mercoledì 11 novembre 2009

La Grande Guerra l’Italia in campo dopo il tradimento degli alleati







RISORGIMENTO.   L'ALTRA  VERITA'

Quando l’erede al trono austriaco, Francesco Ferdinando, venne  assassinato, il ministro degli Esteri italiano  scrisse di aver tirato  un sospiro di sollievo: infatti l’arciduca era coinvolto in una grossa,  speculazione immobiliare e il Governo di Roma doveva pagare

La  corsa agli armamenti e al conflitto avvenne in un contesto anticostituzionale, con una stragrande maggioranza che venne ignorata perché  pochi industriali e pochissimi politici avevano deciso che il Paese, del tutto impreparato, dovesse imbarcarsi in quell’ avventura bellica


Durante tutta la guerra, le corti marziali lavorarono a pieno ritmo,  spedendo davanti al plotone d’esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato: mentre sarebbero stati i generali e gli alti ufficiali a dover rispondere d’inefficienza


«Buone notizie dai Balcani... Forse, ci siamo  liberati di quella noiosa faccenda di villa d’ Este....»

Pur con una doverosa premessa dubitativa, fu proprio questo il commento del ministro degli esteri, Antonino di san Giuliano,  quando lo informarono che, a Sarajevo, un fanatico nazionalista aveva fulminato a rivoltellate Francesco Ferdinando, l’erede al trono d’Austria.

Immediatamente dopo l’attentato di Gavrilo Princip - già dalle prime ore del pomeriggio del 28 giugno 1914 - evidentemente  immaginando in quale trambusto diplomatico sarebbero precipitate, le cancellerie d'Europa si trovarono in preda a un’eccitazione prossima alla frenesia.

Ogni paese ebbe la necessità di rimodulare le proprie alleanze. Venne messa in scena una  rincorsa dai toni affannosi,  allo scopo di non perdere antiche amicizie e nel tentativo di accaparrarsene delle nuove.  Una girandola di messaggi - talora sornioni e persino,  melensi,   talaltra più  disinvolti e, addirittura, minacciosi -  dettero la misura della posta in palio.


MOBILlTATI  GLI  007

In uno scacchiere, complicato dalla prima globalizzazione  moderna, erano stati mobilitati gli 007 sparsi dagli Urali fino all’isola di Malta,  che ricevevano e inviavano dispacci per aggiornarsi reciprocamente anche sui flebili singulti dei potenti della terra di allora.  Non trascurarono nulla. Le minuscole circostanze - anche quelle apparentemente banali - potevano diventare utili  perché rivelatrici di un disegno più complessivo.    Ognuno comprendeva di essere la pedina di un gioco assai tortuoso, destinato a ipotecare il futuro politico del mondo e,  dunque,  proprio per quello, si sentiva impegnato a offrire il meglio di se in termini di impegno e di attenzione ai  dettagli.  Furono giorni e settimane crudeli per l’affanno che comportarono e per la tragedia che ne derivò.

Nel panorama del mondo conosciuto, il  Governo di Roma  fu l’unico a non perdere la calma.  Ma solo perché riteneva che quell’assassinio, nel cuore della Bosnia, fosse arrivato per risolvergli una piccola  bega di condominio.  Quasi-quasi: benvenuto!

Per via di madre, l’arciduca Francesco Ferdinando aveva ereditato una proprietà a Tivoli che riteneva di alienare, vendendola direttamente al Governo italiano.  Nella sua testa albergavano almeno un paio di cattivi pensieri.

UN’OFFERTA  ULTIMATIVA

Intanto, rivolgendosi al ministero degli Esteri, presentava  un’offerta d’acquisto che appariva piuttosto, una pretesa:  tanto era ultimativa nei contenuti e priva della possibilità di un’autentica trattativa.  L’Austria  era legata  all’Italia da un trattato commerciale e militare che era stato più volte rinnovato.  Ma, a dispetto delle formule burocratiche utilizzate per la definizione del documento,  non si trattava di un’alleanza con pari dignità.  Nei fatti, il socio più potente si assumeva anche le funzioni dell’amministratore delegato,  in grado di dare disposizioni,  decidere e ottenere obbedienza.  Perciò  l’erede al trono di Vienna  faceva la voce grossa.   Si sentiva autorizzato a rivolgersi ai ministri di Roma  in modo anche troppo  spiccio.  Riteneva che avessero l’obbligo di accontentarlo e si era convinto che dovessero farlo anche in fretta.

Il  complesso edile di Tivoli era semplicemente stupendo.  Originariamente  era stato un convento benedettino che, poco oltre  la metà del 1500,  il cardinale Ippolito II  decise di trasformare in una lussuosa residenza.  Del progetto venne incaricato l’architetto Pino Ligorio   che era considerato il meglio dell’epoca ma che, in quella circostanza, superò addirittura se stesso.  La residenza conservò il  respiro della storia secolare  che aveva  attraversato e  aggiunse lo sfarzo delicato che il Rinascimento rappresentava.  Intorno,  un centinaio di ettari di giardini con fontane, e giochi d’acqua, capaci di lasciare a bocca aperta anche i visitatori più sofisticati.  Tuttavia - riconosciuto il giusto merito alla raffinatezza del luogo - i due milioni tondi-tondi che l’arciduca voleva incassare sembravano un’enormità.  Il bilancio statale abbondava soltanto di debiti e di cambiali in scadenza: dove prendere tanto contante?  E come giustificare un’operazione finanziaria, da scrivere esclusivamente nella colonna delle passività?

RELAZIONI  BASATE SUGLI  EQUIVOCI

Oltre all’aspetto economico, contava il clima politico che si era instaurato nel rapporto fra queste due potenze.  Nonostante gli accordi internazionali  formalmente affabili,  le relazioni erano state costruite più sugli equivoci che sulla correttezza diplomatica.  Per gli italiani, gli austro-ungarici restavano gli avversari di sempre che armavano la frontiera orientale del Paese e la minacciavano con una forza militare incommensurabilmente superiore.  Gli austriaci ricambiavano la diffidenza dell’alleato con un atteggiamento altezzoso, a mala pena mascherato da una patina di cordialità. Giudicavano l’accordo di Roma con un sospetto che sconfinava abbondantemente nella sfiducia. Gli italiani non piacevano loro:  erano considerati poco sinceri e,  dunque  inaffidabili,  sleali,  bugiardi ed eccessivamente maneggioni anche in questioni moralmente importanti.

Certo, il retaggio culturale che, nei cinquant’anni  dell’Ottocento, li  aveva visti schierati come fieri nemici,  contava anche per loro e, talora, l’avversione si trasformava in ostilità.

Francesco Ferdinando  pensava che la  “questione italiana” andava risolta con la forza. Un colpo di mano, ben assestato, poteva spazzare via l’intera classe dirigente e il suo esercito, consentendo a Vienna di riprendersi le terre che, fino a poco tempo prima, aveva governato.  Lo stato maggiore austriaco aveva già elaborato alcuni progetti che prevedevano un’invasione delle regioni settentrionali e la loro occupazione.  Impadronitisi dei centri produttivi più efficienti. L’Italia non avrebbe avuto possibilità di resistere   e avrebbe dovuto accettare una soluzione di compromesso, secondo regole e decisioni definite unilateralmente.   Un golpe che fosse stato,  contemporaneamente, fulmineo per il poco tempo  che occorreva per realizzarlo e devastante sul terreno delle conseguenze sociali, non era affatto considerato un esercizio di fanta-politica.

IL TERREMOTO DI MESSINA

Fu anche individuato il momento più opportuno. Si trattava di aggredire l’Italia mentre era impegnata nella gigantesca opera di soccorso alle popolazioni appena colpite dallo spaventoso terremoto di Messina.  Il capo di stato maggiore Franz Conrad von Hoetzendorff   era assolutamente certo del risultato militare. «Poi - commentò -  ci pensino i politici a trovare le giustificazioni.»  Le colombe lo temevano e i falchi ne  incoraggiavano l’attuazione.

L’erede al trono degli Asburgo era convinto che una spedizione punitiva anti-italiana sarebbe stata attuata abbastanza presto e, dunque, riteneva che, vendendo Villa d’Este al Governo di Roma, poteva realizzare due ottimi affari. Avrebbe riscosso una quantità di denaro rilevante per una vendita super-valutata.  E poi - in seguito all’invasione già pianificata -  si sarebbe ripreso la proprietà (con tutto il resto).

Il ministro degli Esteri, Antonino di san Giuliano,  parlando con il presidente del Consiglio di allora,  Antonio Salandra,  ritenne perciò di esprimersi con motivata soddisfazione.  Non c’era più niente da vendere e niente da comprare.  E, prima che gli eredi di Francesco Ferdinando potessero mettersi in movimento per riprendere quella trattativa, sarebbe trascorso un tempo, sufficientemente lungo per inventarsi altri motivi di rinvio della questione e altre vie per negarsi all’accordo, senza compromettersi troppo.

L’Italia restava un paese di piccoli imbrogli politici e di piccole truffe internazionali.  In Europa, non poteva certo competere con colossi come Inghilterra, Francia, Russia, Germania. Il suo destino rimaneva quello di occupare il ruolo di una potenza di seconda fila.  Eppure, sgomitava per sedersi nel salotto buono dei padroni del mondo, con il risultato di vedersi destinata all’ultimo posto, appena oltre l’androne della porta, incapace di attirarsi le simpatie che si attribuiscono alle mascotte e, al contrario, con la fama d’inadeguata, impicciona, pretenziosa oltre misura e, soprattutto, poco seria in fatto di impegni da mantenere.

Il Paese non disponeva di una classe dirigente solida.  Vantava tradizioni militari che apparivano grandiose soltanto sulla carta. La storia si era incaricata di ridimensionarne le velleità, ogni volta che si era trattato di scendere in campo aperto  contro  qualche nemico.  Il re restava un signore poco più alto di un metro e mezzo - e perciò piccolo - con un complesso di inferiorità che metteva a dura prova il suo stato di salute mentale e che,  per la legge  del contrappasso, gli suggeriva azioni gladiatorie del tutto immotivate.

IL TRADIMENTO DEGLI ALLEATI

La corsa agli armamenti e alla guerra avvenne in un contesto confuso, contraddittorio e persino anti-costituzionale,  con una stragrande maggioranza che venne ignorata perché pochi industriali e pochissimi politici avevano deciso che l’Italia doveva imbarcarsi in quell’avventura bellica.

L’Italia entrò nel conflitto quando si stava già combattendo da un anno.  Giusto il tempo di voltare le spalle agli Stati con i quali aveva firmato trattati solenni di collaborazione per accordarsi con gli avversari.  Ma, per qualche settimana, l’ltalia si trovò vincolata, contemporaneamente,  con entrambi gli schieramenti che già si combattevano in campo aperto.

Niente di nuovo, da questo punto di vista.  Sembrava che il Paese non potesse mantenere fede a un impegno per l’intera durata di una crisi politica.  Se capitava di arrivare alla fine  con gli alleati che c’erano fin dall’inizio,  era perché,  nel frattempo, era riuscita a fare due giravolte che l’avevano riportata al punto di partenza.  Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale,  i più immorali pensavano soltanto di ricavare dei guadagni per potersi  adeguatamente arricchire.

Gli idealisti,  invece, credevano di offrire all’Italia  l’opportunità di conquistare peso e prestigio internazionale, in modo da restituirle quel ruolo che vagheggiavano ma che,  dopo i fasti della Roma dei Cesari, era rimasto incartato nei libri della storia classica.

Masse sempre maggiori di operai e contadini furono strappate alle fabbriche e ai campi per essere avviate al fronte,  a sopportare le fatiche di un mestiere che non conoscevano e per il quale non erano state preparate.

Gli alti comandi militari erano rimasti al mito di Napoleone: strategia e tattica moderne, oltre ai progressi tecnologici, non erano considerate

Chi percorre la selva  di memoriali - diari, studi, epistolari, saggi, fonti d’archivio e documenti giornalistici dell’epoca  -  s’imbatte a ogni passo nella questione dei cappotti che non c’erano:  per dire che non c’era equipaggiamento di alcun genere.  Mancavano gli elmetti, mancavano i fucili, mancavano le strategie per ottenere qualche risultato. Un esercito che, nel corso dell’ultimo secolo, aveva rimediato sconfitte su tutti i campi, facendosele suonare anche da Menelik,  non era nelle condizioni di affrontare una guerra moderna.

GENERALI FERMI A NAPOLEONE

Negli ultimi dieci anni, prima di quel 1914, i soldati erano cresciuti alle direttive del generale Paolo Spingardi,  ottimo oratore parlamentare e del generale Alberto Pollio,  ottimo scrittore.   L’uno e l’altro - con tutto lo stato maggiore - coltivavano il mito di Napoleone del quale leggevano con avidità biografie, recensioni,  commenti strategici   e valutazioni tattiche.  Anche culturalmente, gli ufficiali erano rimasti con i piedi e con la testa nelle pastoie del secolo precedente.  Come se il tempo fosse trascorso senza lasciare traccia.   Le delegazioni dell’esercito  italiano partecipavano ai corsi di aggiornamento internazionale,  passavano in rassegna le forze dei paesi amici e di quelli alleati, si scambiavano informazioni e scrivevano chilometrici rapporti.  Ma, evidentemente, non c’era  nessuno in grado di tradurre in pratica quello che vedeva e quello di cui riferiva.  I  progressi tecnologici degli armamenti non erano considerati.  Gli sviluppi tattici passavano inosservati.  E le elaborazioni strategiche consistevano in piccoli ritocchi - non sempre migliorativi - delle scelte che il  grande Napoleone aveva realizzato come comandante dei francesi.

CADORNA AL COMANDO

Il comandante in capo, Luigi Cadorna, riuscì solo a trasformare le sue prime linee in un lager dove i soldati morivano

Al momento dell’entrata in guerra, l’esercito italiano venne affidato a Luigi Cadoma che, se avesse ottenuto risultati proporzionali alla sua presunzione,  avrebbe conquistato il globo terracqueo.  In realtà riuscì soltanto a trasformare le sue prime linee in un lager dove gli uomini ai suoi ordini furono sottoposti a ogni genere di prevaricazioni anche psicologiche.  I soldati potevano soltanto soffrire, dannarsi e morire.

Verrebbe da sostenere  che il conflitto vero e proprio - contro gli austroungarici -  sarebbe stato una passeggiata, se non ci fossero stati i comandanti italiani.   Il  nemico,  con le crudeltà implicite in una contesa dove si regolava la vita e la morte, era prevedibile: al di là della frontiera, visibile, identificato,  scontato anche nella violenza.

I guai maggiori di chi combatteva per l’Italia vennero dagli stessi italiani che dimostrarono di non aver maturato alcuna idea e  che, tuttavia, a quel nulla, si aggrapparono con convinzioni incrollabili. Si armarono di ordini assurdi.  Pretesero di mandare le truppe all’assalto anche quando ogni logica l’avrebbe sconsigliato. Insistettero nello sfidare le leggi della fisica per fortificare posizioni insostenibili.  Per ottenere un’ubbidienza supina, fucilarono quelli  che apparvero più riottosi o anche solo meno pronti a sacrificarsi.  Instaurarono un regime di oppressione che  sarebbe risultato odioso per una qualunque dittatura, pur spietata.  E provocarono la morte di un numero imprecisato di loro uomini,  piazzando le mitragliatrici dei carabinieri dietro le file destinate all’assalto, con la disposizione di aprire il fuoco alla schiena dei soldati,  se avessero appena ritardato a lanciarsi fuori dalle trincee.

CORTI MARZIALI A PIENO  RITMO

Le corti marziali lavorarono a pieno ritmo e i magistrati, seduti sulle stufe arroventate dal fuoco per paura di prendersi un raffreddore, spedirono davanti al plotone di esecuzione una quantità di poveracci analfabeti che il fango delle trincee aveva mutilato.

Gli imbecilli mostravano il coraggio che cresce negli imbecilli,  quando sanno di agire senza che nessuno li giudichi.

La giustizia del senno di poi avrebbe suggerito di fucilare direttamente  Cadorna e di mettere al muro anche Badoglio.  Forse, era l’unica opportunità che l’Italia poteva giocarsi per evitare l’otto settembre 1943.

Eppure, anche a distanza di tanti anni,  sedimentate le passioni e resi più neutri i ricordi, una verità  sulle debolezze e sulle deficienze dell’Italia nel primo conflitto mondiale stenta a prendere corpo.

I  libri di scuola che i ragazzini studiano, per prepararsi agli esami non la raccontano giusta.

Nelle pagine di testo è un affannarsi a dimostrare l’indimostrabile, con un ricorso alla retorica più posticcia e più insincera.

Intanto - secondo gli aedi  della storia patria -  la prima guerra mondiale sarebbe da considerarsi come  l’ultima “guerra d’indipendenza”,  destinata a restituire al Paese “i sacri confini”  ai quali il Popolo anelava e di cui aveva maturato diritti evidentissimi.

Fu un correre, anzi un precipitarsi alle armi. Ognuno aveva così voglia di farsi ammazzare, al fronte, che si offriva volontario per le azioni più pericolose,  contento soltanto di spedire una cartolina alla famiglia per imporre ai propri cari di non piangere per lui,  assicurando di aver fatto il proprio dovere.  Chi si ricordava il, latino aveva a portata di penna una citazione celebre: «Dulcis est pro Patria mori».

LA SCONFITTA DI CAPORETTO

Le terre  “irredente”,  soggiogate dalla secolare tirannia austriaca, fremevano per passare sotto il dominio della corona italiana. Invocavano a gran voce la liberazione da quel retaggio autoritario al quale erano state costrette per troppo tempo;  E offrirono un contributo poderoso e determinante per vincere la guerra.

«Il  Piave mormorava calmo e placido al passaggio  dei primi fanti  il ventiquattro maggio»

Per la verità, l’esercito incappò anche in una sconfitta  -  a  Caporetto -  ma non risultano comprensibili  ne le cause   remote ne quelle più  immediate.

Capitò... come capita che la terra si squarci per un terremoto, che l’aria diventi  fradicia per un temporale o che la montagna lasci precipitare una slavina a valle.  Sembrò quasi il risultato di una congiunzione astrale, come se una bizzarria del destino avesse maturato l’idea di mettere a prova la solidità del Paese.  Certo, se il Fato questo decise a nostro riguardo, bene ha fatto:  perché le istituzioni dell’Italia erano giovani ma già ben strutturate  e reagirono con una compostezza e una coesione  esemplari.

« Il  Piave mormorò: non passa lo straniero!».

Non c’è libro di testo scolastico che, da qualche parte, non riproduca la fotografia di un messaggio scritto a caratteri cubitali  sulla parete di una casa:  «O il Piave o tutti coppati».

Il patriottismo, esibito in quelle settimane difficili, fu  esemplare. Non solo consentì di contenere la furia del nemico - naturalmente molto superiore per uomini e per mezzi - ma pose le premesse per una riscossa che, a distanza di un anno dal tracollo, travolse gli austro-ungarici e li costrinse a scappare a casa con la coda in mezzo alle gambe.

«Risalgono in  disordine le valli che discesero con orgogliosa sicurezza».

I giovani che si vorrebbe avviare allo studio della storia ci credono?  Vicende,  tramandate in modo così zuccheroso,  risultano accettabili a generazioni di ragazzi, abituati a dubitare  di tutto e più propensi a diffidare che a fidarsi?

TERRE  IRREDENTE  BEN GOVERNATE

Intanto è dimostrabile che le regioni trentine e friulane, amministrate dall’Austria, in quel periodo, stavano bene e persino meglio.  Le generazioni di leva di quelle terre ingrossarono le compagnie di Vienna nella misura del 90 per cento, a fronte di un dieci che scelse di combattere per l’Italia.  La loro presenza venne strombazzata.

Cesare Battisti e Nazario Sauro si meritarono una citazione su tutti i manuali accademici, l’intitolazione di una quantità di scuole e la dedica di un numero incalcolabile di vie e di arterie urbane ma restano fra i pochi che, messi di fronte alla scelta se stare dov’erano o cercarsi un nuovo padrone,  preferirono abbandonare la vecchia strada per la nuova.

La guerra fu una carneficina il cui abisso, forse,  non può essere compiutamente raccontato.  Gli atti di eroismo che  innegabilmente ci furono rappresentarono l’eccezione, rispetto alla regola delle sofferenze inutili e prolungate cui vennero sottoposti fantaccini inconsapevoli, alpini coraggiosi e bersagli eri d’assalto.

La sconfitta di Caporetto fu un disastro che grida vendetta.  Poteva essere evitato e, di fatto, si realizzò solo per il concorso determinante della dabbenaggine dei comandanti in capo.  Ignoranti con i gradi sulla giubba sacrificarono decine di migliaia di uomini e poi li marchiarono con l’accusa di essere stati dei vigliacchi.

POLEMICHE   SIGILLATE 

In questa occasione, come sempre nella storia tricolore, le polemiche si sprecarono ma restarono rigorosamente  sigillate nei palazzi del potere.  E alla fine - questa volta ma come sempre - non si riuscì a individuare un colpevole o qualcuno più responsabile degli altri.  Anzi - in quella circostanza, come avvenne anche per il passato -  si trovò il modo di premiare l’errore e di ricompensare lo sbaglio.  Tornarono tutti a casa con le spalle incurvate dal peso delle medaglie  che dicevano di aver meritato sul campo.   Alamari lucidi  e galloni migliorati nel prestigio e nel grado.

Invece di licenziarli e chiedere loro il risarcimento per i disastri commessi,  preferirono promuoverli,  aumentare loro lo stipendio e accettare che continuassero a far danni, in nome dei traguardi raggiunti.

Dovevano finire, loro, davanti alla corte marziale, a spiegare il perché di tanta insipienza e tanta inumana ferocia e risultarono meritevoli di riconoscimenti: senatori, deputati, ministri, cavalieri di tutte le croci immaginabili.

Il paese dove nacque Badoglio volle aggiustare la toponomastica e pretese che al nome di Grazzano venisse aggiunto quello di Badoglio.    Sai che onore!  In compenso,  Salvia, in Basilicata, si vergogna  ancora di come si chiamava perché lì era nato Passanante che tentò di pugnalare quel  “re buono” di Umberto.   E,  per dimostrare quanto grande fosse il dispiacere per essere considerato - anche molto indirettamente - causa di quel dolore principesco, il paese decretò che si sarebbe annientato,  cancellandosi, per diventare Savoia di Lucania.

Cadorna ricevette onori che riempirono quattro fogli dattiloscritti (per completarne l’elenco) e quattro  bacheche (per esporre i simboli delle patacche acquisite).  Il museo di Gorizia, per arredare una sala, dovette acquistare le medaglie del generalissimo dalla famiglia che se le fece  pagare un giusto prezzo.

A Milano sembrò che intitolare una piazza a Cadorna fosse un doveroso  omaggio al valore del primo soldato d’Italia.  E tante città hanno inutilmente sprecato dei soldi per inaugurare monumenti, statue, lapidi, affreschi a tanti eroi da strapazzo che hanno provocato più disastri di quanto la fantasia possa immaginare.

LA  RISCOSSA ?   SOLO SULLA CARTA

La riscossa di Vittorio Veneto esiste soltanto sulla carta perché, in quella settimana, a cavallo fra la fine d’ottobre e l’inizio di novembre 1918, non ci fu nessun assalto e nessuno sfondamento.  Gli italiani avanzarono perché gli austriaci si stavano ritirando: e gli austriaci si ritiravano perché era diventato inutile continuare una guerra che era irrimediabilmente perduta.

Non a caso il comandante in capo di allora,  Armando Diaz - informato di una travolgente avanzata italiana che, evidentemente,  non aveva ordinato ne che era a conoscenza si stesse sviluppando - tuffò la testa nella cartina geografica, strizzando gli occhi da miope,  dietro occhiali con lenti spesse un dito  alla ricerca del teatro della sua rivincita.  E poiché  faticava a individuare il luogo della battaglia, chiese soccorso agli uomini dello Stato Maggiore che affollavano la sua stessa stanza: «Ma 'sto Vittorio Veneto 'ndo cazzo stà...?»

(16 - Continua)

Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di martedì   10 novembre   2009,  pag. 12- 13 -13.




ERRATA CORRIGE

Il museo di Gorizia, dedicato ai documenti e ai reperti della Prima guerra Mondiale, raccoglie le medaglie e le onorificenze attribuite al generale. Comandante di stato Maggiore, Armando Diaz. Nel numero di martedì dieci novembre, l’esposizione dei cimeli storici è stata erroneamente attribuita ai titoli del generale, Capo di Stato maggiore. Luigi Cadorna.
Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

domenica 8 novembre 2009

A Roma la Breccia di Porta Pia: il Papa Re cede alla violenza dei Savoia








RISORGIMENTO.  L’ALTRA VERITA'

La conquista della capitale pontificia: una decisione assunta in spregio agli obblighi morali e politici verso la  Francia, che aveva  sostenuto la causa dell’unità e ora era alle prese con il nemico  prussiano.

Il 12 ottobre 1867 una bomba targata “rivoluzione”  espose   sventrando  la caserma Serristori e uccidendo 23 membri del  “Corpo  musicale e  orfani di Roma”.  Un attentato che non provocò nessuna conseguenza insurrezionale tra la popolazione della città: insomma, una strage inutile.


La politica fiscale del nuovo Governo fu all’insegna della predazione:  non si toccarono pensioni e vitalizi dei soliti  privilegiati  e all’odiosa tassa sul macinato si aggiunse un balzello che veniva  calcolato  sulla base  della metratura delle finestre.  Nonostante questo il deficit peggiorava.


A ROMA

A Roma! Marciarono sulla capitale mettendo in scena la solita gag teatrale.
Si cominciò con la fucilazione di  Massimiliano d’Asburgo, in Messico, a opera del rivoluzionario Benito Juarez.

Benito Juarez:  e che c’entra?  C’entra!  Perché Juarez aveva espropriato la Chiesa sudamericana e il Parlamento di casa nostra, assecondando i suoi impulsi  anti-clericali, discusse e approvò una mozione a favore dei nuovi governanti  d’oltre Oceano, incoraggiandoli anzi a proseguire sulla strada di quelle loro riforme.

IL PAPATO?  UN “MOSTRO”

Garibaldi insisteva sulla necessità di spicciarsi a invadere lo Stato Pontificio e sosteneva la sue teorie con discorsi infuocati.  «Più terribile che le guerra - secondo lui - è il mostro che si chiama Papato le cui emanazioni pestilenziali inondano il mondo».    Avesse potuto scorticarli vivi... monsignori... vescovi... cardinali...   «Noi siamo la religione del vero e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna».   Più che a favore dell’Italia unita, sembrava che volesse combattere «contro le tonache che hanno infangato, beffato, contaminato: fatto cloaca».

A Ginevra, dove si presentò per parlare delle condizioni del suo paese, lo presero per matto e lo coprirono di fischi.  Ma a Voghera, a Venezia, a Genova, a Firenze fu un’apoteosi, con i giovani che alzavano le mani per arruolarsi e correre alla conquista della città eterna.

MINISTRI DIVISI  IN TRE  PARTITI

Si stava creando una situazione imbarazzante.  I ministri erano divisi in tre partiti.  I più sornioni ritenevano che fosse possibile ripetere la sceneggiata già attuata nel 1860 quando  venne annesso il Regno delle Due Sicilie che avevano conquistato,  facendo finta di essere contrari.

Il secondo gruppo sosteneva la legalità e il rispetto degli accordi stipulati con la Francia,  nei confronti della quale esisteva un debito di riconoscenza non trascurabile e alla quale avevano spergiurato che non avrebbero insidiato il potere del Papa.

Il terzo sembrava distratto da altre questioni.  Urbano Rattazzi,  per esempio, che doveva sostenere un duello con Minghetti,  con  Cialdini e con Pepoli per colpa della moglie,  splendida oca,  che parlava a vanvera e scriveva a penna libera: aveva firmato un libro di politica  contemporanea e aveva fatto arrabbiare una quantità di persone che se la prendevano con il marito.

Nel 1867, i garibaldini attraversarono la frontiera, ma i soldati papalini li affrontarono e li scacciarono. I prigionieri - 160 - vennero portati a  Castel Sant’Angelo.   1500 fucili  requisiti vennero rottamati:  erano talmente in cattivo stato che non era possibile utilizzarli nemmeno per andare a caccia. I l diplomatico  Gregorovius, nel suo diario, in data 3 ottobre 1867, assicurò che  «in nessuna provincia ebbe luogo qualche sollevazione».

L’assalto delle forze regolari italiane fu preceduto dalle mene garibaldine

Il gioco a mosca cieca del Parlamento non poteva durare. A Sinalunga, i carabinieri dovettero intervenire per fermare Garibaldi.  Si trattava di tradurlo nella fortezza di Alessandria ma,  per arrivarci,  riservarono una carrozza di prima classe del treno da cui,  a ogni stazione, «l’illustre prigioniero» si affacciava per salutare la folla e fare il pieno di applausi.  A Piacenza, il marchese Pallavicini  volle stringergli la mano.  A Genova e a Torino, i prefetti consentirono che una piccola folla impiccasse - “in effige” - la maschera del Presidente del Consiglio.  E il comandante della prigione lasciò il portone del carcere aperto in modo che la gente potesse entrare per rendere omaggio all’eroe detenuto.

In galera - con tutti i comfort - rimase pochi giorni: poi lo lasciarono  libero di prendere il vapore e tornare a Caprera.  Chi lo accompagnò disse che era tranquillo. A fibrillare era la politica italiana: aver tirato il sasso e nascosta la mano, non bastava più.

LUOGHI SACRI DA PROFANARE

A Subiaco, un centinaio di uomini proclamarono un “Governo provvisorio”,  sotto l’autorità di Garibaldi.  Il deputato Giovanni Acerbi  si arrogò il titolo di dirigere un’insurrezione nel Lazio e una dozzina di colleghi accettarono di presiedere i comitati insurrezionali che nascevano nelle città.  Il maggiore Filippo Girelli presentò le dimissioni dall’esercito per essere libero di organizzare la rivolta: si attribuì il titolo di “commissario” e, sconfinando  con un gruppo di armati in terra pontificia, pubblicò bandi, decretò tasse, sequestrò le casse dei Municipi e sciolse una quarantina di ordini religiosi.  Bande di garibaldini scorrazzavano al confine  del  Lazio.

Le squadre di Menotti, Nicotera,  Ugolini,  devastavano e saccheggiavano quello che trovavano ma, preferibilmente, cercavano conventi, chiese e luoghi sacri da profanare.  Gli osservatori Stranieri notarono che, in quei giorni, l’ordine pubblico nelle città italiane era soddisfacente perchè tutti gli schiamazzatori stavano attorno a Roma.

Temistocle Solera,  l’autore delle parole di Va pensiero, passato dalla poesia allo spionaggio, proprio da Roma mandò una relazione al Governo per descrivere la situazione politica nei domini papalini.  «Attenzione - mandò a dire - il Governo è bassamente tradito da coloro che vantano di avere in Roma una seria influenza sulle masse e di poter  quindi operare per indurle a insorgere. Mistificazione ordita per cupidigia di  denaro.  Non mi sono dato tregua - precisò - visitando e investigando uomini e  cose, non risparmiando ne officine ne taverne ne postriboli dove, più di ogni altro luogo, la  gioventù espande l’anima e perde ogni forma di prudenza.  Ovunque prove e dati eloquenti m’accertano essere impossibile una seria ed efficace sollevazione.  È bensì probabile che 200 garibaldini,  da me già fiatati e riconosciuti per contrade,  ingrossati da pochi emissari mazziniani e da pochissimi giovani di ancor vergine fede, al segnale di chi deve dar conto di promesse e forse di denaro percepito,  arrivino a gettarsi vociando e con qualche bomba alla Orsini sulle piazze»

UN INUTILE MASSACRO

Si diffusero voci di insurrezioni. «Ebbene, il Pontefice uscì sorridente dal Vaticano e percorse a piedi piazza del Popolo. Nulla. Si adora Pio IX».

In effetti, il 12 ottobre (1867) una bomba scoppiò e riuscì a sventrare il fianco della caserma Serristori.   Doveva essere assai potente perché sfondò un intero quarto dell’edificio,  seppellendo sotto le macerie 23 soldati pontifici. Iniziativa militarmente improvvida.  Fra i morti, nessuno aveva mai imbracciato un’arma: le vittime facevano parte del  “Corpo musicale e orfani di Roma”. Un massacro inutile.

I responsabili - Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti - vennero individuati, processati e mandati a morte.

La rivoluzione che doveva scoppiare il giorno prima e che era stata rinviata per qualche ora, subì un ulteriore ritardo poiché il tempo stava mettendosi sul brutto e manifestare con la pioggia risultava disagevole. Mazziniani, liberali e patrioti rivaleggiavano in prudenza.

Ritornò in scena Garibaldi che, il 26 ottobre (1867),  assaltò Monterotondo  con 3mila uomini e sgominò una guarnigione papalina.  Nemmeno questa notizia incoraggiò i rivoluzionari della capitale.

Vittorio Emanuele II,  augusto patrocinatore dell’impresa, sconfessò pubblicamente  l’operato di Garibaldi e poi accettò che l’esercito entrasse nei confini dello Stato Pontificio «per difendere il Papa».   L’avevano già fatto - con successo - con i Barbone.  Ma, questa volta, gli avversari combatterono davvero e, a Mentana, il 3 novembre, li fecero a pezzi.  Le camicie rosse erano 15mila ma per combattere si presentarono in 5mila.
Nemmeno pochi: cinque volte tanto quelli che, anni prima, sbarcarono a Marsala per prendere parte all’assalto di Calatafimi.   Solo che, questa volta, i papalini e i francesi che li  affiancavano accettarono lo scontro e reagirono.  Quando si accorsero che i nemici facevano sul serio, i garibaldini  cominciarono a mormorare:  «Aho... ce volete portà ar macello»  Si lasciarono catturare in 1.700:  gli altri disertarono  e si sbandarono.

LA VITTORIA DEGLI CHASSEPOT

Garibaldi si ri - lasciò  ri - arrestare e negli uffici cominciarono a bruciare le carte più compromettenti. Vittorio Emanuele II  diventò una mummia: non aveva visto nulla, non sapeva nulla, non aveva autorizzato nulla. Era contrario a tutto.

Dissero che la vittoria era dovuto al modello di fucile  Chassepot.  Per una di quelle contraddizioni di cui è ricca la storia italiana, si trattava di un modello fabbricato in Italia dalla ditta Glisenti di Brescia. I  francesi l’avevano commissionato  e proposto anche all’Italia per ammortizzare i costi ma il nostro ministro della Guerra non considerò l’arma efficiente: gli sembrava che andasse  meglio il modello tedesco Dreyse o un altro fucile ad ago, lo Stutzen.  Ma si era ancora nelle nuvole dei progetti: intanto, i soldati restavano con dei catenacci sulle spalle.

La credibilità del Governo stava precipitando in caduta libera.  Rattazzi parlò per tre giorni ai deputati.  Tanto tempo gli fu necessario per non dire nulla e,  soprattutto,  per non chiamare in causa la corona.  Lo Stato unitario era sull’orlo del baratro.

Adolfo Thiers,  certamente laico e liberale, patron dell’Assemblea di Parigi, pronunciò un discorso insolitamente duro nei confronti dell’Italia, chiedendo che la Francia assumesse la difesa di 200 milioni di cattolici.  Dopo di lui, il ministro Rouher, portavoce dell’Imperatore, sbeffeggiò la politica di Firenze che preparava e lasciava preparare l’invasione con funzionari  che dirigevano gli arruolamenti,  gli inglesi che mandavano armi e i giornali che «si concertavano per la menzogna».  Il documento di censura per il Governo italiano raccolse 288 voti contro 17.

Era la fine? Sembrava certo che Napoleone III,  seccato per l’atteggiamento da  voltagabbana dei politici italiani,  fosse deciso a dare un calcio nel sedere a Vittorio Emanuele II per riportare al trono il Borbone.

Il bilancio, in ogni caso, era pauroso.  Arrivavano a maturare gli interessi passivi della guerra del 1866 che toccarono il 37 per cento,  portando il disavanzo a 239 milioni contro i 190 dell’anno precedente.  Ma poiché i soldi non c’erano ed era tutto fondato sui, “pagherò”, i creditori non si fidarono,  pretesero un aggio maggiore, che fece lievitare il debito a 266 milioni.

LA TASSA SULLE FINESTRE

Non si potevano toccare le pensioni e i vitalizi,  le prebende e le sinecure: dunque, si tornò alle proprietà ecclesiastiche.  C’era una tassa sul macinato e ne aggiunsero un’altra che veniva calcolata sulla base della metratura delle finestre. La gente  diceva che, fino  a quel momento,  si era pagato per mangiare ma,  da allora,  era necessario mettere mano al portafoglio anche per respirare.

In Emilia, al grido di “viva il Papa” e “viva Francesco II”, i poveri inscenarono un rivolta violenta. Attribuirono al generale Raffaele Cadorna  poteri eccezionali per domare Parma, Reggio e Modena che vennero governate con il pugno di ferro. Ravenna contendeva al meridione il primato della provincia più irrequieta.  Il  Procuratore del Re,  Cappa, ricevette una lettera minatoria: «Non intendo come ella  possa tenere reclusi tanti giovani... a buon  intenditor»   Lo trovarono colpito da una coltellata alla schiena che venne vibrata con tanta violenza da inchiodarlo alla porta della sua abitazione.  Il generale Escoffier  assunse le funzioni di prefetto e fu ammazzato a rivoltellate dal questore Pio Cattaneo,  disturbato per un trasferimento che considerava ingiusto.

MILANO E TORINO MOLTO OSTILI

Milano era irritata.  Torino fischiò il re in modo così vigoroso che Vittorio Emanuele II meditò seriamente di abbandonare il Piemonte per sempre.  La Sicilia  si sentiva tradita perché  quell’autonomia amministrativa promessa a più riprese le era stata negata.  E Napoli non accettava di subire senza reagire.

Roma da conquistare sembrava, davvero, l’ultimo problema.

Negli uffici della diplomazia, semmai, si  scommetteva sulle scenario prossimo venturo.  Secondo D’Ideville,  la capitale sarebbe rimasta a Firenze perché  Francesco Crispi si era messo a comprare immobili in toscana.

Lui sapeva come guadagnare e se investiva lì era  perché  prevedeva uno sviluppo edile tale da fare lievitare i prezzi.

Altri erano, piuttosto,  convinti che avrebbero potuto ripiegare su Napoli.  I piemontesi, scontenti per avere, perduto il ruolo di prima città, pur di togliere quel privilegio ai fiorentini, avrebbero potuto accordarsi con i meridionali e scendere più a sud.  Ipotesi non   strampalata se  Petruccelli della Gattina, deputato lucano, cominciò a prepararsi per contrastare il progetto.
«Rimestando nella cosiddetta consorteria napoletana - appuntò nel suo diario - , molte miserie e cose non liete dovrei ricordare.  Capo di  questa associazione di mutua difesa e di mutua assicurazione è Pisanelli.   Poi, come soci ordinari: De  Blasis,  Capone,  Massari, Borghi, e altri di cui, come questi, non è delizioso parlare.  Essi - aggiunse - sono passati per quasi tutti gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro, non obliando punto se stessi, considerando la cosa pubblica un affare di famiglia. Un giornale,  a Napoli, accusò taluno di essi di peculato,  si   commise un’inchiesta  sulla denuncia ma poi La Francesca che istruiva il fascicolo fu traslocato e il processo rimase  sepolto senza che nessuno degli accusati reclamasse.  Mediocrità,  petulanza, alto sentire di se,  rimestare senza scrupoli... ecco la camorra».

MAZZINI  A  BISMARCK

La commedia degli equivoci sfornava sceneggiature  senza sosta.  Vittorio Emanuele II  puntava su un’alleanza    con Francia e  Austria, in funzione anti - prussiana.   Mazzini, al contrario  scrisse a  Bismarck per confessargli: «Aborro l’impero napoleonico e la supremazia che la Francia si arroga sull’Europa».  Secondo lui, occorreva che «il Governo prussiano offrisse un milione di franchi e 2mila  fucili ad ago».    Mazzini si impegnava  «sul suo onore» a servirsene «solo per sventare un’alleanza italo-francese  rovesciare il governo  e rovesciare il governo italiano  se persistesse nel volerla concludere».

Napoleone III,  in realtà,  stava correndo verso la guerra contro la Prussia, senza sospettare che ne sarebbe uscito a pezzi. L’imperatore francese aveva sperato che il Savoia avrebbe potuto ricambiare il favore che aveva ricevuto.  Vittario Emanuele II si era anche lasciato andare a promettere l’aiuto di un contingente di 150mila uomini quando, sotto le armi, ne, contava poco meno di un terzo. Ma il re era fatto così: cacciatore e scalatore, amatore e cavallerizzo, un concentrato di energia senza cervello.  Poteva dire qualunque cosa e gli interlocutori sapevano che non serviva a nulla.

Fiutando la piega che potevano prendere gli accordi internazionali, la sinistra di allora scese in piazza al grido di  «viva la Prussia... abbasso la Francia... morte al Papa».

Crispi parlò di una politica  «infranciosata».  Il conte Vimercati  trattava con il conte Beust, austriaco,  contro la nascente Germania, mentre Isacco Artom,  al contrario, per incarico del ministro  Visconti - Venosta,  all’insaputa del re, operava perché tutto venisse mandato a monte.

La sconfitta dei francesi a  Sédan consenti al generale Raffaele  Cadorna di schierare le sue cinque divisioni sotto le mura di Roma.  Il comandante in seconda era  Nino Bixio al quale non importava che buttare i cardinali nel Tevere, a calci nel sedere.

LA MISSIONE DEL SAVOIA

Re Vittorio tentò una soluzione amichevole, mandando in missione il vecchio conte Ponza di San Martino  ma il segretario di Stato, cardinale Antonelli, lo ricevette con freddezza.  Pio IX lasciò sul tavolo la lettera che il re gli aveva mandato:  «La leggerò quando ne avrò il tempo...».

Il 10 settembre (1870), si doveva inaugurare  l’acquedotto dell’Acqua  Pia-Marcia.   La folla era strabocchevole e tutti inneggiavano al Papa. Pio IX si era portato l’emissario di Vittorio Emanuele II e, con la mano,  gli mostrava la sua gente.  «Vede? Questi sono coloro che vogliono cambiare governo?».   I giornali di Firenze scrissero che le acclamazioni  erano indirizzate al piemontese.

LA BRECCIA DI PORTA PIA

Tuttavia  la Roma papalina aveva le ore contate   Il Pontefice se ne rese conto e diede ordine di attuare una resistenza simbolica, in  modo da risparmiare un prevedibile lungo assedio e bombardamenti sanguinosi ma,  nello stesso tempo, dimostrare che cedeva solo alla violenza.

All’alba del 20  settembre  1870 venne esploso il primo colpo di cannone dalle parti di Porta Pia. Un curioso, salito verso via delle Quattro Fontane per vedere l’assalto, fu colpito a una gamba.

Aperta la breccia, i bersaglieri si lanciarono all’attacco, al passo di carica.   I difensori non difendevano, presentarono le armi ma non rinunciarono a  dileggiare i vincitori:  «A' bas les canailles!».

Vennero sparati 835 colpi  di mortaio e nello scontro morirono 49 italiani e 19 pontifici.  Fra gli assalitori  la maggior parte deve essere considerata  “vittima del fuoco amico”:  le prime linee erano già a ridosso dei bastioni e i cannoni continuavano a sparare facendo danni soprattutto sui loro compagni.  Chi cadeva correva anche un rischio peggiore perché quelli dietro non si fermavano e non riuscivano a scavalcarlo: almeno una  dozzina che avrebbero avuto ferite di poco conto, morirono calpestati dal resto della truppa compattamente schierata.

I feriti  e i morti furono, rispettivamente, 141 e 68.  Il dopo fu necessario portare una squadra di soldati sulla scena della battaglia e farli sdraiare per terra, come se fossero stati uccisi,  per scattare delle fotografie da inviare come documentazione.

Quando i romani  conobbero  l’Italia  restarono indifferenti: li colpirono  soltanto le uniformi

Pio IX recitò la messa e poi si trattenne, nella sala attigua al trono, dove si erano radunati i diplomatici, le guardie, i nobili, i visitatori.  «Patisco un sopruso. Siete testimoni. Cedo alla violenza».  I valletti servirono il gelato.

Poi se ne  andarono dal  Quirinale per recarsi in Vaticano.  Per non darla vinta agli italiani, si portarono dietro tutte le chiavi, obbligando gli invasori alla fatica di segare i chiavistelli dei portoni.

RAPPORTI  CONGELATI

I rapporti fra Governo italiano e Santa Sede restarono da quel momento interrotti e congelati fino alla visita di Giovanni Paolo II alla Camera dei Deputati.  Papa Wojtyla è quello che, definitivamente,  ha ricucito  lo strappo del Risorgimento.  Lui ha perdonato tutti e ha chiesto scusa per tutto: per Galileo Galilei e per  Giordano Bruno e per Tommaso Campanella e per le nefandezze dell’Inquisizione,  per i soprusi dei Crociati e per le intemperanze dei religiosi  al   seguito degli spagnoli in Sud America. Immaginarsi se non avrebbe chiuso un occhio su quelli che avevano rubato tutto ai suoi predecessori.

Quando i romani conobbero l’Italia, restarono piuttosto indifferenti.  Si incuriosirono soltanto della divisa dei bersaglieri che osservavano con insistenza, tanto sembrava loro bizzarra.  A Roma. erano abituati con le uniformi dei papalini che esibivano righe rosse e gialle.  Ma quei piumazzi sul cappello e quel cappello portato a sghimbescio, sulla testa, li divertivano.

Sul pennone sali il tricolore con lo stemma sabaudo.  Mazzini, invece di  esultare confessò di avere  «l’anima a bruno».  Scrivendo a Niccolò Le Piane aggiunse: «Il Governo è andato codardamente a Roma».

Non fu il solo a sofisticare.  Ricasoli,  Rattazzi,  Cialdini,  De Sanctis,  il giovane poeta Carducci trovarono da ridire su Roma capitale, senza peraltro lasciare intendere che cosa proponessero di diverso.

Centottanta deputati dichiararono di  non sapere giudicare se l’aver sottratto Roma al Papa fosse un bene o un male.  Si definirono “indipendenti” e occuparono i  banchi di centro.

Gregorovius  dichiarò  di sentirsi triste al pensiero  che la città  del bello fosse destinata a ospitare uffici e ministeri.   Infatti vennero occupati tutti i conventi dei preti e dei frati che vennero cacciati.  Cancellarono 150 organizzazioni religiose e si presero 212mila ettari di terreno.

L’Europa non riconobbe ma accettò.

L’Italia era fatta ed era fatta per gli italiani.

Anche se i Padri della Patria non avevano molto tempo per godersi il successo.

I “Padri della Patria” morirono tutti nel volgere di pochi anni: i seguaci tentarono di  trasformarli in  “sacre mummie”

Uno dopo l’altro morirono improvvisamente senza essere così anziani. Gli amici tentarono di renderli quasi immortali immaginando una sorta di imbalsamazione, con risultati nefasti.

I "PADRI" IMBALSAMATI

I medici riuscirono a fare poco per Vittorio Emanuele II che - come cadavere - doveva resistere solo qualche giorno: il tempo di decidere se portarlo in Piemonte, come pretendeva Torino, o lasciarlo a Roma.  Per  un attimo, si pensò di  accontentare tutti, disponendo che per sei mesi il re avrebbe riposato a Superga e per gli altri sei al Pantheon. Alla fine, si convenne che due funerali l’anno, con l’augusta salma avanti e indietro, su e giù per l’Italia, avrebbe rappresentato uno spettacolo caricaturale.

Crispi tentò di fare imbalsamare Garibaldi perché, in quel modo, Caprera sarebbe diventata un’affascinante meta di pellegrinaggio.  E  Paolo Gorini e Agostino Bertani - strattonando i cadaveri,  per calcolo o per affetto, per malizia o per pietà - si impegnarono per assicurare una sorta di eternità a Mazzini: ma anche questo proposito naufrago nel liquido della  decomposizione.  Adriano Lemmi che finanziò l’impresa dei “patrioti operai” fece pagare 800 lire per una cassa mortuaria che non ne valeva più di 200.

(15 - Continua)


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di sabato   8 novembre  2009,  pag. 14- 15 -16.

mercoledì 4 novembre 2009

Custozza e Lissa malgrado due sconfitte il regno d’Italia si accaparra il Veneto








RISORGIMENTO.  L’ALTRA VERITA'


La terza guerra d’indipendenza, 1866, preceduta da trattative tra  Italia e  Austria: prima Vittorio Emanuele II vuole acquistare le terre orientali pagando  un miliardo di lire - che non ha - e poi offrendo il figlio Umberto per sposare un’arciduchessa che porti in dote Venezia

Francesco Giuseppe, quando si rende conto della possibilità di un’alleanza anti - austriaca tra i Savoia e la Prussia, offre al Governo italiano la cessione del Veneto a Napoleone III, che a sua volta l’avrebbe poi “girato” a Vittorio  Emanuele:  ma questo rifiuta e sceglie la guerra

Il Veneto finirà nelle mani dei Savoia, nonostante la doppia sconfitta, solo grazie alla vittoria ottenuta dagli alleati  prussiani a Sadowa: e il  meccanismo sarà esattamente quello  previsto in  origine, cioè la cessione alla Fancia e il successivo trasferimento al Governo del regno d’Italia



L’Italia era “fatta” per dichiarazione unilaterale del Governo sabaudo. In realtà, precisare che lo era “quasi” non sarebbe, stato inopportuno.

I patrioti credevano che gli sforzi compiuti fino a quel  momento non fossero sufficienti: occorreva impegnarsi ancora un po’ per prendersi anche Venezia (con l’hinterland veneto e istriano) e Roma (con il Lazio che faceva ancora parte dello Stato pontificio).

Vittorio Emanuele II  con le strategie diplomatiche che credeva di padroneggiare, tentò dapprima di  “comprarsi” la fetta orientale che gli mancava, offrendo un miliardo di lire di allora. Si trattava di una cifra spropositata che - con le debite proporzioni - nemmeno il cancelliere della Germania Federale, Helmut Koll, alla fine degli Anni 80 del  XX secolo, spese per acquisire la  Germania (sedicente) Democratica che era stata governata fino ad allora dai comunisti dell’Unione Sovietica.

TRATTATIVA  SENZA   ESITO

Il re dei Savoia, il miliardo, non l’aveva. Non era nelle condizioni di spendere nemmeno la metà della metà. Per quale ragione incominciò  a intavolare una trattativa destinata a concludersi con un nulla di fatto  resta un mistero.  Le conversazioni fra le parti avevano le sembianze del dipanarsi di una partita di poker “al buio” dove quello che conta non sono le carte a disposizione  (che non si conoscono) ma la faccia tosta dei giocatori  impegnati in una sfida senza paracadute.  Infatti, nemmeno i plenipotenziari austriaci erano nelle condizioni di alienare una porzione di  territorio importante per il gettito economico che l’industria assicurava e per la raffinata cultura che gli intellettuali garantivano.  Come avrebbero giustificato il baratto all’opinione pubblica?

Il tavolo si chiuse con i contendenti che ritirarono le proprie “fiches”; rinunciando a terminare una partita che non poteva essere conclusa.

Forse - almanaccò Vittorio Emanuele II  - si poteva tentare di percorrere un’altra strada che avrebbe portato allo stesso risultato, addirittura risparmiando, senza prevedere l’impegno di ingenti capitali.  Agli Asburgo offrì  il figlio Umberto che avrebbe potuto maritarsi con un’arciduchessa della Casa Imperiale di Vienna... una qualunque... scegliessero loro... purché, nel contratto nuziale, fosse inserita la clausola che la sposa avrebbe portato in dote la  “serenissima” Venezia.  Anche questa trattativa - costruita sulle gambe sghembe di un progetto più avventato che improvvido - naufragò, lasciando traccia soltanto nella corrispondenza dei dignitari austriaci e nei loro diari.

SCANDALOSA SUPERFICIALITÀ

I commenti si dipanarono fra l’ironico e lo scandalizzato. I funzionari d’ambasciata si meravigliavano che questioni di straordinaria rilevanza, per il futuro assetto di una porzione d’Europa,  potessero essere affrontate con tanta baldanzosa improvvisazione.  Vittorio Emanuele II poneva più riguardo quando si trattava di partire per una battuta di caccia. Occorreva scegliere i cavalli migliori, i cani, il luogo, gli accompagnatori, le armi...    Per le decisioni politiche, con conseguenze che non era nelle condizioni di immaginare, si comportava con smisurata superficialità. Come un pizzicagnolo alle prese con una partita di merce da vendere o da comperare. Buttava lì una proposta e, alla risposta, contestava che “no”, a quelle condizioni ci perdeva, dunque, piuttosto che rimetterci, era meglio lasciare perdere.  Poi ritornava sui suoi passi e tentava una mediazione che gli risultasse comunque favorevole, dava di gomito ai suoi interlocutori, li incoraggiava ad accettare, come capita alle bancarelle del mercato. «Vero che capite che, per voi, è un affare?!  Non so neanche perché continuo in questa trattativa... se io avessi un po’ di sale in zucca lascerei perdere... voi non vi rendete conto del danno che vi fate,  non accettando... e io, purtroppo, so quanto mi costerà… .».

Sembrava la commedia buffa di un’opera “da tre soldi”.  Dopo mesi di tira e molla,  con il linguaggio e gli atteggiamenti ammiccanti di chi propone transazioni poco plausibili, si convenne che non esistevano soluzioni praticabili e anche questa proposta venne lasciata cadere. Definitivamente.

Sembrò più possibile il  passaggio di Venezia, dagli Asburgo ai Savoia, quando, alla vigilia del 1866, si scaldarono i toni delle relazioni diplomatiche fra Austria e Prussia che si affrontavano a muso duro  rivendicando, ognuna per se, la leadership dei popoli tedeschi.

DUE CAPITALI COME GIANO BIFRONTE

Le loro capitali - come un Giano bifronte - guardavano in direzioni opposte. Vienna si rendeva conto di trovarsi rivolta all’indietro, con un passato glorioso di cui menare vanto che,  però, solo accidentalmente e quasi di riflesso, riusciva a riprodursi nel presente.  Berlino, al contrario, di storia non ne aveva e, in ogni caso, non se ne curava. Si era affacciata alla politica internazionale con poderose prospettive di sviluppo, orientata senza tentennamenti a progettare con meticolosità il proprio futuro.

Efficacemente, le due capitali avrebbero potuto essere rappresentate da due onde del mare, ma mentre l’una aveva raggiunto la massima estensione sul bagnasciuga e stava  già iniziando a ritirarsi sulla scia di un riflusso fisicamente inevitabile, l’altra stava sviluppando la potenza che le avrebbe dato lo slancio per  avanzare sul bordo della spiaggia.

Le Cancellerie europee avevano capito che si sta vano affilando le armi, in attesa del rullo, dei tamburi di guerra.  Consideravano che lo scontro fosse inevitabile, al punto che ognuna cominciò a lavorare per prendere le posizioni più adeguate in modo che dal conflitto imminente gli venisse qualche vantaggio (o, almeno, per evitare i danni maggiori).

L’Italia stava almanaccando per stringere alleanza con la Prussia di Bismarck.  Forte di un alleato capace di impegnare il grosso dell’esercito austriaco sul suo terreno, avrebbe potuto dare battaglia ai confini orientali, con l’obiettivo di raggiungere Venezia e,  forse, Trieste.   Che quella fosse una strategia di non difficile attuazione, fu chiaro innanzi tutto a Vienna.  I vertici dell’esercito asburgico si allarmarono alla concreta possibilità di dover tenere testa a due avversari  su fronti diversi, distanti fra loro, confrontandosi con due potenze militari che li avrebbero presi in mezzo, a tenaglia. Per scongiurare una parte di pericolo, tentarono di ottenere dall’Italia,  una dichiarazione di neutralità e, per convincerla, proposero la solita manovra: la cessione del Veneto a Napoleone III che lo avrebbe girato a sua volta a Vittorio Emanuele II.

BIXIO:  MEGLIO  l00MILA MORTI

Al re Savoia la  proposta sembrò disonorevole e, forse, lo era davvero.  Umiliarsi, accettando in dono dall’imperatore francese ciò che poteva conquistare con le armi?  In questa presa di posizione, fu confortato da una roboante esortazione di Nino Bixio che, riposta in cassapanca la camicia rossa di quando era garibaldino, si era agghirlandato con l’uniforme di  generale   dell’esercito italiano del quale, ormai, scimmiottava posture e atteggiamenti. «Meglio centomila morti... - sentenziò - meglio una battaglia sanguinosissima piuttosto che l’onta di una cessione pacifica».

Lo Stato maggiore dell’esercito piemontese può contare su una netta supremazia numerica  rispetto agli austriaci:  ma le truppe sabaude difettano di addestramento e organizzazione.

Era un’anticipazione di quanto sarebbe successo, cinquanta anni più tardi, alla vigilia della prima guerra mondiale, quando l’Austria offrì all’Italia il Trentino e Trieste in cambio del nostro non - intervento.  L’accordo non fu siglato perché, ogni volta, la diplomazia tricolore aggiungeva clausole e postille anche banali, accampando pretesti per  nuove concessioni e continui miglioramenti.  Alla fine i viennesi sbottarono: «Ma, in questi giorni, quali battaglie  ha perso l’ltalia per pretendere tanto...!?».

Nel 1866, come nel 1915, si preferì  l’ecatombe da cui uscimmo stremati per non “umiliarsi”, nell’accettare una proposta logica e conveniente.

L’offerta austriaca, fatta conoscere a Torino da Napoleone III, fu respinta e l’otto aprile (1866) venne firmato  il patto di alleanza con la Prussia.   Ne il re ne il Governo sentirono la necessità di informare il Parlamento di una decisione che - di fatto - equivaleva a una dichiarazione di guerra.  Anche nel maggio 1915  per la prima guerra mondiale  si cominciò a combattere senza che i deputati fossero messi a conoscenza   delle decisioni del Ministero e, dunque  senza avere avuto  l’opportunità di esprimersi.

In 50 armi, si è ripetuto  lo stesso canovaccio storico che ha il peso e il valore giuridico di un piccolo colpo di Stato.

La sconfitta, di Custoza è la conseguenza inevitabile delle divisioni personalistiche tra gli alti comandi

Vittorio Emanuele  II  aveva 46 anni  una buona salute (nonostante un fisico appesantito dalle minestre di fagioli di cui era ghiotto) e una gran voglia di menare le mani. La prospettiva della battaglia lo affascinava, tanto più che, questa volta, non ci sarebbe stato nessun Napoleone a fargli ombra.  Il  numero uno del suo esercito  sarebbe stato lui e,  poiché era convinto di possedere le doti del grande condottiero, niente avrebbe potuto distoglierlo dall’intenzione di esercitare per davvero - e appieno - il comando effettivo.

UNA POTENZA TRUCCATA

Le sue certezze erano,  naturalmente illusioni.  Per esempio, era convinto che i suoi reparti, forti  di 280mila uomini,  36mila cavalli e 450  “pezzi” di artiglieria, rappresentassero una forza potente e moderna.  Non era vero, questa volta, come non è mai stato vero in tutte le guerre cui l’Italia, in qualche modo, ha partecipato.  I soldati non erano guerrieri: erano, per lo più, contadini  che sapevano amministrare i campi ma con scarsa propensione per le armi.  Erano stati male addestrati e non avevano equipaggiamento adeguato.  Non c’erano nemmeno le carte topografiche e, per muoversi, oltre  il confine della Lombardia, verso il Veneto, dovettero orientarsi con mappe austriache che pochi erano in grado di leggere.  Mancavano - come nel 1848 e nel 1859 i mezzi da traino per l’artiglieria pesante e molte classi erano state congedate proprio alla vigilia della guerra.

Gli ufficiali dello Stato Maggiore erano fermi  ai libri che analizzavano le strategie sopraffine del  Napoleone Bonaparte di Jena e di Austerlitze e da lì non si erano mossi.   Tuttavia  la scarsa preparazione professionale risultava inversamente proporzionata alla  iattanza che ognuno era in grado di mettere in mostra con dovizia di ampollosità.  Ognuno credeva di essere più abile, più intelligente e più adeguato dei pari grado, e dei superiori,  per cui si sentiva in dovere di aggiustare gli ordini cui avrebbe  dovuto obbedire per  renderli davvero efficaci.

Quelli che, in assoluto, ritenevano di essere i migliori,  erano Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini.

La Marmora rimase Primo Ministro fino al 20 giugno, ossia quattro giorni prima della battaglia sciagurata di Custoza con la quale - contemporaneamente  - cominciò e finì  la campagna dell’esercito di terra.  In questo modo,  riuscì a occuparsi poco e male degli affari politici del Governo: pochissimo e malissimo delle questioni strategiche che riguardavano i comandi che erano ai suoi ordini.  Cialdini, invece, si organizzò per conto suo elaborando un piano di battaglia  che gli altri generali non conoscevano e che non potevano assecondare.

IL  CAOS  AL  COMANDO

Alla fine, chi comandava?  La domanda - logico - non aveva  risposta perché, in realtà, non comandava nessuno.  I  “vertici”  si incontrarono a Bologna per tentare di elaborare un piano omogeneo delle operazioni.  Ma, dopo ore di discussione, pacata nei toni ma risoluta nella sostanza, apparve chiaro che si stava perdendo tempo. Nessuno voleva darla vinta all’altro e  ognuno fece a gara per non  intendersi.

Il  re dovette accettare di essere affiancato da La Marmora e La Marmora si risolse  a sopportare che Cialdini si  muovesse “autonomamente”,  come responsabile di una  specie di secondo esercito, parallelo ma con pochi legami di parentela con il resto che si muoveva per conto suo.

Venne stabilito che  La Marmora, con i contingenti a sua disposizione, avrebbe mosso verso il Mincio, mentre Cialdini, con i reparti ai suoi ordini, avrebbe attraversato il Po, a sud,  per prendere gli  austriaci d’infilata.  Naturalmente, la commedia degli  equivoci prevedeva che La Marmora fosse  convinto di esercitare l’azione principale alla quale Cialdini avrebbe dovuto assicurare il necessario appoggio e le indispensabili coperture.   Al contrario,  Cialdini  (che non accettava intromissioni)  giudicava che la sua manovra fosse l’asse portante del  “piano”.

Il 18 giugno, a Cremona,  La Marmora stese per il  re la dichiarazione di guerra.  Vittorio Emanuele II - chissà perché - la tenne ferma due giorni e solo il   20 la fece recapitare al comando  supremo austriaco.  Il giorno   dopo, il  21, lasciò Firenze e si trasferì al suo quartiere generale  di Canneto  sull’Oglio,  presso Mantova.   Accanto a se non aveva voluto La Marmora ma Enrico Morozzo della Rocca presentato come «un generale che l’ Europa ci invidia»  e che, in realtà, stava abbondantemente  sotto  la  mediocrità.  Aveva il vantaggio di essere il compagno di merende del re: lo accompagnava a caccia di fagiani e di contadinotte,  giustificava le sue intemperanze, gli forniva gli alibi di cui aveva bisogno e gli prestava il denaro necessario per coprire qualche marachella.

UN ESERCITO DIVISO IN TRE

Dunque, alla fine, l’esercito che era stato spezzato in due, si trovò diviso per tre: ognuno con enormi difficoltà nel  tenere i contatti con gli altri monconi, perché i comandi non erano collegati fra loro con il telegrafo e dovettero utilizzare i servizi dei normali uffici postali,  con l’immaginabile tempestività che potevano assicurare  i portalettere sotto le bombe.

Le incomprensioni - e, per la verità, anche le disobbedienze -  si rivelarono nella  loro disastrosa realtà.

Il 22 giugno Cialdini telegrafò  che contava di passare il Po la notte fra il 25 e il 26 e chiedeva «un’azione dimostrativa»  sul Mincio che avrebbe dovuto iniziare il 24.   Gli risposero di sì ma La Marmora decise che avrebbe attaccato il 25, alle sette del mattino, per poi ritornare sulla sua stessa decisione,  lasciando le divisioni senza ordini e con le armi al piede.

Gli austriaci erano solo 75mila, la quarta parte - scarsa - degli italiani che,  però, frazionando la  loro forza, trovarono il modo di  combattere quasi alla pari.  I nemici, invece di attendere che gli ufficiali sabaudi  prendessero l’iniziativa, attaccarono risolutamente, cogliendo i nostri impreparati e in crisi di movimento.

All’inizio, lo Stato Maggiore pensò che si trattasse di qualche «scontro locale», immaginato per saggiare le forze avversarie e, quando si resero conto che gli uomini di Vienna stavano facendo sul serio, era troppo tardi.

Il  re, con i suoi ufficiali d’ordinanza, andò a  ispezionare il campo di battaglia. Altrettanto - ma separatamente - fece La Marmora con i suoi uomini.  Vittorio Emanuele, girovagando  di qua  e là,  oltre il Mincio, si trovò a un tiro di schioppo dai contingenti austriaci con il rischio di finire prigioniero.

Ordini e contrordini per tentare  di raddrizzare la baracca aumentarono una confusione già abbastanza pronunciata.  L’unico  che non perse la testa fu il generale Giuseppe Covone  che tenne testa ai  nemici  ai al punto che,  da solo, avrebbe potuto  volgere lo scontro a nostro favore.  Chiese rinforzi che non gli mandarono e, alla fine, senza munizioni sufficienti, dovette rinunciare a continuare il combattimento e ordinò il ripiegamento.  Una possibile vittoria si trasformò in una ritirata,  a  tratti tumultuosa.

Non avevano accettato  « l’umiliazione»  del regalo dell’Austria, attraverso la Francia, perché era meglio morire in battaglia.  Morirono in battaglia - i soldati, naturalmente perché gli ufficiali si tennero, come sempre, in disparte - e raccattarono anche una  figuraccia difficilmente ripetibile.

Anche il disastro di Lissa fu dovuto alla ostilità tra i vertici della Marina, il cui capo Persano,  neppure sapeva nuotare

Forse si poteva recuperare l’onore delle armi con un successo per mare.  L’ ammiraglio Carlo Pellion di Persano era il numero uno della Marina ma non sapeva nuotare.  Quando, usciva in missione, si faceva affiancare da  due robusti marinai che avevano il compito tenerlo a galla, in caso di incidente.

A  LlSSA  SENZA  PIANI

Il  giorno della battaglia di Lissa, non c’era un vero e proprio piano di battaglia. Del resto, anche qui, il secondo in comando, l’ammiraglio Giovanni Battista Albini, disprezzava il suo  superiore e gli disobbediva apertamente.  Il numero tre,  Giovanni Vacca,  aveva trovato il modo di urtarsi con entrambi e quindi si sentiva  autorizzato a non rispettare  gli ordini  ne dell’uno  ne  dell'altro.

Ci si mosse a tentoni, immaginando un’azione dimostrativa  con la speranza che il nemico si spaventasse per l’esibizione di forza e non accettasse  il combattimento.  Invece la  flotta di Vienna uscì allo scoperto,  manovrò con perizia e cannoneggiò il naviglio italiano senza lasciargli scampo.  A ogni esplosione austriaca che andava a segno, si sentivano i cori dei marinai che urlavano: «San Marco».

Oltre la retorica risorgimentale, sia chiaro che veneziani, triestini e istriani servivano l’imperatore  Francesco Giuseppe ed erano fieri di farlo.  Quando la battaglia si esaurì il comandante nemico Wilhelm von Tagethoff  firmò un  bollettino di vittoria irridente.  «Uomini di ferro - scrisse - su navi di legno hanno avuto ragione di teste di legno su navi di ferro».

La Prussia, però, vinse a Sadowa.  La vittoria fu completa e definitiva.  I contingenti austriaci non erano più in grado di continuare lo scontro. L’imperatore fu costretto ad accettare la pace e le condizioni che ne seguivano.

Per quel che ci riguarda, Vienna dispose che il Veneto venisse attribuito a Napoleone  III  il quale ne fece dono a Vittorio Emanuele II.  Ne più ne meno la proposta inoltrata la vigilia della dichiarazione di guerra.

Un’altra sconfitta consenti di aggiungere un’altro pezzo d’Italia.   Mancava Roma ma, per accaparrarsi anche quella, occorreva aspettare che cadesse in disgrazia l'imperatore francese, padrino dell’unità d’Italia e grande benefattore di  casa Savoia.  Per pugnalarlo alle spalle, occorreva attendere che un rovescio politico lo indebolisse al punto da renderlo vulnerabile.

(14 - Continua)


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di mercoledì  4 novembre  2009,  pag. 12- 13 -14.

domenica 1 novembre 2009

Brigantaggio una guerra sporca nata dal giogo dei Savoia sul sud









RISORGIMENTO.  L’ALTRA VERITA'

Dopo la cacciata dei Borboni dalle Due Sicilie, il nuovo Governo piemontese riuscì a rendersi cosi impopolare da scatenare un’insurrezione di popolo in piena regola: si formarono 400 bande agguerrite, con oltre 80mila  combattenti e almeno altrettanti impiegati nei “servizi ausiliari

I nuovi dominatori colpirono i patrimoni delle famiglie con sistematica rapacità per ricavare denaro ovunque. Qualche volta trascurarono  i potenti, specialmente se erano amici politici, ma non rinunciarono a guadagnare sulle  piccole proprietà e  si accanirono sulle minuscole


Quando sembrava che, la guerra del Risorgimento fosse finita ne cominciò un’altra che mise a dura prova l’esercito della nuova Italia.

Da Calatafimi al Volturno  le battaglie non erano state granché, soprattutto perché gli ufficiali borbonici ordinavano di ritirarsi quando sarebbe stato il momento di attaccare. Ma quando tutti pensavano a riporre le armi per gestire gli affari con più tranquillità, le campagne cominciarono a rivoltarsi.  Cafoni e contadini inneggiavano al re “Franceschiello” ma, in realtà, si dichiaravano per il passato regime soltanto per sottolineare che con il nuovo non volevano avere niente a che vedere.

UNO SCONTRO SENZA TREGUA

Lo scontro tra soldati regolari dell’esercito italiano e guerriglieri meridionali fu senza esclusione di colpi e senza tentennamenti. In dieci anni (dalla proclamazione del Regno d’Italia alla conquista di Roma del 1870) i morti si accatastarono a migliaia e le nefandezze - senza distinzione  fra regolari e partigiani - furono di tale portata da far rabbrividire.

«Cari sudditi, non vi  lasceranno neanche gli occhi per piangere».
Francesco II, in un anelito di compassione, l’aveva scritto al momento di lasciare il suo regno. Era una previsione quasi ovvia. Qualcuno era già piegato sotto il tallone del conquistatore.  Dopo la guerra “ufficiale” - si fa per dire - con scontri  “regolari” tra borbonici e garibaldini, ne era cominciata un’altra più nascosta, ma violenta e senza esclusione di colpi.

Nelle campagne, sulle montagne, attorno alle città, la gente si ribellava ai nuovi padroni. Li avevano sentiti, quando si presentavano come i campioni della libertà, proponevano la fine delle ingiustizie e quando promettevano di dividere i feudi per assegnare un pezzetto di orto ai contadini.  Ma poi, ancora provvisoriamente insediati, si accorsero che imponevano incomprensibili ordinamenti, che applicavano leggi importate direttamente da Torino e, soprattutto, che promuovevano una quantità di nuove tasse.

IL PREZZO DELLA CONQUISTA

Il prezzo della guerra che il nord aveva unilateralmente dichiarato bisognava pur pagarlo e il conto toccava per intero al sud.  Senza curarsi di quel  “comune sentire” cui attribuivano - sembrava - enorme importanza, fin tanto che si trattava di chiacchiere.  Senza nemmeno provare a realizzare  quel buon governo per il quale avevano speso tanti proclami.

I “nordisti” introdussero per  esempio la tassa di successione: «Così i pupilli perdono ciò che il genitore, con sacrificio e privazioni, aveva creato per il loro decoro»

Colpirono i patrimoni  delle famiglie con sistematica rapacità  per ricavare denaro ovunque. Qualche volta trascurarono i potenti, specialmente se amici, ma non rinunciarono a guadagnare sulle piccole proprietà e si accanirono sulle minuscole.

Introdussero, per esempio, l’imposta sulla successione che, di per se, è un’assurdità. Perché pagare per conservare ciò che è già tuo?
Un padre muore  e la  tenera famiglia resta. Ma un ricevitore, con il feretro ancora caldo, si presenta imperterrito, rovista la casa, penetra i segreti, fa l’inventario, somma il valore dell’eredità, calcola il diritto del fisco ch’egli rappresenta e i lacrimanti figli con la derelitta vedova pagano una somma gravissima.  E i pupilli perdono ciò che il genitore, con sacrificio e privazioni, aveva creato per il loro decoro.  Lo scrisse un nordista con accenti che parrebbero compassionevoli: il conte Alessandro Bianco de Jurioz.

Peccato che la sua riflessione sia maturata troppo in là negli armi, nel 1876, al momento in cui tutto era irrimediabilmente finito, e il Sud era già diventato “la questione meridionale”.  Prima, quando faceva par te del corpo dello Stato Maggiore dell’esercito, con qualche possibilità di farsi sentire e mitigare - se non proprio correggere - quegli atteggiamenti repressivi, lasciò che la burocrazia facesse il suo corso.

Si domandava Bianco de Jurioz:  «Perche quella famiglia, rovinata negli affètti e depredata nel patrimonio, avrebbe dovuto essere grata al Savoia che aveva scacciato il Borbone?».

Già...perché?  E, infatti, quelle famiglie - altro che grate - consideravano il nuovo regime come un pericolo da cui difendersi.

In fondo, la questione “tassa - di - successione- sì o tassa – di - successione - no” che ha infiammato il dibattito politico di queste ultime legislature - dal 1995 ai giorni nostri - con Berlusconi che ha tolto l’imposta e Prodi che ce l’ha rimessa con la conseguenza che Berlusconi l’ha rilevata, affonda le sue radici nelle disposizioni prese in seguito alla conquista del Sud.

PIEMONTESI CRUDELI E INEFFICIENTI

Dal 1861, le leggi erano orrende ma diventavano atroci per colpa di coloro che le applicavano. I liberatori si rivelarono, al tempo stesso, avidi e insensibili, crudeli e incapaci.

Secondo Dennis Mack Smith, i politicanti del Nord non avevano che da ringraziare se stessi per l’impopolarità che ben presto si guadagnarono.
Lacaita, dalle Puglie scrisse al Presidente del Consiglio Cavour per informarlo che «i fautori dell’Unità d’Italia e del partito dell’annessione erano in netta minoranza».  E, ancora Mack Smith: «L’incursione del Nord  sembrava una nuova invasione   barbarica e l’avversione al Piemonte ricordava l’antipatia  cui molti tedeschi del Sud guardavano ai Prussiani del Nord».

La nuova classe politica non aveva nessuna esperienza amministrativa e nessuna conoscenza del Meridione per cui i meriti patriottici - spesso presunti - furono considerati sostitutivi dell’abilità nella gestione delle questioni burocratiche.  Parola di  Pasquale Villari:  «Le varie oligarchie regionali furono sostituite da famiglie rivali che erano state più rapide a cambiar casacca. Questo spiega perché insieme a una quantità di avventurieri e disonesti, un numero spaventoso di imbecilli abbia invaso le nuove province del Regno».

Dopo l’attacco di Garibaldi alle difese belliche  di Francesco II  ci fu un secondo assalto della democrazia  piemontese  agli  uffici pubblici.  Gli invasori occuparono tutto quello che materialmente era possibile occupare, confiscarono lo Stato e poi lo trattennero come se fosse diventato “cosa loro”.  Un volonteroso capitano di Torino diventò un generale pedante a Reggio Calabria. Un discreto maestro settentrionale si trasformò in un pessimo direttore didattico in una circoscrizione del Sud.  Un giudice coscienzioso della capitale sabauda si trasformò in un arrogante procuratore di una regione  meridionale.  Il capo sezione divenne capo ripartizione e il capo divisione diventò prefetto.

PROMOZIONI POLITICHE

Ferrari, colonnello di Stato Maggiore,  era cuciniere del duca di Modena.  Il generale Pietro Fumel  era un doganiere.  Il colonnello Cattabena aveva fatto fortuna come tenutario di una casa da gioco.  E un cassiere della spedizione dei Mille.  Agostino Bertani da sottufficiale addetto ai  servizi  sanità, si ritrovo colonnello: quando doveva  lavorare  per vivere chiedeva  il compenso di una lira e mezza per ogni visita medica ma, un anno dopo, era nelle condizioni di vivere di rendita con una fortuna stimata in 14 milioni di lire.

Ognuno venne sbalzato dalla piccola barca del tranquillo e ordinato Piemonte sulla grande nave Italia che, per di più, si trovava a manovrare in cattive acque.

Il Piemonte peggiorò se stesso e trascinò nel baratro l’Italia. 

La legge della prevalenza dello stupido trovò   un’occasione per essere applicata su larga scala.

Coinvolgere nel Governo i “terroni”? Erano considerati persone con due facce, inaffidabili, con una coscienza approssimativa e con nostalgie borboniche appena chetate, ma sempre pronte a risvegliarsi.

In Piemonte erano tutti “nuovi” e raccomandabili per cui ogni incarico venne distribuito fra Torino e dintorni.

Il duca di Maddaloni,  nel  1861; si lamentò con passione. «Ai mercanti piemontesi si danno le forniture  più lucrose.  I  burocrati del Nord occupano quasi tutti i posti pubblici, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani.  A fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali, oltraggiosamente, pagansi il doppio dei napoletani. A facchini di dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini dal Piemonte e donne piemontesi si prendono a nutrici all’ospizio quasi che neppure il latte di questo popolo sia salutevole. È unione questa?».

SEMPRE PIÙ POVERI

Degli invasori, i nuovi padroni ebbero gli atteggiamenti, la iattanza, il disprezzo e la supponenza. I ricchi furono nelle condizioni di aumentare le loro ricchezze e i poveri - se possibile - si ritrovarono più poveri.

La grande speranza stava partorendo il topolino.  Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa insinuava come fosse stata immaginata una grande rivoluzione «per lasciare tutto come prima». In realtà: peggio di prima.

«Questo popolo del Sud, nel 1859, era vestito, calzato, industre, con riserve economieche».  La penna del conte de Jurioz non era affatto indulgente nei confronti dei meridionali che considerava «nati in Italia ma appartenenti alle tribù dell’Africa come i Noveri, i Dinkas o ai Malesi di Pulo-Penango»  Per questo, le sue osservazioni hanno maggiore valore. «Il contadino possedeva una moneta: comprava e vendeva animali, corrispondeva gli affitti, alimentava la famiglia, viveva contento del proprio stato materiale». Dati alla mano. «Le civaie (leguminose) furono trovate al prezzo di 2.80 ma nel 1863 erano già salite a 5.20. La carne di bue vendevasi a 15 grana il rotolo e nel 1863 a grana 36. Una  gallina salì da 20 a 55 grana».

IL Governo appena instaurato non si curò dell’economia, non promosse l’industria, non favorì l’agricoltura e non procurò lavoro.  Per l’immediato dispose lo stato d’assedio per assicurarsi obbedienza sollecita.  Ed era bene che la felicità fosse anche esteticamente visibile.  Occorreva celebrare messa per il nuovo Re, cantargli il Te Deum e tributargli onori e riconoscimenti.

Per chi si opponeva: la galera...e chi protestava più vivacemente (o, soltanto, sembrava averne voglia) finiva direttamente davanti al plotone d'esecuzione.

ESECUZIONI ARBITRARIE

Non c’era il tempo per sottilizzare. Le condanne  potevano essere decretate ed eseguite anche solo perché il comandante, quella mattina, era di cattivo umore.  L’arbitrio governativo era diventato una regola neanche si trattasse di governare quelle regioni con il criterio dei satrapi orientali. Per le bizze di alcuni funzionari, talvolta meschini, venivano arrestate madri, mogli, sorelle di ogni presunto responsabile di qualche reato «e su di  esse si sfrenava la libidine».

Il capitano medico Antonio Rastelli  bruciò con un ferro rovente un sordomuto di vent’anni, Antonio Cappello, perché credeva che facesse finta di non sentire.  Ripeté la tortura 154 volte, come testimoniarono altrettante bruciature sul corpo di quel poveretto. I familiari protestarono e fecero ricorso al tribunale ma non ci furono conseguenze perché il giudice sentenziò che l’ufficiale aveva agito in buona fede. L’anno dopo, venne insignito della croce di san Maurizio e Lazzaro. La gente si nascose nei boschi  e si difese cori le armi.  Scelsero la macchia alcuni vecchi garibaldini che avevano tifato sinceramente per l’Italia dei Savoia ma che dovettero verificare quanta distanza corresse fra le aspirazioni ideali e il risultato pratico.  Li seguirono alcune migliaia  di reduci dell’esercito borbonico  che si trovarono senza lavoro.  Si diedero alla guerriglia alcuni nobili legittimisti che vagheggiavano il  ritorno di Francesco II.  E poi: contrabbandieri, furfanti, autentici criminali, gente in cerca di avventure, farabutti che, in qualunque tempo e con qualunque regime, avrebbero sparato per uccidere e ucciso per rapinare.

Alcuni erano di poche parole, altri invece erano capaci di improvvisare discorsi anche trascinanti. Qualcuno era vanitoso e cercava i giornalisti stranieri perché pubblicassero dei reportage su di lui. Qualcun altro viveva più defilato e non sopportava nemmeno di essere guardato con troppa insistenza.

In quell’accozzaglia di gente male in arnese, si trovarono i fanfaroni, e i romantici, gli ambiziosi che vestivano come ufficiali di immaginari eserciti e i pittoreschi, che portavano cappelli grondanti nastri e piazzi.

GLI  IDEALISTI E  I  RUBAGALLINE

C’erano gli idealisti e i rubagalline, coloro che - come Domenico Triburzi - davano un senso cavalleresco alla battaglia e rispettavano i nemici o altri come Gaetano Colletta Mammone, che al contrario, inventavano sadiche torture per spaventarli.

Ebbero un momento di fama Giosafatte Tallarico nelle Puglie, Pietro Corea nella zona di Catanzaro e Gioria La Gala nella provincia di Avellino.  A Potenza dominava “il generalissimo” Carmine Donatelli Crocco e il suo gregario Giuseppe Nicola Summa  “Ninco-Nanco”.

La gente conosceva i briganti attraverso i nomignoli  che si erano dati: Diavolicchio, Caprariello, Pelorosso, Cavalcante, Coppolone. Addirittura: Cappuccino, Chiavone e Culopizzuto.  Arrotolata sulla  pancia portavano un’ampia cinta di stoffa, zeppa di pistole e coltellcci,  come i Pancho Villa che si sono visti nei  film delle rivoluzioni messicane

Allora il conte di Cavour  sentenziò: «Lo scopo è chiaro: imporre l’unità con la forza fisica, ove non bastasse la forza morale»

Tutti  erano religiosi fino alla superstizione. Tenevano sul petto l’immagine del loro santo che doveva risparmiarli dalle  schioppettate e, agIi incroci delle strade di campagna, si fermavano a baciare i piedi di tutte le statue di Cristo in croce che incontravano.  Invece di comprendere le ragioni del malcontento, i padroni del tricolore inasprirono le sanzioni  e la repressione diventò violenta con la “legge Pica” che poteva essere considerata una  specie di licenza di uccidere.

Il conte di Cavour,  dall’alto del suo seggio di Torino, indicò procedure e obiettivo. «Lo scopo è chiaro: imporre l’unità d’Italia alla parte più corrotta. Sui mezzi non vi è  gran dubbiezza: la forza morale e, se questa non bastasse, la fisica».  Della forza morale non fu possibile scorgere traccia. Le baionette, invece, si rivelarono appuntite e affilate a misura.

L’ ARTE DEL BOIA

De  Sivo commentò: «Cominciava l’arte del boia».  I piemontesi instaurarono il codice militare di guerra con corti marziali  e fucilazioni non soltanto con chi “utilizzava” le armi contro i militari dei Savoia.  La legge consenti punizioni esemplari anche nei confronti di coloro che genericamente “venivano sorpresi” con un’arma di qualsiasi genere.  Significava che ogni contadino poteva essere ammazzato perché ognuno di  loro possedeva un  fucile “a trombone” per difendersi dalle fiere e almeno un’accetta per tagliare la legna da ardere.

Il generale Pinelli estese la pena di morte   «a  chi avesse  con parole o con denaro o con altri mezzi, eccitato i villici a insorgere» nonché a «coloro che  con parole o atti, insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la bandiera nazionale».
Inventarono le  figure dei  “pentiti”  che  accettavano di  abbandonare la banda di cui  avevano fatto parte collaborando con le autorità per sgominare i vecchi compari.  Nei loro confronti - era stabilito -  sarebbero state applicate con manica larga tutte le attenuanti possibili e immaginabili, in modo da evitare loro il carcere.  Coloro che mettevano l’esercito in condizione di acchiappare qualche brigante sarebbero  stati  ricompensati con premi in denaro.

Anche il poeta Dragonetti,  patriota della prima  ora   e quindi non sospetto di nostalgia  non volle sottrarsi a un commento critico. «Con la legge Pica  le vendette non ebbero migliore opportunità di libero sfogo». Bastava poco per finire nella lista dei proscritti e candidarsi al plotone d’esecuzione. Rischioso avere un credito nei confronti di persone con il pelo sullo stomaco; pericoloso essere il  marito di una donna troppo bella e appetita da chi non si faceva scrupolo.  Una lettera  anonima e i gendarmi che correvano per arrestarli cancellavano il debito e il rivale in amore.

La rudezza disumana  dei conquistatori finì per accrescere il senso di ostilità delle popolazioni locali.  Di conseguenza, aumentò la durezza della repressione. II numero  degli sbandati crebbe proporzionalmente agli abusi.

I NUMERI DEI RESISTENTI

I fuorilegge  riuscirono a costruire 400 bande agguerrite.  Con calcolo meticoloso, Tarquinio Maiorino  ha potuto stabilire che arrivarono a contare 80.702 combattenti.

Almeno altrettanti coloro che facevano parte dei cosiddetti servizi ausiliari: infermieri, informatori, porta ordini, vivandieri, conviventi, familiari e amanti.  I briganti godevano di solidarietà diffusa fra la gente e, quando entravano nei paesi, era festa grande.

Risultò che, da settembre 1860 ad agosto 1861,   vi furono 8.968  fucilati, 10.604 feriti e 6.112 prigionieri. Le case distrutte furono 918

Molti vennero uccisi.  Dalle zone di guerriglia pochi riuscirono ad arrivare al carcere.  La stragrande maggioranza veniva sterminata sul posto senza troppi complimenti.  Quanti?  Michele Topa cita i giornali stranieri che, in quegli stessi anni, tentarono un bilancio di questa guerra nascosta, non dichiarata eppure sanguinosissima.   Risultò  che, dal settembre 1860 all’agosto 1861, poco meno di un anno solare, vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti e 6.112 prigionieri.  Vennero uccisi 64 sacerdoti e 22 frati,  60 giovani sotto i 12 anni e 50 donne.  Le case distrutte furono 918, molti i paesi cancellati dalla carta geografica.

UNA MARZABOTTO DELL’OTTOCENTO

Per esempio, con il ferro e con il fuoco distrussero Pontelandolfo e Casalduni.  Nei ranghi dei reparti che si lanciarono all’assalto  insieme ad altri  900 soldati, c’era anche un bersagliere di Delebio Valtellina, Carlo Margolfi che confidò al suo diario emozioni e ricordi.  Il  4 agosto 1861, fu mandato a sedare i disordini esplosi nella provincia di Benevento. I ribelli filo borbonici Cosimo Giordano e Donato Scurignano  si erano imbattuti in un distaccamento di fanti in marcia e li avevano sterminati.  I cadaveri erano stati straziati, pezzi di corpi martoriati erano stati trascinati per la campagna, teste mozzate erano finite sulle picche e portate in giro in una macabra processione. L’aver calpestato le croci sabaude  e innalzato le bandiere gigliate era il minimo.  Lo Stato Maggiore non poteva lasciare correre e pretese una punizione esemplare.

«Riceviamo l’ordine di entrare  in Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi e incendiarlo.   Difatti un po’ prima di arrivare al paese, incontrammo i briganti che attaccammo e  che, in breve, facemmo correre davanti a noi».  I comandanti, invece di inseguire le bande armate, preferirono sfogare la rabbia contro chi era rimasto chiuso in casa sua: dunque rinunciarono a punire i colpevoli e se la presero con chi, certamente, non aveva responsabilità.
«Entrammo nel paese e subito cominciammo a fucilare i preti e gli uomini. Indi il soldato saccheggiava.  E, infine, abbiamo dato incendio».

Fu una specie di Marzabotto dell’Ottocento.

Il  diario di Carlo Margolfi lascia intendere che i soldati eseguirono l’ordine senza entusiasmo. «Quale desolazione!  Non si poteva stare lì intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli che, per sorte, avevano da morire abbrustoliti sotto le rovine delle loro case. Noi, invece, durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, conigli, vino, formaggi e pane».

Forse esagerano gli storici che,  leggendo il Risorgimento  in chiave borbonica, sostengono che il Meridione pagò l’unità d’Italia con 700mila vittime.  E probabilmente è un impeto di polemica quello che porta Antonio Ciano a ipotizzare un milioni di morti.  Ma, certo la parola “massacro” non è  ne gratuita ne esagerata.

Di questo bagno di sangue il Nord Europa non volle sapere.  Napoleone III  informato evidentemente per sommi capi di quanto stava accadendo, commentò:  «Nemmeno i Borbone potevano fare peggio».  Ma, forse per evitare complicazioni diplomatiche, non ritenne di intervenire.

Il deputato Mancini, dovendone discutere in Parlamento, se la cavò con un tartufesco: «Preferisco non fare rilevazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire». Dichiarazione, nel contempo, seria e ipocrita perché conteneva gli estremi di  una denuncia  anche grave e,  tuttavia, inutile perché senza riferimenti specifici non poteva produrre alcun risultato.   Anche allora - guarda un po’ come le questioni sono sempre le stesse - si trattava di fare bella figura in Europa!

UNA FEROCE DITTATURA

Dieci anni di scontri vennero nascosti o minimizzati all’opinione pubblica.  I giornali erano pochi, compiacenti con il Governo e, contemporaneamente, disinteressati di quanto accadeva dal Tevere in giù.

Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista italiano, non ebbe difficoltà a dichiarare che «lo Stato italiano fu  una feroce dittatura per l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori sardi tentarono di infamare con il marchio dei briganti».  Gramsci era cresciuto ad Ales, in Sardegna ma la sua famiglia era meridionale. Il padre, Giuseppe  era nato a Gaeta nel 1860. Proprio durante l’assedio alla fortezza e il nonno, Gennaro, che poteva fregiarsi del titolo di “don” era stato capitano della gendarmeria  borbonica.  Generali, Governo e Parlamento non dettero conto dei morti ammazzati fra gli avversari ma si preoccuparono anche di  non far sapere chi, fra i regolari, ci aveva lasciato la pelle. Certamente non pochi.  Ma non è possibile stabilire quanti “piemontesi” furono uccisi perché nell’esercito, in  quegli anni, proprio per mascherare l’evidenza, si ricorse alla formula generica di  “deceduto  per ragioni di servizio”

Nessuna differenza nel modo di combattere. Insieme praticarono una violenza sfrenata, gareggiando in ferocia. Imboscate, agguati, tradimenti, cadaveri ammucchiati nei cortili. Vigliaccheria ed eroismo, duelli e massacri, violenza e crudeltà.  I banditi con il vantaggio di conoscere i luoghi e la possibilità di scegliere quando attaccare. I soldati con una migliore organizzazione e con retrovie che assicuravano rifornimenti rapidi.

Soltanto alla fine, quando i vincitori scrissero la loro storia, si seppe da quale parte stavano i buoni e i giusti e da quale parte gli infami e i cattivi.  Nel Meridione d’Italia i briganti persero e restarono briganti, mentre gli ufficiali dell’esercito ebbero l’opportunità di mostrare il  petto coperto di medaglie al valore.

I partigiani del Borbone, insieme a quelli che li aiutavano o che, semplicemente, non erano palesemente ostili, furono fatti a pezzi come non avrebbero osato nemmeno le truppe di occupazione più inumane. Li impiccarono  e lasciarono i loro corpi a penzolare dai pennoni. Portarono in giro i cadaveri per paesi e contrade.  Obbligando la gente a vedere con i propri occhi come venivano trattati i nemici dei Savoia. Alcuni furono inchiodati ai portali dei palazzi.  Ad altri mozzarono la testa che riposero in una cassettina, come quelle che si usavano per ricoverare gli uccellini, per mostrarla in giro ed esibirla come trofeo.

Le canzoni  popolari e i racconti dei bis-bisnonni registrarono ignomie e crudeltà orripilanti.
C’è più verità in una ballata di cantastorie che in una quantità di capitoli di storia compiacente.

(13 - Continua)



Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di sabato   31 ottobre  2009,  pag. 14- 15 -16.