giovedì 16 maggio 2019

MILANO. L' ECCIDIO DI BAVA BECCARIS DEL 1898

Alpini a Milano


Gli alpini dell’ adunata di Milano 2019   sanno quello che hanno fatto a Milano  nel maggio 1898 i loro  vecchi colleghi?  Perché loro là…vi erano… 

Il   “decorato” Fiorenzo Bava Becaris  disse che erano presenti:  “quasi tutti gli alpini del  5° reggimento. 

Il  bilancio del massacro fu 82 morti, 450  feriti….  

Una delle tante stragi di stato di questo paese. 

Questi alpini bevono così tanto da ….dimenticare  quello che è successo?


Fonte: da facebook di Vota franz vive, del 11 maggio  2019




LE TRE GIORNATE DI MILANO DEL 1898 





Queste immagini stanno facendo di FB; si tratta degli Alpini che partecipavano alla repressione dei moti delle "Tre Giornate di Milano", comunamente come la repressione di Bava  Beccaris.
Quindi non solo i Bersaglieri ed i Granatieri, anche gli Alpini. Il generale carogna aveva a disposizione il III corpo d'armata, quindi gli uomini non gli mancavano. Come noto, vista l'imponente rivolta milanese, i primi 2.000 bersaglieri non erano sufficienti per sedare la rivolta.
Quello che i tricolori non raccontano, è che il Regio Esercito era stato organizzato principalmente per sedare le rivolte contadine; alcuni anni più tardi, anche le rivolte operaie.
I coscritti meridionali partivano alla sede della Brigata al Nord, i coscritti settentrionali andavano al Sud. Così non c'erano problemi per ammazzare la propria gente nel più completamento isolamento linguistico. 
Infatti i militari italiani erano tutti analfabeti e durante il periodo della lunga ferma, il Regno Esercito si guardava bene da insegnargli a scrivere e leggere. Perchè avrebbero curarsi dei facinorosi stranieri?
Avete presente la barzelletta di perchè i Carabinieri vanno sempre in tre? Perchè uno sa la leggere, uno sa scrivere ed il terzo tiene a bada i due pericolosi intellettuali. Vox populi.

Il sistema è sempre in auge, avete mai fatto caso che i finanzieri sono tutti del sud? Perchè devono tartassare le aziendine del centro nord... elementare Watson.
E chi causò il casino? Personaggi ed interpreti in ordine secondo wiklipedia italiana:
1) Francesco Crispi di Agrigento per la sua guerra commerciale dei dazi contro la Francia (che essendo 10 volte più potente lo stritolò)
2) Antonio Starabba, marchese di Rudinì di Palermo, primo ministro
3) Antonio Winspeare prefetto di Milano nato a Potenza
4) Bava Baccaris di Cuneo (secondo le leggende, i più gnucchi dei piemontesi)
Ed accadde il patatrac.

Franz Josef diceva che la grandezza dell'Austria consisteva nell'apporto dei suoi popoli, che contribuivano al benessere secondo i loro pregi nazionali.
L'Italia Unita è stata creata nel modo opposto: tutti i popoli conquistati dai Savoia, diedero il peggio di loro stessi.
Non può essere diversamente, se l'Italia Unita era l'organizzazione più reazionaria d'Europa. 
Lo spot del 150° anniversario diceva "Creata per unire".
 I caricaturisti dicevano "Creata per romper i cojoni". 
In realtà, "Creata per sfruttare la povera gente".


Fonte: da facebook del 11 maggio 2019



RELAZIONE DEL GENERALE BAVA SULLA SOMMOSSA DI MILANO DEL 1898





Milano, addì 29 maggio, 1898.

Condizioni della sicurezza pubblica in Milano

Le condizioni della sicurezza pubblica in Milano, prima della rivolta, sono abbastanza bene delineate noi rapporti del Prefetto e del Questore che accompagnano questa mia relazione nella quale, il più succintamente possibile, mi studio di riassumere gli avvenimenti trascorsi, facendola precedere da alcune mie considerazioni.

Dopo le parziali rivolte avvenute a Faenza, Bari ed altre località, sotto il pretesto del rincaro del grano, io ebbi sempre un presentimento che anche qui in Milano si sarebbe fatta qualche grave dimostrazione, antesignana di una sommossa a scopo politico sociale.

Veramente qui in Milano, la città più florida d'Italia, dove l'operaio trova una soddisfacente rimunerazione al suo lavoro, e dove lo sviluppo di ogni specie di cooperative concorre a mantenere i prezzi dei generi di alimentazione in una misura tollerabile anche in momenti di crisi, qui in Milano, dico, mancava il motivo di proteste o tumulti e si poteva a tutta prima supporre che l'ordine pubblico non sarebbe stato turbato.

Ciò malgrado, come dissi in principio, io non ero tranquillo; ricordavo l'«osate, osate» pronunciato dal Dario Papa dalle finestre dell'Italia del Popolo nelle sere nefaste delle dimostrazioni dopo la battaglia d'Adua; ricordavo i tentativi fatti in quelle sere dal partito repubblicano per impadronirsi del Municipio; ricordavo la propaganda continua fatta dai giornali SecoloItalia del Popolo ed Osservatore Cattolico, in ibrido connubio uniti, contro la Monarchia e specialmente contro l'Esercito, alla quale propaganda facevano coro anche quei giornali che, pur rimanendo tepidamente nell'orbita delle istituzioni, predicano sempre che le spese militari sono la rovina economica del paese.

Non potevo dimenticare che, in epoche recenti, qui in Milano si erano fatto dimostrazioni e tenute pubbliche concioni, nelle quali più o meno velatamente dai capi del partito socialista e repubblicano si era proclamato che l'ora della insurrezione era vicina.

La grande massa d'operai dei numerosi stabilimenti industriali situati quasi tutti alla periferia, e che si sapeva essere tutti o quasi tutti ascritti al partito socialista, rappresentavano per me un esercito ben organizzato, al quale mancava solo l'occasione, il motto d'ordine per insorgere.

Condizioni della Pubblica Sicurezza nel territorio dipendente

Nè migliore mi risultava essere lo stato della pubblica sicurezza nel territorio del Corpo d'Armata; i numerosi centri manifatturieri nei circondari di Monza, Gallarate, lungo l'Adda, il Serio e nelle provincie di Bergamo e Brescia, erano minacciati dalla propaganda socialista, mentre d'altra parte i contadini erano alla mercé dei numerosi comitati diocesani e parrocchiali, la propaganda dei quali, per quanto meno esplicitamente contraria alle istituzioni, non riusciva per questo meno terribile e dannosa.

A Brescia e Bergamo erano già avvenute delle dimostrazioni pel rincaro del pane; altre se ne temevano a Lecco, Varese, Luino, nei dintorni di Gallarate, di Lodi, di Abbiategrasso. — Insomma l'agitazione latente di Milano si ripercuoteva in tutto il territorio del Corpo d’Armata, mentre si erano dovute diminuire lo già scarse truppe, per l'invio di due battaglioni a Napoli, dei presidi di Bergamo e Brescia.

Mancava un movente comune che riunisse tutte questo tendenze al disordine, e non esistendo che in poche località il pretesto del rincaro del pane, lo si cercò nella chiamata della classe 1873; ed infatti a Varese, Lecco, Monza e nella stessa Milano si segnalavano probabili disordini per impedire la partenza dei richiamati, che stavano regolarmente affluendo ai relativi distretti.
Malgrado quindi tutte le assicurazioni avute, come ho detto, qui in Milano, era mio dovere prepararmi a far fronte ad ogni eventualità, coi mezzi di cui disponevo.

Situazione militare

Già fin dai primi di aprile scorso, invitavo i Comandanti dei presidi principali del Corpo d'Armata a farmi conoscere la forza disponibile per servizio di pubblica sicurezza, forza che pel presidio di Milano, è riassunta nello specchio annesso.

Come si rileva dal detto specchio le forze erano esigue assai, ammontavano cioè a 2000 uomini di fanteria, 600 di cavalleria, e 300 circa di artiglieria a cavallo, né io potevo a priori contare su rinforzi, tenuto conto delle condizioni generali del paese e della comunicazione telegrafica di cotesto Ministero, Circolare N. 2373 (allegato 2°) colla quale si ingiungeva a tutti i Comandati di presidio di calcolare esclusivamente sui propri mezzi.

Debbo inoltre far notare che, oltre al fatto che le reclute, anche quello istruite col metodo ginnastico educativo, non avevano ancora compiuta la loro istruzione, in seguito alla chiamata alle armi della classe 1873, nei giorni della loro affluenza, vestizione ed inquadramento nei reggimenti (6-7-8 maggio), si era in un periodo di crisi che portava ad un'altra diminuzione delle forze disponibili.

Sin dal 30 aprile emanavo l'ordine che i vari Comandanti di presidio si mettessero in relaziono colle Autorità politiche, e che provvedessero che i tumulti fossero repressi colla massima energia al loro nascere; ed in data 4 maggio prescrivevo speciali misure di precauzione pei quartieri, od ordinavo che le istruzioni alle truppe fossero fatte in piazza d'armi o nei dintorni immediati della città in modo da poter essere pronto al primo cenno. (Allegato 2° e 3°).

Pel presidio di Milano poi d'accordo col Tenente Generale cav. Del Majno Comandante il Presidio, si stabilì di fare due nuclei delle truppe disponibili, uno che fosse a disposizione della Questura, l'altro da conservarsi in riserva alla Caserma San Francesco.

Peggiorando la situazione generale del Regno, con telegramma del 2 corrente (allegato 4°) V. E. mi comunicava un telegramma diretto da S. E. il Ministro dell'Interno ai Prefetti, col quale li autorizzava ad affidare in caso di bisogno all'Autorità militare il ristabilimento dell'ordine.

Nella notte del 5 maggio la locale Prefettura avendomi notificato che si temeva qualche dimostrazione pel mattino successivo, per parte degli operai che entrano in città, per recarsi al lavoro, richiamavo telegraficamente in Milano il 5° reggimento Alpini che si trovava alle sedi estive, ed inviavo per misura precauzionale, due distaccamenti rispettivamente a Varese ed a Lecco; tutto ciò riferivo a V. E. con mio foglio del 6 maggio, n. 1551. I disordini temuti anziché al mattino, scoppiarono nel pomeriggio del giorno 6.

Essi sono descritti distesamente nel rapporto del Maggioro cav. Montuori, che qui si unisce (allogato n. 5).

L'Autorità politica, la mattina del giorno 7 (sabato) mi mandava un dispaccio telefonico verso le 10 1|2 col quale mi preavvisava che, vista la situazione minacciosa, mi avrebbe affidata la direzione del ristabilimento dell'ordine e che stava preparando apposito manifesto; in quel momento stesso il Comandante del presidio mi venne a dire che tutti gli operai degli stabilimenti scioperavano e che la marea montava.

Si stabilì allora che egli si portasse subito in Questura per avere direttamente sotto mano e truppa e funzionari; mentre io mi recai dal Prefetto per prendere cognizione esatta della situazione. — Erano le 11.30 circa ed in quell'ora i rivoltosi si erano addensati minacciosamente a Porta Venezia, dove erigevano barricate; ritornato in Questura presi sollecitamente le più urgenti disposizioni per l'impiego delle truppe lasciandone la direziono al Generale Del Majno, nell'intelligenza ed energia del quale avevo piena fiducia.

Poco dopo (a mezzogiorno) mi arrivò il seguente dispaccio telefonico dai Prefetto : oggi si pubblicherà manifesto col quale si affida Autorità militare ristabilimento ordine. — Prego intanto assumere da ora direzione. — Questura resta suoi ordini per quanto riguarda concorso a ristabilire ordine.

A questo punto la situazione era già pregiudicata, i rivoltosi erano già in massa alle varie porte e principalmente a Porta Venezia; non si poteva quindi più pensare ad impedire loro l'entrata in città.

Non rimaneva quindi che concentrare lo poche truppe disponibili in Piazza del Duomo e di là irradiarsi sui punti minacciati.

Ritornai in ufficio, dettai un proclama ai Milanesi, telegrafai al Presidio di Como e di Lodi che tenessero pronti a partire per Milano al primo cenno rispettivamente un battaglione e due squadroni; e quindi seguito dal mio Capo di Stato Maggiore e dall'ufficiale d'ordinanza, mi portai a cavallo in Piazza del Duomo per prenderò esatta conoscenza della situazione; ivi mi convinsi della serietà del pericolo, essendoché in via Torino le barricate erano già giunte ad un centinaio di metri da Piazza del Duomo.

Le notizie avute poi segnalavano il sorgere di numerose barricate per tutte le vie che sboccano in detta Piazza, barricate a dir vero non molto ostinatamente difese, ma che appena allontanata la truppa e distrutte, rapidamente venivano ricostruite.

L'azione energica della truppa è chiaramente indicata nell’unito rapporto del Generalo Del Majno; essa si svolse secondo le mie direttive, e a lunghi tratti si può così riassumere:

Giorno 7 maggio. — Mantenere il possesso della Piazza del Duomo, respingendo più che si poteva i rivoltosi verso le porte.

Giorno 8 maggio. — Occupazione della linea delle porte e dei bastioni.

Giorno 9 maggio. — Occupazione dei sobborghi e delle linee ferroviarie.

Giorno 10 maggio. — Protezione degli stabilimenti industriali e del ritorno al lavoro degli operai.

Nelle prime ore della sera del giorno 7, giusta l'ordine di S. E. il Presidente del Consiglio dei Ministri, proclamavo lo stato d'assedio nella provincia di Milano, pubblicavo i primi ordini e la mia nomina di R. Commissario con pieni poteri.

Ebbi, nella pronta preparazione dei decreti e dei bandi relativi, la efficace cooperazione del Prefetto Winspeare, che volle mettersi subito a mia disposizione con un lodevole sentimento di abnegazione; così pure mi fu valido aiuto il signor Procuratore Generale, e specialmente il Questore.

La situazione alla sera del giorno 7 era inquietante; gli scioperi si erano fatti generali anche fra gli operai dell'interno della città; formavano in tutto una massa imponente di più di 60,000 scioperanti; si tentò lo sciopero anche per parte dei macchinisti; infatti questi, accampando minacce ricevute, avevano abbandonato le locomotive sui binari, allo scopo di non lasciar arrivare i soccorsi.

Le notizie della vicina Monza, dove era avvenuto un conflitto colla truppa, erano allarmanti o facevano presagire guai maggiori.

Occorreva prevedere colla massima energia, non solo in linea militare, ma anche in quella politica; emanai perciò senza indugio i decreti per sopprimere i giornali: SecoloItalia del PopoloOsservatore Cattolico, decretando l'immediato arresto dei loro redattori; parimenti ordinai al Questore di procedere all'arresto di tutti i capi, compresi i Deputati socialisti e repubblicani, che si si ritenevano promotori od istigatori della sommossa, presenti in Milano; provvidi finalmente per lo scioglimento di tutte le società socialiste e repubblicane, o tra queste di quella potente della Lega dei ferrovieri, abbenchè mi si facesse balenare il pericolo di uno sciopero, al quale si sapeva istigatore violento il Deputato Nofri, per quanto non siasi potuto constatarne la presenza a Milano, né raccogliere elementi sufficienti per provocarne l'arresto.

Infatti, fra i documenti sequestrati dopo, si trovò una circolare in data 8 maggio, a firma di certo Perugini, colla quale era indetto lo sciopero fra i ferrovieri nel caso venisse arrestato il presidente o sciolta la Lega.

Nel giorno 9, informato che i macchinisti di questa stazione si erano messi in  sciopero ed avevano abbandonato le locomotive sui binari adducendo per pretesto minacce avute dai rivoltosi, ordinai di deferire al Tribunale militare quelli che persistessero, provvedendo in pari tempo alla loro sicurezza con convenienti scorte sulle macchine stesse; così il minacciato sciopero fu scongiurato per quel giorno ed eliminato definitivamente colla saggia misura presa da V. E. della chiamata delle classi ferrovieri sotto le armi.

Intanto avevano cominciato ad affluire i rinforzi ordinati da codesto Ministero, cioè due battaglioni del 91° e 92° provenienti da Novara, oltre a quasi tutto il 5° reggimento alpino ed al battaglione del 48° fanteria proveniente da Como e ad uno squadrone dell'Umberto I.

Con tali forze, e con quelle che arrivavano nel giorno successivo, la rivolta si poté considerare domata nel giorno successivo 8, corno ebbi l'onore di telegrafare a S. E. il Presidente del Consiglio ed a V. E., con mio telegramma N. 1651 di detto giorno, spedito ad ore 17,40, dovendosi ritenere l'episodio di via Monforte del giorno 9 come un fatto isolato e di secondaria importanza.

Sin dalla sera del giorno 8 avevo invitato gl'industriali ad aprire per l'indomani i loro stabilimenti : ed allo scopo avevo pure rivolto un caldo appello agli operai, la maggioranza dei quali lo accolse con simpatia, e nel mattino stesso, gli stabilimenti si sarebbero riaperti tutti, se si avesse avuto disponibile forza sufficiente per proteggere i buoni contro i perversi. Malgrado ciò, il lavoro si riprese nella giornata in parte di essi, e nel successivo martedì tutti e quanti gli stabilimenti ripresero il loro andamento normale.

Le truppe erano però oltremodo stanche: si può dire che dalla sera del giorno 6 erano sotto le armi fuori dei loro quartieri ed al bivacco sulle piazze o nelle vie; si è perciò, che nel giorno 8 telegrafai al Generale Pelloux a Rogoredo ed al Generale Marras ad Abbiategrasso, di accelerare il più che fosse possibile la marcia delle rispettive colonne che stavano concentrandosi in dette località per ordine di cotesto Ministero, anche semplicemente colle armi a cavallo.
L'arrivo di tali truppe nella sera dell'8 e nel mattino del 9 permise infatti di dare al presidio di Milano il necessario respiro.

Avvenimenti nel territorio del Corpo d'Armata

L'eco dei disordini e della rivolta di Milano e le false ed esagerate notizie diffuse, non potevano non esercitare un'influenza nociva nel territorio del Coipo d’Armata, per cui nei giorni 6 e 7 affluirono insistenti domande telegrafiche dalle Autorità politiche e dai Comandanti dei presidi tendenti ad ottenere invio di forze. Conscio della grande responsabilità che mi incombeva e della suprema necessità anzitutto di reprimere energicamente la rivolta a Milano, per l'effetto morale che ne sarebbe derivato, rifiutai sempre, ordinando ai Comandanti di presidio di provvedere colle proprie forze alle necessità del momento, e supplendo coll'impiego energico di esse alla relativa deficienza.

E siccome l'agitazione aveva per pretesto visibile la partenza dei richiamati, dovetti provvisoriamente sospenderla pei presidi di Lecco, Varese, Lodi, Como e Monza. Per quest'ultima località le notizie avevano una speciale gravità: le dimostrazioni si succedevano e nella sera del giorno 7 la truppa attaccata aveva dovuto far fuoco. Tutti gli operai si erano messi in sciopero, si temeva per la Villa Reale, e, d'altra parte, la sua vicinanza faceva nascere il pericolo, che quei rivoltosi, qualora la forza pubblica avesse la peggio, non si unissero a quelli di Milano.

Si è perciò che, quantunque le condizioni di questa città fossero ancora critiche, alle tre del giorno 8 facevo inviare a Monza da Milano per ferrovia con treno speciale due compagnie alpine, mentre per via ordinaria vi dirigeva uno squadrone.

Malgrado tali rinforzi continuandosi ad aggravare la situazione, inviai colà nel giorno 9 un altro squadrone con una sezione d'artiglieria, ed affidai il Comando di quella zona al Colonnello cav. Cocito Comandante il 5° Reggimento Alpini.

Mercé l'energiche disposizioni da lui prese l'ordine fu sempre mantenuto.

Tumulti a Luino

Altri tumulti erano segnati a Luino dove, il giorno 10, carabinieri e guardie di finanza dovettero far fuoco sulla folla, che tentava assaltare quella caserma. Si ebbero a deplorare 4 morti e 10 feriti. Il pronto accorrere di una compagnia Alpina da Milano ripristinò l'ordine.

Provvedimenti per ristabilirò la calma nel territorio

Repressa la rivolta di Milano e di Monza, era urgente provvedere energicamente al pronto ristabilimento dell'ordine nel territorio del Corpo d’armata: i tumulti del Monzasco aggravati da quelli che andavano manifestandosi a Cassano d’Adda, Fara d’Adda, Trezzo e nei dintorni di Luino e di Lecco, mi facevano temere uno sciopero generale, del resto preannunziato, di tutti quei centri manifatturieri allo scopo evidente di venire a dare la mano ai rivoltosi di Milano.

A scongiurare un tale pericolo, sin dalla notte dell'8 al 9 telegrafai al Comandante la Divisione Militare di Brescia, perché costituisse subito una colonna mobile delle due armi e la spingesse rapidamente per Treviglio su Cassano d'Adda per agire energicamente nel territorio tra Fara d'Adda ed il Serio.

L'azione di questa colonna nei giorni 9 e 10 e successivi ricondusse la quiete in quella località.

Contemporaneamente prendeva il provvedimento di dividere il territorio delle due provincie di Milano e Como in quattro zone militari, adeguatamente provviste di fanteria e cavalleria, come ebbi a comunicare a V. E. col mio ordine del giorno 10 maggio N.° 86 (allegato N.° 6), prescrivendo l'irradiamento giornaliero di numerose colonne mobili da ogni centro di zona, che facessero sentire la loro azione ovunque. Tali istruzioni si trovarono conformi a quelle emanate poi da codesto Ministero con sua circolare 12 maggio N. 2952.

Queste disposizioni unitamente alla impressione profonda, prodotta dalla repressione pronta ed energica della rivolta di Milano e Monza, valsero ben presto a togliere ogni velleità di disordini.

Allarmi al confine svizzero

Alcuni dei promotori dei tumulti di Milano, sfuggiti alle ricerche e riparatisi in Svizzera, sobillarono i numerosi operai italiani colà residenti e già preparati da lunga mano, per cui dovendosi temere, giusta le informazioni avuto da codesto Ministero, una pericolosa invasione di elementi socialisti ed anarchici da quella frontiera, proclamai l’11 corrente lo stato d'assedio anche nella provincia di Como; e giusta gli ordini di V. E., concentrai, in detto giorno e nel mattino successivo, a Como una colonna mobile composta di quattro battaglioni, una batteria e quattro squadroni di cavalleria. Successivamente concentravo a Como nel giorno 13 la colonna mobile anzidetta della Divisione militare di Brescia, dando il Comando supremo al Maggior Generale Ponza di S. Martino.

È noto a V. E. come il pericolo sia sfumato e come tutto si ridusse al rimpatrio di duecento operai italiani eseguito dalla Autorità del Canton Ticino.

Repressi i disordini, mantenuta la calma, pensai a renderla stabile con la pacificazione degli animi. Detti appropriate istruzioni ai Comandanti di zona e delle due colonne mobili perché, nelle loro ricognizioni, i vari Comandanti di truppa si soffermassero nei singoli paesi, si mettessero in relazione colle Autorità Municipali, Civili, Ecclesiastiche, cogl'industriali e cogli operai, facessero opera conciliatrice per togliere ogni protesto di scioperi e di malumori. Ed anche in questa nobile missione mi è grato constatare che gli Ufficiali misero tutto l'impegno, e le notizie fornite ci sono realmente confortanti.

Contegno della Truppa

Credo opportuno rilevare in modo particolare il contegno veramente commendevole della truppa; tanto quella appartenente al presidio stabile di Milano, a cui toccò la parte essenziale nella repressione dei tumulti, quanto i rinforzi successivamente arrivati, furono veramente ammirevoli e per contegno calmo e sereno, per la resistenza alle fatiche, per la noncuranza dei pericoli, ed anche per la longanimità e la moderazione di cui diedero prova.

Meritano speciale menzione i richiamati; essi si presentarono regolarmente fin dalla sera del 6, ed inquadrati nella notte dal 7 all'8, per quanto appartenenti alla provincia e molti di essi alla città stessa di Milano, non ebbero un momento di esitazione, e tennero anch'essi una condotta veramente ammirevole.

Solo i feriti gravi abbandonarono la lotta e furono ricoverati all’Ospedale militare; molti altri invece continuarono nell'azione, dimodochè il numero totale è sensibilmente superiore a quello già notificato a codesto Ministero, sale cioè ad un soldato morto, 4 Ufficiali e 44 soldati feriti, oltre ad una guardia di pubblica sicurezza uccisa e tre ii guardie ferite.

Alla moderazione, alla disciplina sempre mantenuta dagli Ufficiali, si deve se, su zona sì larga ed in tanti scontri coi rivoltosi, si ebbe a lamentare un numero relativamente limitato di vittime.

Si fece fuoco solo quando fu strettamente necessario per sgombrare le barricate, ed anche allora si eseguì solo qualche sparo a comando; certo, se si fosse usufruito della celerità di tiro del nostro fucile, ben maggiori vittime vi sarebbero state.

Se si impiegò anche il cannone a Porta Ticinese nel pomeriggio del giorno 8, lo si fece più che altro per incutere un salutare timore; tant'è vero che, in seguito all'unico colpo a mitraglia, sparato appositamente alto, si ebbero a deplorare solo tre morti, riuscendo per contrario a sciogliere completamente i rivoltosi, che con estrema noncuranza della vita continuavano a rimanere esposti al fuoco della fucileria.

E non è a dire che le provocazioni mancassero. Oltre ai colpi di revolver che partivano dalle case ed alla pioggia delle tegole, ed alle sassaiole, che accoglievano l'inizio di ogni movimento di truppe, non vi è vituperio che la folla, briaca d'anarchismo, non abbia loro lanciato.

I fischi, gli urli e le imprecazioni dimostravano pur troppo l'effetto di anni ed anni di dissolvimento morale.

Vi furono parecchie vittime innocenti, specialmente nei giorni 7 e 8, e ciò si deve attribuirò in particolar modo al fatto che la popolazione, per malsana curiosità, assisteva dalle finestre, al combattimento che aveva luogo nelle vie.

Il mio bando del 7 corrente (allegato N. 7) prescrivente la chiusura delle finestre, mise riparo ad un tale gravissimo inconveniente.

Contegno dei rivoltosi

Al contegno calmo della truppa faceva strano contrasto quello dei rivoltosi. Le donne si segnalavano in modo speciale per la noncuranza del pericolo e per gli insulti che prodigavano all'Esercito.

Persuasi dalle debolezze del passato, che la truppa non avrebbe fatto fuoco, si immaginarono certamente che presentandosi in grandi masse presso la Piazza del Duomo avrebbero senz'altro trionfato. Per quanto relativamente pochi di essi fossero armati di revolver, col coraggio di neofiti, si esponevano al fuoco delle truppe, si riannodavano dopo ogni scarica, per modo che, a Porta Ticinese, il solo effetto del cannone potè indurli a sciogliersi.

Alla maggioranza di illusi e di pervertiti dalle teorie repubblicane e socialiste, va aggiunto il solito codazzo della gente di malaffare, degli anarchici, e di tutti quelli che pescano nel torbido di ogni rivolta.

I  saccheggi, fortunatamente repressi al loro inizio, del palazzo Saporiti, in altre case del Corso Venezia, in Corso Porta Ticinese, in Via Torino (allegato N. 8) dimostrano che anche numeroso era il contingente di questi bassi fondi della plebe milanese.

L'azione dei rivoltosi prova, che essi dovevano essere diretti da gente intelligente e pratica, come già è accennato nel rapporto del Generale Del Maino; la tenacia nel costruire e ricostruire le barricate, l'opportuna e abile scelta dei centri di resistenza, l'abile concetto direttivo emergente dalla ubicazione e dalla reciproca relazione delle barricate, mette in chiara luce lo studio preventivo di questi mezzi di rivoluzione.

Numerosi ciclisti collegavano l'azione nelle varie località, e si spingevano nelle campagne a promuoverne l'agitazione ed a spargere false nuove.

Tutto ciò dimostra una accurata organizzazione preventiva; ma la deficienza  di armi, poichè dei rivoltosi, quelli armati di revolver costituivano la minoranza, tende a provare che il moto deve essere scoppiato prima del tempo fissato.

La chiamata della classe 1873 e l'episodio del giorno 6 in via Napo  Torriani, fecero, a mio avviso, precipitare gli avvenimenti.

È lecito quindi supporre che il moto di Milano doveva scoppiare qualche giorno più tardi, mentre l'agitazione e la  sommossa si andava allargando in tutta Italia, collegandosi al movimento degli italiani residenti in Svizzera.

Nell'adempiere al compito che il Governo m'ha affidato, io mi sentii animato non solo dal sentimento del dovere e da un intenso sentimento di amor patrio e di devozione al Sovrano, ma altresì dalle disposizioni preciso ed energiche datemi da V. E. e da S. E. il Presidente del Consiglio, il quale, con una continua e benevola approvazione dei singoli miei provvedimenti, non mi lasciò un istante perplesso sulla via che doveva seguire.

L'approvazione del Sovrano e del Governo data alla mia opera ed a quella degli ufficiali, truppa, funzionari ed agenti, e manifestata con successivi e lusinghieri telegrammi, fu per noi tutti un largo compenso al dovere compiuto.

Ora la città, la provincia e tutto il territorio sono rientrati nella vita normale; «si respira» è il motto generale.

Pervengono continuamente segni non dubbi di gratitudine da ogni parte, per me, per gli ufficiali e per le truppe, e questi attestati se sono e saranno sempre un titolo di onore per noi tutti, sono pure una prova del modo benevolo con cui è stata apprezzata l'opera salutare del governo.

Per ultimo credo mio dovere segnalare al governo l'opera altamente commendevole e patriottica prestata dall'Unione Popolare Milanese. Oltre la somma ingente raccolta a beneficio dei soldati feriti e delle famiglie dei richiamati, fin dai primi giorni della sommossa molti dei giovani soci, con una abnegazione non scevra da pericoli, organizzarono una distribuzione di soccorsi ai soldati, non solo alle porte della città, ma anche nella zona esterna, ai drappelli più lontani, contribuendo così con le loro dimostrazioni di affetto a mantenere alto il morale delle truppe.

Anche il Municipio è degno di lode per avere con grande larghezza corrisposto alle richieste militari, e per la prontezza colla quale seppe rendere liberi e mettere a disposizione i locali occorrenti al ricovero delle numerose truppe, che in così poco tempo affluirono a Milano, e provvedere ai relativi servizi.

Conclusione

I disordini sono stati repressi, ma purtroppo permangono le cause e si rinnoveranno indubbiamente in tempo non lontano, con miglior preparazione, e con l'ammaestramento dell'esperienza, se esse con criterio oculato e continuo, non verranno rimosse.

I tumulti di Milano non costituiscono un fatto isolato od accidentale, ma sono a parer mio la conseguenza del lavoro dei partiti sovversivi, della debole ed incostante difesa opposta al loro sviluppo. nonché dell'apatia del partito liberale e d’ordine, e della indifferenza delle classi dirigenti. Mentre i socialisti da un lato predicano alle masse operaie, non più contenute dalla fede ed anelanti al miglioramento della loro condizione, un illusorio avvenire di prosperità, dall'altra taluni sacerdoti, specialmente i vice-parroci giovani, nelle campagne predicano ai contadini la guerra contro le istituzioni, nell'evidente intento di far sorgere disordini, e nella speranza di ristabilire, colla disgregazione e rovina della patria, il potere temporale. E così i socialisti, approfittando dell'apatia generale, si impadroniscono di gran parte dei consigli di amministrazione delle società cooperative, s'infiltrano nei Municipi, creano le camere di lavoro, s'impongono agli industriali ed, a poco a poco, col lavorìo costante, lento o dissolvente, dominano moralmente e materialmente gli operai, che fanno scioperare e muovere a loro talento.

Qui in Milano un tale lavorìo ha raggiunto l'apogeo; i socialisti erano persino riusciti ad impadronirsi del Consiglio d’amministrazione dell'Umanitaria e, come si rileva da una lettera sequestrata, facevano già assegnamento sui milioni del lascito Loria per la loro propaganda: era questo il tesoro di guerra della rivoluzione.

Dal lato opposto, il giovane clero, che riceve le sue ispirazioni da un giornale, come l'Osservatore Cattolico, è ben diverso da quello patriottico di un tempo; questo, anche al giorno d'oggi, spiega la sua azione benefica a soli fini religiosi e morali, ma oppresso dalla imposizione degli intransigenti è costretto a rimanersene in disparte; il giovane clero invece dal pergamo, e con una fitta rete di comitati diocesani e parrocchiali, compie in altro senso l'opera dissolvente nelle campagne, e inocula il disprezzo al Re, all'Esercito, allo Autorità, e riesce così allo stesso fine, potente alleato o dei socialisti e dei repubblicani.

Una tale azione deleteria è centuplicata da una stampa sovvertitrice, che diffonde ovunque il veleno, e trova spesso l'impunità nella indeterminatezza delle disposizioni legislative che ne regolano le funzioni ed i diritti, ed offrono la possibilità di essere interpretate troppo benevolmente.

A tutte queste cause un’altra e grave se ne deve aggiungere: la propaganda, cioè, fatta liberamente nelle scuole; non pochi maestri delle scuole primarie qui in Milano sono ferventi apostoli del socialismo; professioni pubbliche di socialismo sono fatte da professori d’Università, e con quale effetto? Basti osservare come nella vicina Pavia la gran maggioranza degli studenti professa dottrine contrarie alle nostre istituzioni.

Per Milano vi è un'altra considerazione di gran peso da tener presente, cioè che questa grande città è la prima d'Italia per l'industria e pel commercio; qui hanno luogo le più importanti transazioni commerciali: ivi le maggiori banche, ivi il continuo affluire dei commercianti, e ben si sa quale influenza essa abbia sul mercato. — Ora è evidente che se queste esplicazioni della vita fossero nuovamente turbate, o vi fosso pur solo il sospetto che venisse indebolita, dopo la cessazione dello stato d'assedio, la tutela dell'ordine pubblico, la vita commerciale ed industriale di questa città, la quale costituisco pur anco una fonte di ricchezza per l'intero Regno, si andrebbe via via affievolendo con danno incalcolabile di tutta la nazione. — Già mi consta, che non pochi detentori di rendita, poco fiduciosi nell'avvenire, cercano di sbarazzarsene per acquistare titoli esteri, ed è anche a presumere che, se non si adottano provvedimenti efficaci per tutelare la proprietà individuale e l'ordine pubblico, i timorosi, gli incerti, che sono la maggioranza, si schiereranno o coi clericali intransigenti, o coi repubblicani, nella speranza di trovare nel trionfo di questi partiti, la sicurezza che loro non è garantita dalle vigenti leggi e dalla loro applicazione.

I danni recati al commercio in questi giorni di rivolta sono incalcolabili; la città rigurgitava di forestieri, che tutti si allontanarono; gli alberghi sono rimasti vuoti; so di molti negozi che ancora al giorno d'oggi, e dopo cioè due settimane di tranquillità, vedono diminuire costantemente i loro introiti giornalieri.

Concludo: lo stato d'assedio, se ha assicurato ed assicura la quiete, non ha tolto le cause dei mali, e, finché queste cause sussistano, è vano sperare in un avvenire migliore.

L'opera di risanamento morale s'impone; e sarà solo possibile coll'azione concorde, perseverante, ed energica di tutte le funzioni dello Stato, congiunta ad una saggia ed illuminata legislazione, che impedisca il propagarsi delle idee sovversive, risani l'ambiente, protegga efficacemente il lavoro onesto, e prenda in amorevole considerazione i bisogni delle classi sofferenti, specialmente della plebe agricola, la quale, anche in questa ricca Lombardia, è talvolta sottoposta a dolorose sofferenze.

Da taluni, fortunatamente pochi, o per spirito di contraddizione, o por intenti partigiani, già si sussurra che, in fondo, la sommossa non è poi stata tanto grave, che erano semplicemente tumultuanti, i quali esprimevano in modo irregolare il loro malcontento. Ed invero, essi dicono, numerose armi non ne avevano, nè si sentirono pronunciare grida incitami alla rivolta in nome della repubblica e del socialismo.

Armi, è vero, non ne avevano in gran copia, ma se le preparavano coi sassi e colle tegole: ora una piccola quantità di truppa, anche armati di buoni fucili, avrebbe potuto benissimo essere soverchiata dalla massa che tendeva ad accerchiarla da tutte le parti. — L'elemento poi che ora in piazza non aveva certo per obbiettivo quello di instaurare i signori Turati e De Andreis al Governo, ma aveva piuttosto quello di impadronirsi della roba altrui.

Le devastazioni ed i saccheggi, parziali perché impediti, che si sono verificati, dimostrano abbastanza le mire dell'esercito rivoluzionario.

Che se, per qualche disgraziata combinazione, non si fosse giunti in tempo a domare la rivolta, questa avrebbe fatto sorgere una nuova Comune, sogno e speranza degli anarchici, i quali, in questa circostanza, è assai probabile che avrebbero avuto il sopravvento.

Il Comandante del Corpo d'Armata

BAVA.





mercoledì 15 maggio 2019

I SELK'NAM. STERMINATI DAI COLONI EUROPEI. ECCO IL GENOCIDIO CHE OGGI È RICORDATO SOLO DA UNA MISERA STATUA


Verso la metà del XIX secolo i coloni europei si spinsero verso la così detta Terra del Fuoco, e si resero protagonisti di un genocidio di una intera tribù: I Selk’na





Verso la metà del XIX secolo i coloni europei si spinsero verso la così detta Terra del Fuoco, la porzione più a meridione del continente americano, costituito per la maggior parte da piccole isole. Il nome deriva dal fatto che avvicinandosi alle coste, gli esploratori furono accolti da alte colonne di fumoprovenienti dai fuochi accesi dalle popolazioni residenti.
Chi abitava questa terra ai confini del mondo? Qui vivevano antiche popolazioni, estranee ad ogni tipo di modernità e progresso. Tra queste c’erano i Selk’nam, una tribù che prima dell’arrivo degli europei, intorno al 1850, contava circa 3000 persone, ridotte a poco più di 100 nel 1930.


Cosa ha decimato questa remota popolazione? Ecco la verità che per decenni è rimasta sconosciuta al mondo.

I Selk’nam abitavano la regione della Patagonia e alcune isole della Terra del Fuoco. Sono una delle ultime tribù ad essere stata raggiunta dai colonizzatori europei





Il loro sostentamento era costituito prevalentemente da cacciagione. Si cibavano inoltre delle piante commestibili della foresta.


Parlavano una loro lingua e adoravano la divinità naturale Temáukel che si manifestava nell’ordine del mondo.


A partire dal 1850 il governo cileno e argentino iniziarono una campagna espansionistica verso la Terra dei Fuochi per cercare terre fertili, adatte al pascolo di pecore.





Gli esploratori non ebbero alcun rispetto per le popolazioni indigene.
L’importazione di pecore creò uno squilibrio nell’ecosistema del territorio raggiunto: gli allevamenti fecero allontanare tutti gli animali di cui i Selk’nam si cibavano. Impoveriti e affamati, alcuni cacciatori iniziarono ad uccidere le pecore dei colonizzatori.

Fu probabilmente questo il pretesto usato dagli allevatori per iniziare uno spietato sterminio.
Il Cile e l’Argentina promossero l’uccisione delle popolazione indigene, consegnando una quota in denaro proporzionale al numero di esseri umani uccisi: il massacro doveva essere dimostrato attraverso la consegna di una mano o di un orecchio della vittima.





Nel 1887 la popolazione dei Selk’nam era già stata dimezzata, ma gli stermini degli ultimi anni furono i più violenti: nel 1899 soltanto 783 persone erano ancora vive sull’isola.



Al massacro sulle terre di origine si aggiungonole morti avvenute in Europa: con l’approvazione da parte del governo cileno, nel 1899 11 nativi furono deportati nel vecchio continente per essere esposti negli zoo. La corporatura dei Selk’nam era molto diversa da quella occidentale, così come i tratti somatici.
Molti degli individui deportati, morirono durante il viaggio, gli altri a causa di malattie o per le minime cure ricevute negli zoo.

Nel 1919 potevano essere contati soltanto 279 Selk’nam e con la morte dell’ultima purosangue si concluse definitivamente la loro esistenza come tribù.





Per decenni il mondo non considerò lo sterminio dei Selk’nam un genocidio: il parlamento cileno ne discusse per la prima volta nel 2007, dando origine ad un nuovo scandalo.





Quando venne richiesto al parlamento il riconoscimento del massacro dei Selk’nam, si accese un ignobile dibattito nell’uso della parola genocidio e sterminio.






Tutto ciò ha una motivazione: il reato di genocidio non ha una scadenza, e dunque non è soggetto alla prescrizione, e prevede il risarcimento dei danni alle vittime o ai loro discendenti. Per questo si scelse di usare il termine sterminio e di installare un semplice monumento commemorativo.
Forse una statua può bastare a rendere giustizia a una popolazione decimata in pochi anni?



Fonte: da http://www.curioctopus.it/   del 24 ottobre 2016 


lunedì 13 maggio 2019

ARTIGIANO FATTURA 75.000 EURO. PECCATO CHE PAGHI IL 111,6% DI TASSE!






di LEONARDO FACCO

Quando, in Italia, pensi che al peggio non c’è limite, non stai sbagliando.Se credevate che pagare l’82,7% di tasse su un reddito di 75.000 euro fosse il peggio (VEDI QUI), vi sbagliavate. Il limite è stato valicato alla grande, perché un artigiano lombardo nel 2014 ha fattura 74.964 euro, ma tra anticipi e balzelli vari ne deve allo Stato 83.700! In soldoni, il nostro servo deve al governo canaglia il 111,6% di quanto guadagna.

La storiaè ben raccontata da Flavia Mazza Catena su “Il Giornale”.In sintesi:“Ma ecco i conti. Il reddito lordo dichiarato, dunque, è di 74.964 euro. Con gli oneri deducibili si scende a 73.600. Su quanto dichiarato, da pagare ad agosto ci sono 24.639 euro di Irpef a saldo, l’addizionale regionale a saldo per 1179 euro, l’addizionale comunale a saldo per 589 euro. Ma anche l’Irap a saldo per 2591 euro. Non dimentichiamo, poi, i contributi (Inps) a saldo per 13.487 euro. E, in più, sempre da saldare ad agosto ci sono 9855 euro di acconto Irpef. Più il primo acconto per l’addizionale comunale di 177 euro, il primo acconto Irap di 1036 euro e il primo acconto di contributi di 6873 euro. Totale da versare in estate: 60.427 euro”.
Finito? “No, ci sono le scadenze di novembre, sempre in base a quanto dichiarato dal contribuente. Che tra secondo acconto Irpef di 14.783 euro, secondo acconto Irap di 1554 euro e secondo acconto contributi per 6873 a novembre dovrà versare 23.211 euro. Il totale complessivo da pagare da qui a fine anno è dunque di 83.700 , appunto a fronte di 74.964 di reddito lordo dichiarato”. Una storia non molto diversa da altre che abbiamo raccontato su queste pagine.

Lascio a ciascuno di voi la considerazione appropriata. Personalmente, dopo tanti anni di dedizione a questi temi, ho finito le parole, mi resterebbero solo le parolacce, ma anche di quelle solo alcune. Dunque, faccio mia la considerazione di John W. Whitehead, che ha scritto:«Forse il fatto più preoccupante di tutti è questo: abbiamo consegnato il controllo del nostro governo e le nostre vite a dei burocrati senza volto, che ci vedono come poco più di bestiame da allevare, marchiare, macellare e vendere a scopo di lucro. Se ci deve essere qualche speranza di ripristinare le nostre libertà e di rivendicare il controllo sul nostro governo, essa non riposerà sui politici ma sul popolo stesso. Quando tutto è detto e fatto, ogni americano dovrà decidere da sé se preferiscono la pericolosa libertà o la pacifica schiavitù». 

Whitehead fa riferimento all’America, dove il fisco espropria i contribuenti del 35-40%  del frutto del loro lavoro. In Italia, le sue parole sono fiato sprecato. Nella patria delle zecche, il gregge di pecore ha scelto la pacifica schiavitù della tosatura. Ma non agitatevi… Renzi ha detto che abbasserà le tasse, quella cosa che lui non ha mai pagato! (VEDI QUI) e (VEDI QUI)





P.S. Non ci si meravigli se – stando ai dati dell’Ispettorato del Lavoro, dei primi 6 mesi del 2015 – il 59% delle aziende italiane è oggetto di irregolarità e 18.000 lavoratori attualmente sarebbero impiegati in nero. Ah, ovviamente, l’artigiano citato nell’articolo è uno sporco evasore. fiscale

Fonte: srs di Leonaerdo Facco, da Miglioverde del 2015

domenica 12 maggio 2019

SI SENTE MALE MENTRE GUIDA ADDIO A GIOVANNI RAPELLI

Giovanni Rapelli 


Verona e la cultura italiana hanno perso una figura che resterà pietra miliare nello studio della linguistica e della toponomastica. Giovanni Rapelli, 81 anni ancora ben portati con vivacità di spirito e di mente, è morto l’altra sera nei pressi di San Rocco di Piegara, di ritorno da un incontro organizzato dal Curatorium Cimbricum Veronese di cui era stato tra i fondatori nel 1974.  Alla guida della sua auto sulla quale viaggiava l’amico fraterno Carlo Caporal, si è sentito male improvvisamente: la morte è sopraggiunta immediatamente dopo che ha avuto la forza e l’accortezza di accostare l’auto al ciglio della strada. 
Marta Tezza, che seguiva l’auto provenendo dalla stessa riunione, ha prestato il primo soccorso ma è stato tutto inutile e anche il medico del 118 ha tentato a lungo le manovre di rianimazione senza successo. I funerali si svolgeranno lunedì alle 16 nella chiesa di San Marco Evangelista, in via Girolamo Dalla Corte 24, in Borgo Venezia, dove Rapelli abitava con la moglie Maria Antonietta. 

Nato in una famiglia molto povera, raccontava di essere appassionato di libri fin da bambino, ma per necessità familiari fu costretto a frequentare una scuola di avviamento commerciale ed essere subito inserito come stenodattilografo in un’azienda e solo due anni dopo entrò nella casa editrice Mondadori come allievo tecnico, doratore di copertine e addetto al controllo della qualità. Nonostante queste mansioni pratiche, non abbandonò mai la passione per le lingue: con il francese imparato a scuola, da solo aveva raggiunto la capacità di parlare, o leggere o scrivere in inglese, tedesco, spagnolo, latino, greco, russo, giapponese, eschimese. 

La sua competenza gli servì a far carriera alla Mondadori: nel leggere i libri in stampa, segnalava gli errori al suo direttore generale, che così lo promosse a lavorare come correttore di bozze prima e poi redattore e traduttore della casa editrice nella quale lavorò per lo più su opere enciclopediche tradotte dall’inglese, dallo svedese e dallo spagnolo, fino alla pensione nel 1988, anno che lo vide diventare socio corrispondente dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. 

Ha dato alla luce oltre 400 pubblicazioni e una ventina di volumi, primo studioso a proporre una parentela fra giapponese ed eschimese, a studiare le iscrizioni retiche, a riconoscervi una forma di etrusco arcaico mescolato a idiomi euganei e a scrivere trattazioni sistematiche dei cognomi veronesi e cimbri, l’opera per la quale è più conosciuto tra i veronesi. 

«Perdiamo un punto di riferimento fondamentale», commenta Vito Massalongo, presidente del Curatorium Cimbricum Veronense, proprio nell’anno in cui abbiamo deciso di ristampare i suoi volumi I cognomi cimbri e Testi cimbri opere fondamentali entrambe esaurite. Ne era felicissimo e ne avevamo parlato alla riunione, dove aveva portato tutto il materiale già pronto, con prefazione, appendici, bibliografia e indici. Un grande professionista, aperto e saggio, fino all’ultimo proiettato su quello che avrebbe preparato nei prossimi mesi». 
Vittorio Zambaldo


Fonte: srs di Vittorio Zambaldo , da L’Arena di Verona del 11  maggio 2019 

FATTURA 57.000 EURO E PAGA L’83% DI TASSE. È LO STATO LADRO ITALIANO

Unico di Dario Stefan.



di LEONARDO FACCO

Nessun parassita riuscirà mai a comprendere cosa significhi vivere in un inferno fiscale! Il parassita non produce ricchezza, semmai la consuma, ergo non ha la percezione reale di quanto sia vessatorio, ed umiliante, essere costretti a cedere oltre i 3/4 del frutto del proprio lavoro.
Ieri, un amico mi ha segnalato lo sfogo di Dario Stefan, apparso sulla pagina Facebook di “Veneto Libero”. Lo riporto integralmente:

“Grazie Italia!!! Oggi, sono andato dal commercialista a fare Unico 2015 (foto) ed ho scoperto che ho un utile di 57.050,00 € (ma dove cazzo sono che non li ho visti). Comunque il bello è che mi trovo a pagare, entro fine anno, 47.460,00€ di tasse (83%) quindi mi trovo un netto di 9.590,00 € netti dividendoli per 12 mesi. Vuol dire che ho preso 800€ al mese. E che il negozio che pensavo fosse mio in realtà è solo mio al 17%!!! Mi spiace non solo per me stesso, ma per tutti gli italiani, perché una cosa del genere è inaccettabile e uno stato cosi ti costringe o a chiudere o a espatriare con la conseguenza che la gran parte degli imprenditori chiudono con il susseguirsi di un aumento di disoccupazione. Grazie ancora Italia, grazie di avermi fatto capire che qui da te non è più possibile investire per farti crescere!!!”.
Due settimane fa, ho scritto di un tizio bastonato anche peggio del signor Stefan(e chissà quanti altri ne esistono), considerato che anziché un “modico” 83% di tasse, è stato costretto a sborsare agli estorsori italici il 111,6%dei 75.000 euro fatturati (VEDI QUI). 




Non voglio tediarvi con commenti da assatanato ed improperi da scaricatore di porto, gli unici che mi verrebbero da proferire. Non voglio nemmeno stare a citare studiosi e intellettuali, come spesso m’è capitato di fare, che hanno passato la loro vita offrendoci gli strumenti utili a difendere legittimamente la libertà, oltreché a spiegare perché il collettivismo porta dritti alla miseria. 
Purtroppo, posso solo constatare quanto ho sempre temuto: lo Stato italiano mantiene le sue promesse criminali e, incapace di riformarsi ed autolimitarsi, non può far altro – come del resto fa da almeno 20 anni a questa parte – che espropriare con ferocia i propri cittadini, che, al netto delle zecche che vivono di denari pubblici, sono tanto mansueti quanto patetici borbottoni in cerca di un eroe della patria. 

Non appena nominato alla presidenza del Consiglio, Mario Monti ebbe l’ardire di affermare che“l’Italia era in uno stato di guerra” (VEDI QUI) per colpa dell’evasione fiscale. Chi gli ha dato corda, e ha creduto a cotante fanfaronate, va annoverato tra i complici e gli aguzzini a libro paga dello Stato italiano. La verità è altra ed è che, purtroppo, “l’Italia è talmente statalista che per colpa degli evasori fiscali c’è ancora un po’ di ricchezza in circolazione”. E il governo ne è consapevole!

Senza indipendenza dall’Italia,l’imprenditore veneto non avrà alcuna speranza, se non quella di vedersi spogliato sempre di più dei suoi averi. L’Italia è un’espressione geografica in cui il socialismo è pressoché reale. Non è un paese per imprenditori, è l’eden dei prenditori!


Fonte:  srs di Leonardo Facco, da Miglioverde  del 2015

sabato 11 maggio 2019

ESISTE UNA CUCINA NAZIONALE ITALICA?





Vantaggio o svantaggio non avere una vera ed unica cucina nazionale italiana


I francesi ci contestano il fatto che non abbiamo una vera cucina nazionale, ma di avere solo delle ricche cucine regionali, basate sui "piatti della nonna", buoni sì, ma dalle origini certamente non nobili o raffinate. Tant'è vero che la cucina di casa Savoia non viene considerata regale ma regionale, ovvero quella del mondo rurale piemontese. 

Al contrario, la cucina francese è riconosciuta come una grande e raffinata cucina nazionale con i suoi ricchi piatti tipici, la grande pasticceria, i grandi piatti a base di carne, i grandi formaggi, i piatti a base di uova, ecc. Insomma, meno varietà, ma con grandi "capisaldi".
Avere una cucina così variegata e con tali differenze non può che portare vantaggi, se poi hanno iniziato prima di noi a fare rete tra produttori e a promuovere le specialità regionali, i risultati ci sono stati, tanto che alcuni prodotti sono considerati delle icone. Ma se lo meritano?

Probabilmente è un problema degli italiani piuttosto che della cucina italiana, quindi è solo un fatto culturale ... .
Il campanilismo e le lotte intestine tra comuni, ducati e signorie che hanno contraddistinto la nostra storia si ripercuotono pure sull'immagine della nostra cucina: l'incapacità di fare sistema, tipico della mentalità individualistica italica si riduce ad un insieme di cucine regionali la cui somma non raggiunge il valore assoluto che si merita.

Molti hanno dimenticato, come moltissimi italiani non vogliono accettare, che la cucina occidentale, fino a tutto il Rinascimento, aveva un solo punto di riferimento: quella veneziana, poi esportata alle corti francesi, austro-tedesche e nord europee grazie ai cuochi italiani e allo sviluppo della stampa che ne promosse le conoscenze ed i saperi gastronomici delle tradizioni veneto/veneziane.

A fronte di questa sfaccettatura culturale va sottolineato che gli italiani troppo spesso preferiscono rinchiudersi nel proprio orticello, pensando che il meglio sta nel loro territorio e di quello che la propria mamma prepara nella cucina di casa. Questa mancanza di apertura non può che fare degli italiani, dal punto di vista della cultura alimentare, un popolo piuttosto arretrato rispetto altri paesi, dove diverse cucine sono venute a contatto evolvendo i gusti ed aprendo le mentalità della popolazione.

Il cibo italiano è Patrimonio. Nel 2016 l'Italia si è confermata in UE il primo Paese per numero di prodotti agroalimentari e vinicoli di qualità con riconoscimento Dop, Igp e Stg. 

Il cibo italiano è Attrazione. Più di due terzi dei viaggiatori acquista e porta con se prodotti enogastronomici da consumare e regalare una volta ritornati a casa. Le principali ragioni di un viaggio in Italia sono: Cibo e Vino (48%) insieme alla bellezza delle città (49%) e alle opere d’arte ed ai monumenti (48%).

Il cibo italiano è Esperienza.
In Europa sono circa 600mila i viaggi all’insegna dell’enogastronomia e oltre 25milioni le persone che vantano esperienze enogastronomiche. Il 93% dei turisti ha partecipato ad attività enogastronomiche uniche durante un viaggio effettuato negli ultimi due anni.

Il cibo italiano è Condivisione.
Il 61% dei viaggiatori condivide le proprie esperienze enogastronomiche sui social media e l’87% dei viaggiatori considera importante le review nella scelta di un ristorante.

I TESORI ITALICI

I Prodotti Agroalimentari Tradizionali – PAT sono produzioni tipiche che nel loro processo produttivo non subiscono modifiche da almeno 25 anni. 

1° posto CAMPANIA con 486,
2° posto TOSCANA con 460,
3° posto LAZIO con 396,
4° posto EMILIA-ROMAGNA con 387,
5°posto VENETO con 378.

Attualmente il Mipaaf riconosce ben 5056  PATsu tutto il territorio nazionale italiano. 

L’Italia è al primo posto in UE per il numero dei prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti.
L’Italia conta oggi circa 300 prodotti IG, esattamente 299 fra DOP, IGP e STG, su un totale di 821 denominazioni se si considera l’intero comparto Food&Wine (i vini DOCG, DOC E IGT sono 523).


Fonte: da Facebook  Se el Mar fosse Tocio e i Monti Poenta