la propria identità al fine di trarre in inganno eventuali e possibili interlocutori»,  Oppure - e più semplicemente -  che si è scelto di presentarsi   “falsamente”.

E. tuttavia, quando saranno state prese le decisioni sulle parole e le espressioni da utilizzare, sarà possibile definire tutte le altre opzioni “strafalcioni”?  Usando questa o quella definizione, che cosa cambia nella  sostanza?

Questi dettagli, comunque marginali, compromettono il resoconto storico?  Possono i particolari contestati nascondere il fatto che la guerra è stata condotta in modo vergognoso e, nonostante tutto, viene raccontata come se si fosse, trattato di una mezza vittoria?

Capisco che toccare qualche tabù fa venire l’orticaria all’accademia e alla tradizione. Ovvio che i super-nazionalisti del Secolo d’Italia preferiscano la storia paludata e retorica d’antàn ma, se le cose sono andate diversamente da come si insegna a scuola, non è colpa ne della storia ne di chi (con tutti i limiti,  per carità  anche lessicali) cerca di raccontarla.

Certo, sarebbe auspicabile che le contestazioni (che sono sempre benvenute) tocchino l’essenza delle cose e non i loro accidenti.

Lorenzo Del Boca


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di martedì  29 settembre 2009, pag. 14

sabato 10 ottobre 2009

Cavour e il connubio Rattazzi; i conflitti di interessi: la politica di prostituisce




RISORGIMENTO.   L’ALTRA VERITA’

Lo hanno chiamato “decennio di preparazione” perché - con il senno del poi - è stato giusto il tempo che servì al Piemonte per riuscire a battere l’Austria e diventare Italia.

Si disse che migliorarono l’agricoltura e potenziarono il trasporto ferroviario, che irrigarono le risaie con canali appropriati  e consentirono lo sviluppo del porto di Genova, che determinarono regole moderne per le banche e incrementarono gli scambi commerciali con il resto d’Europa. Anche.  Ma, soprattutto, inventarono il “ribaltone” parlamentare, diedero corpo al  “conflitto di interesse” e avviarono il finanziamento delle missioni militari all’estero.  Fondamentale per diventare Italia,  per davvero.

La politica stava cercando le regole per inventare se stessa. La Presidenza del Consiglio era stata, affidata a Massimo  d’Azeglio ma - il rampante del Governo  si chiamava Camillo Benso ed era conte di Cavour:  un impiccione di genio,  un secchione con la testa sempre affondata nelle carte, preparatissimo su ogni questione  tanto puntiglioso da intervenire,  alla Camera, anche sette-otto volte sullo stesso argomento,  per rispondere alla più piccola contestazione e assicurarsi  l’ultima parola.

CAMBIO DELLA GUARDIA PER NIENTE INDOLORE

Sgomitò,  allargando le proprie competenze e tagliando l’erba sotto i piedi dei concorrenti,  finché non soffiò il posto al d’Azeglio che l’aveva chiamato.

Il cambio della guardia non risultò indolore.  Cavour ce l’aveva fatta a sedersi sulla seggiola di Presidente del Consiglio e,  una volta diventato il numero uno, si organizzò in modo da crearsi una sua corrente politica di fedelissimi.  Alcuni compagni di strada “moderati” che pure militavano nel suo stesso gruppo di riferimento politico non gli piacevano.  Avrebbe preferito allearsi con gli uomini di Urbano Rattazzi - anche se stavano all’opposizione - e a loro faceva l’occhiolino.  Si mandarono messaggi sempre più espliciti, si incontrarono in gran segreto e fecero incontrare i rispettivi capigruppo. Il reciproco avvicinamento non poteva passare inosservato.  Venne rivelato, senza equivoci, nel corso di una serie di votazioni nel corso delle quali la minoranza si trovò a votare con la maggioranza al punto che l’accordo realizzato sottobanco fu scoperto, diventando di dominio pubblico.

L'operazione politica che aveva caratterizzato l’alleanza Cavour- Rattazzi ha finito per essere presentata come la scelta lungimirante di uno stratega del gioco parlamentare, mentre fu tutt’altro

L’onorevole Ottavio Thaon di Revel si incaricò di togliere il velo all’ipocrisia parlamentare e commentò con sarcasmo.
«Io - esordì - rispetto le opinioni di tutti ma,  appunto perchè ne ho una mia, la dico. Questo voto indica che il Governo ha cambiato politica e ci annuncia un nuovo connubio».

Connubio” è un termine che ha avuto fortuna, entrando nella storia per la porta principale con una quantità di commenti positivi a proteggerlo.  Ha indicato l’alleanza fra Cavour e Rattazzi e l’operazione politica che lo aveva caratterizzato ha finito per essere presentata come la scelta lungimirante  di uno stratega del gioco parlamentare.  Come se quella svolta geniale avesse rappresentato la svolta verso la modernità.  Basta con la politica di piccolo cabotaggio, chiusa e provinciale e avanti - finalmente! - verso orizzonti  più aperti.

In realtà “connubio” era una brutta parola che (anche se non detto esplicitamente)  sottintendeva “carnale”.  E “connubio carnale”  significava fare l’amore ma non quello lecito, coniugale e rispettato, quanto piuttosto quello che aveva luogo con le donne di malaffare.
Nelle parole di Thaon di Revel («avete fatto un nuovo connubio») doveva intendersi: siete delle prostitute della politica e non avete il pudore di vendervi e comprarvi.  Con il tempo, il Parlamento ha preso atto delle giravolte di chi prometteva di atteggiarsi  in un certo modo per poi comportarsi diversamente, tradendo la fiducia che  aveva chiesto e promesso agli elettori.

Arrivarono i “trasformisti” di Depretis, i “governativi” di Giolitti, gli uomini del penta partito, dei centro-sinistra e dell’unità nazionale.  A ogni formula corrispondeva un piccolo o un grande “ribaltone”.  Significava  che un gruppo significativo di deputati decideva di sostenere le persone che, con gli elettori, si era impegnato a contrastare.

Più recentemente, Silvio Berlusconi, allora capo dell’opposizione, denunciò “il mercimonio” di un gruppo di onorevoli che si riconoscevano nelle posizioni di Clemente Mastella i quali lasciarono lo schieramento che li aveva presentati per transitare nel gruppo che si definiva “Ulivo”.  In campagna e1ettorale lo avevano  osteggiato ma, a risultato ottenuto, con il loro sostegno, gli consentirono di ottenere il voto di fiducia.

Sembrò che  “mercimonio”  fosse un termine smodato dal momento che richiamava un commercio sconveniente.  In effetti l’espressione era grave ma veniva dalla storia.

QUEL MERCIMONIO  ANOMALIA ITALIANA

Quando  Clemente Mastella  ritornò sui suoi passi abbandonando l’Ulivo per riprendere a collaborare con il centro-destra si invertirono le parti: lamenti, con strazianti distinguo, degli ultimi abbandonati e difesa vigorosa dei neo-amici.

Paolo Mieli, giornalista ed editorialista, direttore rispettato de La Stampa e del Corriere della Sera acutamente insiste nel rilevare che questa è stata la vera anomalia italiana. In tutto il mondo le maggioranze di Governo si presentano alla gente elencando quanto sono riuscite a realizzare nel  corso del loro mandato parlamentare.

Se convincono gli elettori della bontà delle loro azioni, ottengono i voti per continuare nella loro azione politica: altrimenti vengono sconfitti alla urne, altri succedono loro al Governo mandandoli all’opposizione da dove ricominciano daccapo per riconquistare le posizioni perdute.

In tutto il mondo ma non in Italia dove le alleanze - anche quelle in contraddizione con i programmi annunciati - si sono sempre realizzate nel cuore della legislatura, chiedendo poi alle elezioni successive una sorta di ratifica che, opportunamente  preparata, è quasi sempre venuta.

Questo per tutta la storia d’Italia,  con la prima Repubblica e l’inizio della seconda. Uniche eccezioni: le soluzioni parlamentari adottate in seguito alla marcia su Roma e all’inchiesta del pool “mani pulite”  ma - sottolinea Mieli - in un secolo e mezzo abbondante si tratta di due eventi straordinari,  proprio come sarebbe l’ infarto per una persona fisica.

CONFLITTO DI INTERESSI DI CAVOUR

Nel 1853, Camillo Benso conte di Cavour,  astro nascente della politica sabauda, era già Presidente del Consiglio dei ministri, manteneva il dicastero  dell’Agricoltura e figurava come principale azionista della “Società anonima dei molini anglo-americani”.  Guarda un po’ dove si deve cominciare per incontrare il “conflitto di interessi”.

Quello fu un anno di crisi. Nelle campagne scarseggiò il raccolto e non c’era grano sufficiente per i bisogni della gente.

Rispettando i meccanismi della legge della domanda e dell’offerta, i prezzi della farina salirono alle stelle, mettendo in serie difficoltà gli strati più deboli ed emarginati della popolazione che non aveva denaro sufficiente  per comprarsi il pane.

Era una carestia di dimensioni internazionali che coinvolse tutta l’Italia e il Sud Europa.

I Governi degli altri Paesi risposero all’emergenza bloccando l’esportazione del grano per congelare i prezzi.

COSI’ IL LIBERISMO ARRICCHI' IL CONTE

Il Piemonte, invece, fedele alle dottrine “liberiste” lasciò che i proprietari commerciassero come meglio credevano e dove loro maggiormente conveniva.  Il grano, in casa, mancò ancor di più ma, oltre confine, realizzarono guadagni anche esorbitanti.  Cavour che, fra i padroni, era  il più padrone, mise da parte un piccolo tesoro.

Lui sempre pingue egli altri a morire di fame?  Una folla- esasperata  perché affamata - inscenò una manifestazione  di protesta sotto le finestre  dell’ufficio del primo Ministro,  davanti al palazzo del Governo, ma venne affrontata con durezza inopportuna dai carabinieri che mandarono i più agitati sia in ospedale che in prigione.

Due giornali – L’imparziale e La voce della libertà - accusati di aver istigato i rivoltosi vennero denunciati e trascinati in tribunale.  Gli imputati vennero poi tutti assolti e Angelo Brofferio su un altro periodico - La voce - rilevò che   «il  conte di  Cavour è un magazzini di grano  e di farina, contro il precetto della moralità e della legge».   Aggiunse che, con la sua amministrazione «ingrassavano illecitamente i monopolisti, i borsaioli, i telegrafisti e gli speculatori sulla pubblica sostanza mentre geme, soffre e piange l’universalità dei cittadini, sotto il peso delle tasse e delle imposte».  Infine giudicò un  « atto  barbarico» l’aggressione delle forze dell’ordine nei confronti di cittadini che stavano manifestando pacificamente.

Cavour e i suoi su successori governarono con un cinismo più proprio degli uomini di banca che dei patrioti.  Predicavano l’ideologia del mercato senza barriere - aperto e,  addirittura spalancato  nel caso della carestia di grano - perché i loro interessi li portavano a vendere la loro merce all’estero.

Ma per i prodotti farmaceutici di fosforo, tutto il contrario,  scelsero il protezionismo più rigoroso e fecero applicare tasse doganali elevatissime tanto da scoraggiare qualunque tipo di importazione. Una contraddizione appariscente: eppure, spiegabilissima.  Cavour aveva forti interessi anche in aziende che producevano prodotti chimici per la medicina e,  piuttosto che accettare elementari regole di concorrenza in grado di calmierare le tariffe,  preferiva vendere a caro prezzo la sua merce e guadagnarci un po’ di più. Attorno al conte Camillo di Cavour si era formata una piccola ma agguerrita schiera di affaristi che si muovevano in equipe e che trovavano il  sistema di guadagnare per ogni operazione.  Anche le “Tangentopoli” moderne hanno i loro precedenti storici illustri.

SPECULATORI SENZA SCRUPOLI

Cavour  venne  accreditato di un patrimonio liquido di 25 milioni di lire, mentre 85 sparirono dalle casse dello Stato

Inseguendo le speculazioni più semplici, suggerite dai disegni di legge in preparazione, gli  amici del conte diventarono facilmente milionari.  Lo stesso Cavour veniva accreditato di un patrimonio liquido pari a 25 milioni.  «Ma probabilmente, a quei soldi, occorre aggiungerne molti altri nascosti nella nebbia»

Il Piemonte si avviava a diventare Italia.

Tanto scrupolosi per i conti personali di famiglia, i politici sembravano assai disattenti quando si trattava del bilancio dello Stato al punto che tasse e prestiti non facevano che rincorrersi,  senza nemmeno avvicinarsi. Nei 34 anni intercorsi fra la caduta del Regno di Napoleone Bonaparte e la prima Guerra d’indipendenza   il Piemonte accumulò  135 milioni di debiti.  Nei dodici anni successivi al  1848   con il periodo “di preparazione”  superò il miliardo: 1.024.970.595 lire piemontesi (di allora).

Il  giornale  L’Armonia censurò le spese allegre che venivano decise: « il  ministro domanda imprestiti e progetta imposte. La Camera discute, vota e approva. I contribuenti pagano»

Questioni vecchie di un secolo e mezzo o problemi del tutto contemporanei e, quasi, attuali?  L’Italia che tanto ci fa arrabbiare  da qualche  parte ha cominciato.

Il  quotidiano approfondì la polemica. “Esamineremo - si propose l’editorialista - le nostre finanze sotto l’assolutismo confrontandole con quelle sotto la libertà».  Paragone, in realtà, improponibile.

«La regola dei Governi assoluti consisteva nello spendere meno di quello che si incassava. Non c’erano tante cattedre di  professori e di economisti ma in compenso, in cassa, c’erano tanti bei soldini».

LA VORAGINE NEL BILANCIO

Nel 1847 l’attivo toccava i  41 milioni che si trasformarono prima in un “buco” nel bilancio e poi in una voragine.  «In sei anni, dal 1848 al 1854, furono contratti prestiti per 503.252.161 lire con un aggravio annuo di interessi passivi di 28.901.443 che si debbono sborsare ai mutuanti».  Finanza allegra e distratta.  «Eravamo debitori di 503 milioni ma nelle casse dello Stato ne erano entrati solo 418.  Dunque erano 85 quelli andati in evaporazioni».  Rubati strada facendo. «Chi tocca quei bei milioni  (e taluno li tocca perché nelle pubbliche casse non c’ erano), ha ragione di parteggiare per il sistema degli imprestiti! ».

DURA OFFENSIVA CONTRO LA CHIESA

Si tentò di rimediare al deficit spaventoso che andava crescendo espropriando i beni ecclesiastici ma i risultati furono irrilevanti.  Nell’erario entrarono pochi spiccioli ma una quantità, di signori riuscì ad arricchirsi comprando all’asta - a poco prezzo - patrimoni immensi.

Nel 1867 vennero alienati circa 7.000 lotti di terreno appartenenti a congregazioni religiose per un ricavo di 57 milioni: un’inezia, tenendo conto del potere d’acquisto della moneta. L’anno successivo i lotti furono 26mila e l’incasso 162 milioni,  in proporzione dunque ancora meno.

Pochi latifondisti ebbero la possibilità di ingrandire i loro patrimoni. Alcune congregazioni religiose che concepivano il loro apostolato come carità al prossimo furono costrette a sciogliersi.  Decine di migliaia di poveri che venivano assistiti da religiosi si ritrovarono ancora più poveri: senza sapere a chi rivolgersi per ottenere un briciolo d’aiuto.  Forse è eccessivo sostenere la tesi secondo la quale il Risorgimento - altro che amor di Patria - diede corpo a un grande complotto ordito contro la Chiesa e che,  per azzopparne  il potere spirituale, si tentò di togliere ad essa ogni  proprietà e persino ogni mezzo materiale  per sopravvivere.  È, però, certo, che le Guerre d’Indipendenza le pagarono i frati, i preti e le suore con i loro beni e i loro sacrifici.  Sostenevano - i liberaloni di allora -  che il clero doveva limitarsi al potere sullo spirito e sulle anime e che, dunque, per conseguenza logica, non doveva avere nemmeno un tetto sopra la testa.  Portar loro via tutto risultava, dunque, onesto e, quasi, doveroso.  I padri della patria, con figli, nipoti, amici e amici degli amici, rivelarono un anticlericalismo forsennato e,  nei passaggi più significativi,  affatto plausibile. Sostenevano lo slogan della “libera Chiesa in libero Stato”  ma, all’atto pratico, la loro libertà assumeva fisionomie sempre più ampie e invasive mentre quella  degli altri era costretta a rimpicciolirsi fino a ridursi ai minimi termini.

Senza nemmeno badare a un briciolo di coerenza di facciata.  Perché tutti questi mangia-preti volevano morire in grazia di Dio e si lamentavano e piagnucolavano se un sacerdote,  senza che ci fosse un atto di pentimento esplicito, negava l’assoluzione dei peccati e l’estrema unzione.   E qualcuno arrivò a mettersi d’accordo con  un prete compiacente e amico in modo da poter morire con il conforto della benedizione religiosa e con tutti i sacramenti al loro posto.
Avevano passato la vita truffando e facendola franca: pensavano di poter comportarsi allo stesso modo con il Padre Eterno.

La gente imparò che ci si doveva arrangiare  come meglio si poteva. In città e nelle campagne dove l’onestà era un punto d’onore - ancor prima che una regola di vita - cominciarono a scorazzare gruppi di briganti.  Prendevano tutto quello che capitava loro nelle mani.  «I malviventi - pubblicò La Stampa - riuscirono a involare le toghe dei giudici»  che li dovevano processare per i furti commessi precedentemente.  Il Piemonte si avviava a diventare Italia.  Si trattava di ottenere  una seggiola in  Europa, al tavolo dei grandi e dei grandissimi ma il Governo di Torino, con pochi milioni di abitanti e un’economia allo stadio pre-industriale, non poteva tenere il  passo con Francia, Inghilterra, Austria o Russia che rappresentavano potenze di ben altre dimensioni.

(5 e 6 - Continua)

Fonte: Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di martedì  29 settembre 2009, pag. 11- 12 - 13.

mercoledì 7 ottobre 2009

VITTORIO EMANUELE, RE DEGLI SCANDALI: PRIMO SOVRANO DELL’ITALIA UNITA



RISORGIMENTO.   L’ALTRA VERITA’

Il sovrano non era all’altezza di governare, ma amava donne, caccia e affari: voleva comprarsi persino Venezia…

Dopo la disfatta di Novara, gli misero in bocca una frase che, molto probabilmente  non aveva mai pronunciato perché  non era in grado di pensarla;  «I Savoia conoscono la via dell’esilio, non quella del disonore».


Vittorio  Emanuele II  esordì in condizioni assai complicate, a Vignale, in una cascina  appena abitabile, a un tiro di schioppo dal campo della battaglia di Novara. La sconfitta del suo esercito era stata definitiva e irrimediabile. 
Carlo Alberto -  persino  coraggiosamente - aveva abdicato e gli aveva lasciato il peso del trono con le responsabilità che comportava.  Il suo futuro e,  per la verità, anche quello del suo Stato e della sua gente,  era punteggiato da troppi interrogativi che lui non poteva sciogliere perché non dipendevano da lui.  Il destino dei Savoia era - ovviamente - nelle mani di chi aveva vinto espugnando il nemico.  Vittorio Emanuele II incontrò il generale vincitore Radetzky.

I libri che si studiano a  scuola lasciano intendere che si trattò di uno scontro fra titani.  Da una parte un vecchio reazionario, intenzionato ad approfittare del successo e,  quindi, a punire quell’insignificante Piemonte, cancellandolo dalla carta geografica e dall’elenco dei diritti.   Dall’altra, un re di fresca nomina, giovane per età e per esperienza ma risoluto nel rispettare i principi della libertà e della Costituzione, non importa quali fossero i costi da pagare.  Gli misero in bocca una frase che, molto probabilmente, non pronunciò mai, soprattutto perchè non era in grado di pensarla: «I Savoia conoscono la via dell’esilio, non quella del disonore».

LA MISTIFICAZIONE  DELL' ARMISTIZIO

Dissero che fu lui a salvare l’indipendenza di Torino.  In realtà, non fu necessario impegnarsi più di tanto e quando si conobbero le relazioni dei testimoni austriaci - che erano tanti - conservate negli archivi di Vienna,  si comprese tutta la mistificazione costruita attorno a quell’episodio.

Quel vecchio generale era ben disposto verso il rampollo sabaudo: era stato il suo testimone di nozze, giusto pochi mesi prima dell’inizio del conflitto del 1848, e sapeva che; con il matrimonio, era diventato parente con gli Asburgo. Almeno per metà lo considerava di famiglia: un po’ discolo, se vogliamo, ma più per colpa del padre che per inclinazione naturale.

Per il monarca sabaudo i democratici non erano altro che «avvocatacci, canaglie e sovversivi» e lui si sarebbe preoccupato di sistemarli: «Si piomba su quella canaglia e la si schiaccia come le mosche»

Quanto al Piemonte, la politica suggeriva di non infierire.  All’Austria non faceva paura quel minuscolo staterello, senza difese e senza economia, che sembrava incastrato fra i contrafforti delle Alpi, con dei sovrani  scesi dalle giogaie della Savoia, lontani dal comprendere persino le proprie debolezze.  Vienna aveva paura della Francia che, al contrario, era uno stato con una forza militare rilevante, aggressivo e ispirato da motivazioni strategiche che lo portavano a porsi in condizioni di rivalità per conquistare una leadership europea alla quale aspirava. Gli austriaci erano convinti che un cuscinetto, messo in mezzo fra loro e quel potenziale nemico, sarebbe stato tatticamente utile.  Perciò, invece di entrare a Torino trascinando per un orecchio il giovane re, come avrebbe potuto fare, Radetzky gli strinse la mano, gli raccomandò di mettere giudizio e lo mandò a casa.

Negli archivi dello Stato Maggiore di Vienna è conservata una lettera scritta da Radetzky al generale Felix von Schwarzemberg nella quale il vecchio comandante riferì che il Savòia «dichiarò fermamente di aver la più solida intenzione di mettere a terra il partito democratico al quale suo padre, negli ultimi tempi, aveva dato tanta mano libera da farne un pericolo per se e per il trono». Per Vittorio Emanuele II, i democratici non  erano altro che «avvocatacci, canaglie e sovversivi»  e lui si sarebbe preoccupato di sistemarli a dovere.

Anche più tardi, in occasioni diverse (con l’ambasciatore inglese Ralph Abercombye  con quello austriaco Rudolf Apponyi, per esempio) si espresse con sicumera: «Si piomba su quella canaglia e la si schiaccia come le mosche». Non gli piacevano proprio: «Li farei impiccare tutti».  E ancora: «Con un paio di reggimenti mi incarico io di ridurre alla ragione quella marmaglia».

In coerenza con le promesse fatte agli austriaci, il re si presentò alle Camere e pronunciò il giuramento di fedeltà. Poi sciolse il Parlamento, indisse nuove elezioni e,  poiché il risultato non gli piacque, le fece rifare, con esito, questa volta, più convincente per le sue idee.  I democratici che gli davano tanto fastidio erano rimasti proprio in pochi da non potergli creare fastidio. Certo, perché il risultato gli fosse di gradimento fu necessario guidare la mano dei cittadini che andavano alle urne. «Giel’abbiamo cantata chiara e a vari chiarissima: li abbiamo destituiti». Parola di Massimo d’Azeglio, presidente del Consiglio. «Ogni giorno chiedo la testa di qualcuno. Nel mio ministero dove comando io, ne ho destituiti tre in un giorno».
Però quelli che restarono si dimostrarono fedeli: votarono bene e si impegnarono perché votassero bene anche gli amici e gli amici degli amici.

IL MASSACRO DI GENOVA

Nel frattempo Genova, per antichi umori repubblicani e municipalisti, si sollevò contro la monarchia.  Il pretesto era il desiderio - sconclusionato quanto velleitario -  di continuare a combattere contro l’Austria chiamando alle  armi i volontari di mezzo mondo.   Nei tafferugli, due ufficiali piemontesi vennero uccisi e il furore della piazza costrinse la guarnigione ad abbandonare la città. Vittorio Emauele II mandò il giovane  Alfonso La Marmora con l’incarico «di  tranquillizzare gli animi», «persuadere» della sincerità del Governo e «distruggere le calunniose insinuazioni sparse contro il re».  
Il militare fece il militare e, incapace per mentalità di tranquillizzare e persuadere, si limitò a distruggere.  Fece piazzare i cannoni intorno a Genova e il 10 aprile 1849 ordinò di bombardare senza riguardo le piazze dove si raccoglievano gli  insorti.  Non andarono per il sottile; fu raso al suolo anche l’ospedale Pammattone e, sotto le macerie, restarono 200 ammalati che erano stati ricoverati per guarire. Dopo tre giorni di pioggia di fuoco la città era pacificata al prezzo di 500 morti.

Non basta.  I bersaglieri entrarono in città a passo di carica e per altre 36 ore la saccheggiarono, approfittando di tutto quello che trovarono a portata di mano, comprese le ragazze  di  alcune famiglie definite “onorate”.  L’ex prete e mazziniano Giorgio Asproni annotò nel suo “Diario politico” la confidenza raccolta dal ministro Vincenzo Ricci il quale aveva contestato al generale la brutalità gratuita della repressione, infangata da atti di libidine riprovevole.  L’ufficiale si difese argomentando che «i soldati erano dei bei giovanotti e, in quelle violenze, le dame avevano anche provato piacere». Il  commento fu che: «Auguravano al signor generale fortuna e piacere uguale anche alla sua moglie e alle sue figlie».

Hanno calcolato che l’assalto di La Marmora costò 721.237 lire e 87 centesimi che, al valore di oggi, fanno una sessantina di milioni di euro.  La Marmora tornò a Torino come se avesse vinto una guerra, fu elogiato, premiato in pubblico per aver zittito «quella vile e infetta razza di canaglie e si trovò la giubba carica di medaglie e onorificenze che non si vergognava, nemmeno di mostrare in pubblico».

Questi super-ufficiali dei piani alti, incerti davanti al nemico, tremebondi al primo incrociare di baionette, più avvezzi alle ritirate - meglio se di corsa - che alla resistenza in difesa, si scoprirono ardimentosi solo contro cittadini in doppiopetto. Divorati dal dubbio sui campi di battaglia veri, davanti a nemici armati come loro, diventavano leoni se si trovavano alle prese con studenti e operai che brandivano volantini e manifesti.

Vale per La Marmora, in questa circostanza,  ma va bene anche per Cialdini, funambolo della spada, in fuga disordinata a Custoza ma intransigente intorno a Gaeta e spietato contro i napoletani che considerava  “briganti”.
Vale per Persano e per i quadri dirigenti dell’esercito, quasi senza eccezioni, fino alla seconda guerra mondiale compresa.
Certo, il primo della classe resta Bava Beccaris che ottenne la massima onorificenza dei Savoia per aver sterminato gli operai disoccupati che, a Milano, urlavano slogan per chiedere pane e lavoro.  Anche per lui una via discretamente illuminata che attraversa una porzione del centro di Torino.

QUEI DOCUMENTI “TAROCCATI”

Per troppo tempo, Vittorio Emanuele Il  è stato, quasi, oggetto di culto. I documenti d’archivio, il più delle volte “taroccati”, lo dipingono come il “galantuomo” Padre della Patria.  Ma sarebbe il tempo rivedere quelle pagine di storia, andando contro corrente.
La lente d’ingrandimento dei nostri giorni, sovrapposta con qualche irriverenza sul mito del futuro re d’Italia,  lo mostra appena nato, la notte fra il 13 e il 14 marzo 1820. Parto difficile e contesto noir. Nella camera della puerpera entrarono frati cappuccini in gramaglie, inalberando  crocefissi, disperdendo incenso e intonando orazioni funebri.  Era arrivato loro il messaggio di un inesistente conte di Noldberg che annunciava la morte della principessa durante il travaglio e li chiamava urgentemente per benedire la salma.

Per il battesimo non si  badò al risparmio: Vittorio Emanuele,  Maria, Alberto, Eugenio, Ferdinando, Tommaso.  Sembrano tanti ma è uno solo.  Ammesso che fosse lui e non il figlio di un macellaio.   Massimo d’Azeglio che, quando non era vittima del suo cattivo umore, fulminava chi gli capitava sotto tiro con pettegolezzi micidiali, aveva messo in giro la voce che il vero principe era morto nel corso di un incendio a Firenze.  Per non restare senza erede, la famiglia reale era ricorsa al sotterfugio di sostituire il neonato e non trovò niente di meglio che  il figlio di un certo Tanaca che, di mestiere, ammazzava maiali, li affettava e ne vendeva la carne. Un macellaio, per l’appunto.

La vicenda è stata valutata poco più che un aneddoto da tutti gli storici che, abbastanza concordemente, sembravano poco disponibili ad attribuirgli un qualche elemento di credibilità.  Anche se il lavoro di Silvio Bertoldi  rimette tutto in discussione e, a leggere le sue pagine  si sarebbe piuttosto incoraggiati a ritenere che la versione più romanzata abbia qualche elemento per essere ritenuta verosimile. Si può risalire alla dinamica dell’incidente soltanto dalla prosa sgrammaticata del caporale delle guardie Galuzzo che, al di là dei suoi problemi con l’italiano, sembrerebbe indaffarato a mascherare ciò che è successo piuttosto che descriverlo. Non è comprensibile come il fuoco abbia ustionato la governante così gravemente da ucciderla, lasciando il piccolo praticamente illeso.
Il carattere di Vittorio Emanuele II e i tratti fisici restano lontani mille miglia da quelli dei genitori: come se non fosse stato nemmeno parente ne di Carlo Alberto ne di Maria Teresa.  Se avevano potuto affastellarsi tanti sospetti era perché ne esistevano i motivi. Vittorio Emanuele II aveva la faccia del beccaio e i modi che usava - in pubblico e in privato – non erano in contraddizione con l’espressione del suo viso.

EDUCAZIONE SOLO FORMALE

Insieme a Ferdinando Maria, Umberto, Amedeo, Filiberto, Vincenzo (che sembrano tanti anche se si tratta soltanto del fratello di due anni più giovane) venne affidato a un gruppo di precettori parrucconi, mediocri in tutto ma rigidi nel pretendere rispetto dissennato per le formalità.  Il cavalier Cesare di  Saluzzo, Gerbaix de Sonnaz è Giuseppe Saint Just, ovviamente cavalieri pure loro; il teologo Charvaz, padre Lorenzo Isnardi e l’istruttore Giuseppe Manno facevano parte di quella aristocrazia sardo-piemontese che mostrava il tono rude e imperioso senza per questo apparire autorevole.
Tutti quei precettori erano uomini antiquati, scelti soltanto in base allo zelo per la corona,  vecchi d’età e di idee, consumati dai cattivi pensieri,  intrisi d’inutile etichetta.  Erano inflessibili sull’orario: sveglia alla 5 e mezza, colazione sobria alla quale seguivano una quindicina di ore inconcludenti. Per cavarci qualche insegnamento utile, in quel clima e con quel corpo docenti, ci voleva l’intelligenza di un premio Nobel. Figurarsi Vittorio Emanuele che considerava la conoscenza una perdita di tempo.  Le sue erano inclinazioni primitive, quasi animalesche.  Gli piacevano i cavalli e le galoppate, la caccia e le corse nei boschi, la sciabola e i duelli all’arma bianca.  I libri lo innervosivano e i compiti lo mettevano di cattivo umore per cui, per evitare di farsi sangue cattivo, dovette spesso trascurarli. Controprova? Gli errori di grammatica e di sintassi che infiocchettavano la sua prosa scritta e parlata.

Le malelingue della servitù cominciarono a darsi di gomito sussurrando che fosse tardo di cervello.  Silvano Costa  corse subito ai ripari dichiarando: «Ha occhi ben sfrontati, un bel nasino all’insù e una bocca graziosa».

La madre, in alcune lettere indirizzate al padre Ferdinando II  di Toscana, ricordò che, da piccino, si divertiva un mondo con un fucile di legno che gli era stato regalato dal nonno. Più tardi, con più affettuoso pessimismo: «Io non so proprio da dove sia uscito codesto ragazzo, non assomiglia a nessuno dei due e si direbbe arrivato per farci disperare tutti quanti».

Quanto a suo padre,  Carlo Alberto, già in preda alle crisi sessuali e mistiche, ridusse al minimo i contatti umani con Vittorio Emanuele, limitandosi a parlargli per iscritto con la presunzione di un sovrano e l’inefficacia di un parente distratto.

Un giorno gli chiese di rispondere  alla domanda se un nobile può occuparsi di commercio di  cavalli. E quell’altro lavorò una settimana, sudando sulla carta da lettera e rompendo quattro matite, per rispondere che «no...non sarebbe  regale…»
Altre volte questo papà, alto e distante, gli mandò i suoi pensieri perché meditasse su quelle sue intuizioni elementari e su quei consigli davvero curiosi.  Per esempio, sottolineò con due tratti di penna la massima cui doveva attribuire grande importanza: cioè che in caso di rivoluzione, un re doveva restare padrone degli avvenimenti. Come consigliare a un  malato a rischio di infarto di tenere sotto controllo i battiti cardiaci.

Non c’era da divertirsi a palazzo. L’unico diversivo era il biliardo ma, poiché era assolutamente vietato giocare con poste in denaro, Vittorio Emanuele e gli amici di turno scommettevano fagiani.  Una notte il principe perse 80mila fagiani in una volta sola: 400mila lire virtuali.

UN CASANOVA SENZA  SENSIBILITÀ

Finalmente arrivarono i 18 anni e Vittorio Emanuele, nel castello di Moncalieri, riuscì a convincere una cameriera «fresca e giovane» a fare l’amore con lui. Poi non si riuscì più, a tenere il conto delle sue avventure galanti. I suoi istruttori che, intellettualmente,  gli attribuivano le capacità di un somaro, avevano avvertito il problema che il principe era di sangue caldo: brouillement de sang.  Altro che la grammatica e la sintassi:  lui, in testa, aveva solo quella cosa li.

Si sposò con Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri,  vicerè del Lombardo-Veneto e onorò le lenzuola coniugali con una vigoria quotidiana e la passione che si riserva all’amore spensierato.  Ma per il resto del tempo, faceva vita da scapolo. A corte gli svaghi erano rari e l’unico divertimento era quell’andirivieni di ragazzette che, confidenzialmente, venivano chiamate «le graziose emigranti».

I suoi piaceri risultavano rapidi e senza impegno, disordinati, senza finezze ne fantasia.  Un egoista dell’amore, come se si trattasse di onorare una specie di obbligo e di sbrigare una formalità senza sottilizzare troppo.  Un esercizio più sportivo che lussurioso.  Alle signore dell’alta società, eleganti e raffinate ma, certo, svenevoli e, in qualche caso, pretenziose, preferiva le contadinotte ardite e le popolane compiacenti.  I letti a baldacchino li sostituiva volentieri con la paglia dei fienili.

Gli piacevano “pienotte”,  robuste, instancabili, grosse, grasse, vistose.  Il suo ideale era Rosa Vercellana, “la bella Rosina”, che di fatto restò la sua compagna per vent’anni. «Giunonica, forte e prosperosa le cui forme, a stento contenute negli abiti, davano l’impressione di essere sul punto di fuoriuscire».  Seni enormi, fianchi generosi, cosce smisurate e, sul didietro, «un’appendice carnosa, sporgente come un mappamondo».   La Rosina diventata la favorita di palazzo, cominciò a rendere vistosi anche gli abiti e a caricarsi di gioielli da sembrare un lampadario semovente.

Per Vittorio Emanuele l’amore si risolse in una sequela di passioni diverse che gli resero varia la vita.  Un gioco. Bastava che fosse giovane e belloccia e non facesse troppo la ritrosa. Nella sua alcova non abitano immagini erotiche, sofisticate o intellettuali:  e tutto straordinariamente uguale, ripetitivo e persino banale.

Qualche volta accadevano degli inconvenienti.  Una sera, il gagliardo sciupafemmine entrò nella casa di una giovanetta passando per la finestra.  Quando usci fu assalito da tre individui (probabilmente parenti della ragazza) e dovette combattere duramente  a colpi di bastone. Alla fine della rissa, uno degli aggressori, rimase a terra morto. Omicidio: preterintenzionale finche si vuole ma - allora come oggi - da giudicare in Corte d’Assise.  
Invece la casa Reale indennizzò adeguatamente la vittima e La Gazzetta d’Italia si preoccupò di pubblicare una nota, a tutta prima incomprensibile, nella sostanza sfrontata «Il re ama le donne.  Noi non lo sappiamo ma se il re ama le donne, se non può che essere  accusato d’aver troppo amato, saremo noi, il popolo innamorato per eccellenza, che crederemo grave una simile accusa

SI OCCUPAVA SOLO DEI SUOI AFFARI

Quando non si infilava a letto di qualcuna, il principale impegno di Vittorio Emanuele II consisteva nel preoccuparsi degli affari suoi, disinteressandosi di quelli del Governo.  I sudditi - ovviamente! - avevano la libertà di pagare le tasse che le ricorrenti “finanziarie” dell’epoca imponevano loro, in modo che lui avesse qualche opportunità in più per rovistare nell’erario e prelevare quanto gli serviva.
La lista civile a sua disposizione - cioè l’insieme dei beni economici - era la più alta fra i paesi del mondo conosciuto e, facendo un rapporto con il potere d’acquisto, mai eguagliata in nessun tempo. Gli zar costavano meno, costa meno la regina d’Inghilterra e le spese della Casa Bianca sono più modeste. Nel 1867 il suo appannaggio raggiunse la cifra di 16 milioni,  pari al 2 per cento del bilancio dello Stato.

Vittorio Emanuele aveva mantenuto tutti i palazzi di casa Savoia ma, rastrellando regioni e cacciando i sovrani che le governavano, acquisì le proprietà di quelle dinastie e le tenne tutte per se. Alla fine i suoi immobili, comprese le  tenute di caccia, erano 343.  Consumava somme favolose per cani, cavalli e favorite di ogni genere e grado e i loro parenti.  Se tutto ciò fosse compatibile con le risorse del Paese era questione lontanissima dalle sue preoccupazioni e, purtroppo, analoga spensieratezza apparteneva all’elite al potere.  
Il regno d’Italia spendeva più del doppio di quanto avevano speso,  complessivamente, i vari Stati pre-unitari messi insieme.

Le zone conquistate erano spremute dai tributi e le uscite superavano di un terzo le entrate.  Il Paese era sull’orlo della bancarotta. Impossibile finanziare lo sviluppo, come sarebbe stato logico, riequilibrare lo stile di vita delle varie regioni, come era stato promesso e assicurare all’Italia - tutta l’Italia - un futuro di tranquillità, conie sarebbe stato doveroso.

Importava al re galantuomo?  La corruzione era di casa a palazzo. Famigli e loschi personaggi si presentavano al re immaginando disinvolte  speculazioni e “affari”  troppo simili  a rapine di stato. Correvano tangenti se si dovevano costruire i tratti ferroviari. Ci volevano soldi per privatizzare (prima) e  ricomprarsi (poi) il diritto di monopolio sui tabacchi. Una spesa aggiuntiva doveva essere prevista per ogni opera pubblica che veniva data in appalto.  
Quando dici “Tangentopoli” pensi che sia un’inchiesta della magistratura degli anni Novanta e sei portato a credere che il marcio sia nato allora o poco prima. La storia dimostra che le pianta del malaffare è alta e larga con radici che affondano nell’Ottocento dell’ Unità d’Italia.

Il parlamento dovette avviare almeno quattro inchieste politiche per chiarire voci insistenti di “peculato” che riguardavano gli altissimi vertici del Governo. Ogni volta si trovava una pista che portava direttamente al re. Letizia Rattazzi, amante del re che il re dirottò a  sposare il suo presidente del Consiglio, con una punta di malizia, probabilmente senza prove documentali ma mettendo nero su bianco, scrisse che Vittorio Emanuele II  «percepiva alcuni milioni l’anno dagli stanziamenti per l’esercito» e - stessa fonte - che nel 1968 la cifra che intascò «raggiunse i 20 milioni».

LA CASTIGLIONE SENZA VELI

Dopo la sua morte, il 9 gennaio 1878, nel suo studio, venne trovato, uno scrigno invisibile perché ben mascherato e ignorato da tutti.  Dentro, insieme a una gigantografia della contessa di Castiglione  nuda, venne trovata una valigetta con 20 milioni di lire in biglietti  nuovi di banca. Erano le  “spese riservatissime” del sovrano che gli potevano consentire di acquistare un paio di  quartieri “bene” di Roma: case, negozi e  ; la gente che li abitava.  La foto pornografica venne bruciata personalmente dal figlio Umberto I: i soldi, invece, non li bruciò.

I finanzieri di dubbia fama, gli affaristi senza scrupoli, i brasseur d’affaire e i trafficanti di ogni genere erano di casa a palazzo reale.

Sua figlia illegittima, Vittoria, si sposò con il marchese Giovanni   Spinola, colonnello di cavalleria e blasone genovese, arrivando all’altare con alcuni carri di vestiti, una collezione di gioielli il cui valore fu stimato prossimo alle 300mila lire, mezzo milione di dote e altre 200mila per la liquidazione dei diritti di  proprietà individuali con il resto della famiglia. Un contadino campava con dieci soldi la settimana.

L’altro figlio illegittimo, Emanuele Alberto, cominciò col pensare alla carriera militare.  Il battesimo del fuoco avvenne a Custoza, nel 1866 e il suo comandante, cori piaggeria disgustosa, lo citò nell’ordine del giorno:
«Il predetto caporale Mirafiori Guerrieri riunisce autorevolezza e attitudini non comuni per diventare in breve un intelligente e ardito ufficiale».
Naturalmente il giovane ottenne la promozione a sottotenente e avrebbe scavalcato di corsa di gradi dell’esercito, raggiungendo rapidamente il livello degli inetti che hanno messo l’Italia nella condizione di perdere tutte le guerre. Però, essendo di costumi discutibili, si cacciò nei guai e dovette lasciare la divisa.  Un ignorante in meno nei ranghi, ma un trafficone in più per uffici pubblici. Si occupò di amministrare il proprio patrimonio che - bontà del re - cresceva a dismisura. Arrivava ad accendersi il sigaro con un biglietto da cento lire.  Quando si sposò con Blanche Enrichetta de Lardarel il papà re non gli fece il torto di trattarlo peggio della sorella. Ebbe un capitale fruttifero di 110mila lire, la tenuta di Mirafiori valutata 300mila lire e palazzo Poniatowsky, a Firenze, acquistato per 550mila lire. Basta? Il palazzo andava ristrutturato e Vittorio Emanuele pagò con i soldi della cassa d’Italia anche se, assalito da un sussulto di resipiscenza, un giorno, scrisse al figlio. «Ricordò che gli era  stata assegnata una somma  di 35mila lire per aggiustare la scuderia e il piano terra. Ora - commentò - sento che 50mila lire sono già state spese in aggiustamenti e che 70mila lire sono finite  nella scuderia. Ciò fa pessima impressione perché dicono che io rubo i denari della nazione per darli a te».

I torinesi, gente schietta, avevano capito tutto.  «Monsù Savoia pija gust a la canaja»: vedevano e  capivano che le compagnie che frequentava erano fatte di furfanti.

Si era organizzato un servizio segreto, ritagliato sul suo personaggio. Doveva essere la cosa più riservata ma, in realtà, tutti ne  erano a conoscenza. Scriveva l’ambasciatore Hudson: «Sono spie, uomini e donne della peggior risma che si limitano a spillargli denaro e dirgli quanto basta per eccitare la sua curiosità e servire i loro scopi». Voleva  comprare Venezia per due miliardi (che non aveva). Immaginava di corrompere alcuni prelati del Vaticano perché gli aprissero le porte di  Roma.  Credeva possibile sobillare un’insurrezione in Grecia per farsi acclamare re anche da quelle popolazioni.

Al colmo del delirio di onnipotenza, chiese agli imperatori d’Austria e di Germania “mano libera” per “risolvere” la questione d’Oriente.  Secondo lui quel groviglio di popoli e di etnie che aveva fato dannare il mondo per 500 armi era una questione elementare. Bastava “cacciare il sultano di Turchia” e sistemarlo “in qualche regione dell’Asia” dopo di che lui, Vittorio Emanuele avrebbe consentito alle nazioni di “papparsi” tutto quello che volevano, consentendo al Piemonte-Italia di tenersi qualche cosina.

I partner di questa strampalata iniziativa temporeggiarono e il re di Torino si spazientiva al punto da immaginare un’operazione tutta sua.  Con qualche variante. Si trattava, a questo punto, di finanziare  i mazziniani che volevano la rivoluzione in Transilvania e in Galizia. Gli austriaci avrebbero dovuto accorrere per domare le rivolte di piazza dando la possibilità a Vittorio Emanuele II di entrare in guerra e sbaragliare le fragili difese rimaste.  I mazziniani, al momento di entrare in azione, furono catturati e rivelarono tutto lasciando allo scoperto tutta la diplomazia piemontese.

DUE PISTOLE SULLA SCRIVANIA

Lord Clarendon considerò che la corona d’Italia era a rischio con quel sovrano «ignorante, bugiardo, intrigante che nessuno può servire senza danno per la propria reputazione».  
Vittorio Emanuele aveva sentore che sparlassero di lui ma se ne fregava: Continuava ad andare in giro con le sue giacche di fustagno - sformate come le sue idee - dalle tasche delle quali usciva ogni genere di oggetti che gli  potevano servire.  Gli piacevano i toscani di trinciato forte ma, prima di fumarli  li lasciava qualche giorno a macerare nel cognac perché prendessero più sapore.  Al mattino, appena alzato, si scolava un bicchierone d’acqua ghiacciata. E quando aveva mal di testa - cosa che gli capitava soprattutto se doveva impegnarsi a leggere qualche cosa - prendeva alcune pillole che i veterinari prescrivevano ai suoi cavalli.

Sulla scrivania teneva un paio di sciabole, cartucce, bandoliere e due pistole cariche. Se si sentiva nervoso, sparava una rivoltellata e - secondo l’estro e la casualità del momento - abbatteva uno stucco piuttosto che un infisso o la cornice della porta.

Tutti pensavano che il Paese fosse nelle mani di una congrega di imbroglioni.
«A giudizio di noi ambasciatori - è il testo di un’altra nota diplomatica inviata a Londra - è un governo di nullità. Il più debole di tutti è il ministro degli esteri conte Campello. La sua intelligenza è così limitata e appare così ignaro dei problemi del suo dicastero che tentare di avere una conversazione con lui equivale a perdere tempo».  
L’Italia stava prendendo corpo.


(4 – Continua)

Fonte: Fonte: srs di Lorenzo del Bocca; da La Padania di sabato 26 settembre 2009, pag. 11- 12 - 13 - 14.