mercoledì 9 dicembre 2015

STORIA VENETA – 119 : 1648 - INIZIA L'AGONIA DI CANDIA SOTTO ASSEDIO. TUTTI A DIFENDERE LA CITTA'!




Dal testo di Francesco Zanotto


"Stava il Mocenigo da un lato disponendo gli ordini per una novella difesa ... quando un ufficiale veduta per il fuoco accennato, senza guardie la breccia, corse al Mocenigo, recando avviso essere la piazza perduta, ondè dovesse salvarsi sopra la nave Reale ancorata nel porto. Ma egli sgridandolo, e percotendolo colla propria canna, per sì vile consiglio, esclamò di voler perire a prò della patria; e sfoderato lo stocco si fece portar sulle braccia de' suoi, non potendo egli muoversi per la grave mole del corpo, per la vecchiezza sua, e per l'infermità che affliggevalo, fino al combattuto bastione, dove più era folta la moltitudine dei nemici ... ".


ANNO 1648


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


I Turchi dopo lo sbarco nell'isola giungono a porre l'assedio anche alla capitale, Candia. Il comandante Luigi Mocenigo esce allo scoperto seppur infermo ...


LA SCHEDA STORICA  - 119


Nel 1647 intanto, era iniziato il lunghissimo assedio di Candia da parte dei turchi.
Questi avevano già conquistato due dei quattro centri strategici e fortificati dell'isola. Dei due che restavano in mano veneziana, tuttavia, Suda era di fatto bloccata e isolata dal mare da almeno un anno. Solo la conquista della capitale Candia, avrebbe significato la fine definitiva della colonia veneziana.
La città nella sua prima estate d'assedio, era stata colpita dalla peste mentre il morbo, trattenuto dentro le mura non aveva minimamente intaccato i soldati turchi accampati all'esterno.
I suoi abitanti, circa 10-12.000 anime, non di più, si preparavano in quelle condizioni a resistere anche se la vera e concreta resistenza la oppose comunque quasi sempre la flotta veneziana con il suo esercito.
Per i primi anni poi, nessuna potenza straniera mosse un dito per soccorrere l'agonizzante città assediata e anche se qualche rinforzo straniero venne diretto nell'Egeo, il suo intervento si dimostrava alla fine ininfluente sulle sorti dell'assedio se non addirittura controproducente o dannoso.
Il  governo ducale, intanto, nel 1648, aveva assegnato a Luigi Leonardo Mocenigo il delicato e complesso incarico di supremo comandante delle Armi di Candia con in più il titolo di Capitano Generale.
Come prima cosa il Mocenigo giunto a Candia, vi fece riparare le numerose brecce aperte in più di un anno di assedio dai cannoni turchi. Tutta la città, anzi, venne maggiormente attrezzata e fortificata con barriere, fossati, trincee di ogni tipo.


Candia era ben difesa e munita ma cosa poteva contro la marea dei turchi?


 A guardia della cinta muraria fortificata e dei possenti bastioni, 6000 uomini mentre 1500 controllavano la  Piazza centrale d'Armi. I restanti dovevano invece essere pronti ad intervenire di rincalzo. Il  forte di S. Dimitri, cittadella fortificata nella città, venne consegnato in comando a Girolamo Battaglia. Tutto insomma era predisposto per ricevere un nuovo attacco nemico che, puntuale, infatti arrivò.
 Il comandante turco Cussein occupava con il suo accampamento una vasta area quasi a ridosso delle mura di Candia. Da lì, partì l'attacco dei suoi uomini, che in breve raggiunsero il fossato, costringendo a quel punto i veneziani ad un furioso corpo a corpo. L'estremo sacrificio di molti difensori impedì comunque al nemico di penetrare all'interno delle mura. Per niente rassegnato, il comandante turco ordinò successivamente altri assalti, tutti però destinati ad aver uguale esito.


Il forte Martinengo, bastione conteso fino all'ultimo istante, quando il Mocenigo ribalta la situazione ...


Uno solo degli scontri combattuti in quei fatidici giorni del 1648 sotto le mura di Candia, restò incerto fino all'ultimo, quello per la difesa del forte Martinengo.
Questo forte, sin dalle prime cannonate turche era stato quasi del tutto distrutto, ma la sua posizione e la sua importanza ne facevano un ambito obbiettivo e un importante avamposto da difendere per i veneziani.
Inizialmente i turchi ebbero la meglio riuscendo a conquistarne vasti settori per venire nuovamente ricacciati poco dopo. Il calare della sera, poi, provvide a far cessare del tutto i combattimenti. Che ripresero solo pochi giorni appresso sempre per ordine di Cussein.
Nel bel mezzo del corpo a corpo, si avvertì improvvisa ed imprevista una spaventosa esplosione. I barili di polvere da sparo custoditi nei sotterranei del forte, avevano preso fuoco ed erano esplosi aprendo una larga breccia nelle mura.
Dopo  i primi istanti di sorpresa e di sbigottimento, il panico assalì i veneziani alla vista dell'enorme passaggio apertosi con l'esplosione. Un ufficiale della Serenissima, a quel punto, non trovò di meglio che precipitarsi di corsa da Leonardo Mocenigo affinché si affrettasse a lasciare l'isola imbarcandosi al più presto sulla nave ammiraglia dal momento che ben presto la città sarebbe caduta in mano nemica.
A quelle parole, il Mocenigo, si narra, reagì con rabbia e indignazione dal momento che mai avrebbe abbandonato Candia senza prima tentare l'impossibile per conservarla.
Si fece così portare dai suoi uomini fino al bastione conteso, dal momento che un pò per l'età un pò per la sua eccessiva mole fisica le sue gambe a stento lo avrebbero retto. Una volta raggiunto il luogo, le milizie e la popolazione terrorizzate ripresero coraggio e speranza e, seguendo i suoi utili e saggi consigli, riuscirono alla fine a ribaltare una situazione che sembrava ormai persa irrimediabilmente. Il  I° ottobre del 1648 Cussein fu costretto ad abbandonare l'impresa. Il  comandante turco aveva perso molti dei suoi migliori combattenti in un inutile ed ostinato assedio.
Grazie al carisma ma soprattutto all'abilità di comando del Mocenigo, Candia almeno per il momento poteva tirare un sospiro di sollievo. La resistenza continuava all'ombra del Leone ...


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI


martedì 8 dicembre 2015

STORIA VENETA – 118: 1648 - IL TURCO SI ARRENDE . SI RICONQUISTANO ANCHE ALCUNE CITTA'


Dal testo di Francesco Zanotto


"Usciti i Turchi da Clissa, il dì ultimo marzo dell'anno 1648, passarono tra le fila delle milizie venete armate; ed occupata poscia la piazza dal Foscolo, abbattuta la Luna, vi piantò il Leone di S. Marco, e volta la moschea ad uso di cattolica chiesa, calpestate le turche insegne, che di tappeto servirono alle ginocchia de' vincitori, resero al Dio delle vittorie dovute grazie. Fu data poscia Clissa a reggere al generale Francesco Valiero, fino a che giunse Marco Bembo, eletto provveditore dal Senato, ed il colonnello Andrea Breton, a cui fu dato il governo dell' armi della piazza conquistata."


ANNO 1648


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Venezia, ripresa la guerra con il Turco per il possesso dell'isola di Candia, si muove anche su altri fronti come quello dalmata e istriano. Qui le sorprese non mancano di certo!


LA SCHEDA STORICA  - 118


 Nel 1646, quando le spoglie mortali del giovane e temerario comandante veneziano Tomaso Morosini facevano ritorno in patria, la guerra coi turchi per il mantenimento dell'isola di Candia era solo all'inizio.
Nessuno allora poteva immaginare che il confronto-scontro tra Venezia e l'Impero ottomano nelle acque della preziosa isola, sarebbe durato infatti ancora vent'anni. Vent'anni durante i quali si alternarono momenti di calma a furiose battaglie spesso preparate o accompagnate da una miriade di episodi e di azioni coraggiose volte a "disturbare" il più possibile la presenza dei turchi nell'Egeo. E non solo lì.
 Cercando di evitare, dove era possibile, lo scontro navale diretto con la flotta nemica, la Serenissima s'impegnò costantemente in una strettissima azione di pattugliamento delle acque candiote impedendo ogni possibilità di sbarco ai turchi.
Questi del resto non avevano in fondo nessuna particolare fretta di completare la conquista dell'isola dal momento che ormai per ben altre rotte transitava il grosso del traffico commerciale nel Mediterraneo Orientale e l'isola non costituiva più da tempo un passaggio obbligato per le navi. Creta più che una questione strategica era diventata ormai una questione di prestigio, una sfida fra Occidente ed Oriente.
Per tutti questi motivi lo scontro finale venne rimandato dalle due parti per ben vent'anni, periodo durante il quale i migliori uomini e comandanti veneziani non persero occasione per distinguersi in qualche significativa azione di disturbo.
Va detto che sin dalla riapertura delle ostilità con i turchi, il governo ducale aveva provveduto a rinforzare la presenza veneziana anche sulla terraferma, in Dalmazia e lungo le sue coste, dove ancora resistevano numerosi possedimenti, in continuo pericolo di finire schiacciati dalla pressione militare dei turchi dell'entroterra bosniaco.


La guerra si sposta anche in Dalmazia


Proprio quest'area divenne tre il 1645 e il 1648 lo scenario di una clamorosa azione veneziana ai danni dei turchi, una delle tante che si verificarono in quegli anni.
Il protagonista fu il generale veneziano Leonardo Foscolo che nel corso di quel triennio s'impegnò instancabilmente con la sua flotta a contrastare il nemico nella sua ulteriore avanzata verso la costa dalmata. I suoi movimenti tattici rispondevano in realtà ad un ben preciso disegno strategico del governo veneziano che puntava a diversificare il fronte anti-turco pur nella consapevolezza di correre gravi rischi di collasso militare in qualche area della costa. Ma intanto la strategia dava i suoi positivi frutti e poi non c'era solo Creta da difendere!
 E così nel 1648 il comandante Foscolo riuscì a conquistare, incredibilmente, la città fortificata di Clissa, l'attuale Klis, a sud-est di Spalato.
Inerpicata su di uno sperone roccioso la cittadina era caduta in mano turca circa cinquant'anni prima. Si presentava come un'inaccessibile rocca fortificata da ben tre cinta di mura e quindi raggiungibile solo da una strada.
Il 19 marzo il Foscolo, affiancato da Girolamo Foscarini e da Luigi Cocco provveditore di Sebenico, si portò con i suoi uomini sotto le mura della città alla quale era già stato interrotto il rifornimento d'acqua. Posizionati poi i cannoni, la prima cinta muraria crollò facilmente mentre per la seconda, ci volle tutto l'impegno e lo sforzo di uomini e cannoni perchè alla fine cedesse, anche se solo al terzo assalto.
Conquistata la cerchia mediana, i veneziani si trovarono di fronte al cuore della rocca, la terza ed ultima cinta muraria. Questa era guardata da 600 soldati turchi comandati da Alì Beì Filippovich e dal nipote di quel Pascià che mezzo secolo prima aveva strappato a Venezia la città. I veneziani ebbero comunque tutto il tempo per accamparsi e piazzare otto cannoni dando inizio così a un duro cannoneggiamento delle mura che alla fine riuscì a produrre uno squarcio nel loro spessore.


Alla fine una vittoria strepitosa sui rinforzi convince i turchi assediati a Clissa a capitolare ...


Nel frattempo, il Pascià di Bosnia aveva provveduto a spedire in aiuto degli assediati 5000 soldati accampatisi poco lontano dalle postazioni veneziane. Il Pascià aveva pensato di attirare nel campo i veneziani fingendo sulle prime di cedere per poi invece, una volta circondati, stritolarli con una mossa a tenaglia. Queste le sue speranze, ma alla prova dei fatti qualcosa non funzionò nel verso giusto per il comandante turco. In poche ore, i veneziani sbaragliarono il nemico conquistando l'intero campo con tende, cavalli e munizioni. Per i turchi di Clissa era la fine, dal momento che il loro destino dipendeva in larga misura dall'efficacia di quei rinforzi.
Issata la bandiera bianca della resa, ai turchi fu comunque concesso dal generale Foscolo di abbandonare la città indisturbati ed incolumi con tutti i loro averi.  Venivano trattenute solo sei persone, esponenti altolocati in qualità di ostaggi, affinchè fossero liberati alcuni prigionieri veneziani fra i quali il Conte Capra.
Era il 31 marzo del 1648. Ammainata la mezzaluna sulla piazza di Clissa tornava a sventolare il Leone di S. Marco.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI


lunedì 7 dicembre 2015

STORIA VENETA – 117: 1647 - INIZIANO I PRIMI SCONTRI NAVALI PER CANDIA. SI COMBATTE DURAMENTE

Dal testo di Francesco Zanotto


"L'invitto Tommaso, lunghi dal timore che tale disperato cimento fosse per trarlo all'ultimo fine, giocondo anzi mostrossi, mirando alla gloria che ne verrebbe al suo nome, se per la patria, avesse in quel rischio possente cimentata la vita. Spiegò tosto il vessillo di guerra, distribuì i posti, confortò le milizie e la ciurma, e lasciò  impreterito avvicinarsi il nemico; e quando mirollo in giusta distanza, incominciò a tuonare tutti i bronzi guerrieri contro di lui, e sì che rimanendo offesa gravemente la turca flotta incominciò a retrocedere ... ".


ANNO 1647


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel 1647 il comandante veneziano Tomaso Morosini affronta vittoriosamente lo scontro con la flotta turca uscendone vittorioso. Sarà la prima di una lunga serie di fortunate battaglie ...


LA SCHEDA STORICA  -  117


Come quello di Biagio Zuliani molti furono gli atti eroici verificatisi durante la lunga guerra per la difesa di Candia da parte dei veneziani.
La Serenissima sapeva benissimo cosa avrebbe voluto dire la perdita definitiva anche di questa strategica isola, sotto il suo controllo da più di cinque secoli. Sapeva cosa avrebbe significato non solo per la propria storia, per il proprio prestigio, ma per l'intera Europa cristiana.
Nel frattempo i turchi si stavano preparando per avanzare ulteriormente nell'isola. Il capitano generale veneziano, Giovanni Cappello, già settantacinquenne, non era certo in grado di approntare una valida resistenza e, verso l'autunno, la situazione era notevolmente peggiorata, culminando il 13 novembre del 1646 nella perdita di Rettimo che si arrese dopo una breve resistenza.
La perdita di un altro importante centro fortificato, sull'immediato provocò se non altro la rimozione dell'anziano Cappello che venne anche condannato al suo rientro in patria ad un anno di carcere.
Al suo posto venne così nominato un valente ed amatissimo comandante, Battista Grimani, nomina che solo in parte contribuì ad infondere nuova fiducia e coraggio negli equipaggi militari veneziani.
Il  Grimani si portò subito con la sua flotta nell'Egeo dove il resto delle navi veneziane si era già distribuito, parte nelle acque di Creta, parte lungo tutto l'arcipelago nell'attesa dello scontro fatidico con le navi nemiche.


Attorno alle isole si accende uno scontro navale di grandi proporzioni ...


 Le prime scaramucce non si fecero attendere. Le navi del Grimani stavano pattugliando le acque di Milo quando incrociarono due vascelli nemici comandati dal Pascià e Vicerè d'Algeri Jusuf e da un rinnegato francese di nome Mammi. Lo scontro fu inevitabile e la superiorità numerica dei Veneti costrinse le due imbarcazioni turche ad attraccare per mettere almeno in salvo gli equipaggi già in parte decimati dal cannoneggiamento dei veneziani.
Tuttavia una volta a terra, i turchi dovettero fronteggiare la seconda ondata di navi comandate da Tomaso Morosini che nel frattempo si era portato nelle medesime acque. Il giovane comandante veneziano costrinse alla resa i turchi facendo anche prigioniero Meemet Agà, fratello del vicerè, che invece riuscì a fuggire.
Nel frattempo giungevano altre navi turche, il comandante Grimani ordinò allora che da Milo uscissero anche le altre navi per meglio affrontare il nemico. In prima fila si trovarono così le navi del Morosini che, di sua iniziativa prese la decisione di inseguire da solo il nemico. Staccandosi eccessivamente dalla propria flotta, però, Morosini forse anche trascinato dai venti, giunse in vista di Negroponte.


Un attacco temerario che si risolve con la morte ...


Con le poche navi che intanto erano riuscite a raggiungerlo, Morosini si preparò a quel punto ad attaccare. Issato il vessillo di guerra, dispose gli uomini e si preparò allo scontro decisivo che infatti non tardò a verificarsi. Ma i turchi avevano fatto bene i loro conti. In poco tempo l'esigua flotta del Morosini si trovò circondata da non meno di 45 navi nemiche.
A quel punto i veneziani attesero che il nemico stringesse il cerchio avvicinandosi il più possibile alle loro navi per poter meglio colpire a quel punto le imbarcazioni turche. Decisione tanto eroica quanto pericolosa e mortale data l'evidente inferiorità numerica, ma che consentì per lo meno di arrecare il maggior numero di vittime e di danni all'avversario.
Quando infatti il nemico fu sufficientemente vicino, solo allora Tomaso Morosini diede l'ordine di far fuoco a tutte le sue navi.  Esaurita ben presto questa prima scarica, però, le navi venete vennero improvvisamente agganciate da tre navi turche e lì lo scontro da navale si tramutò in un micidiale corpo a corpo.
Morosini non indugiò minimamente e per dare l'esempio ai suoi uomini si gettò per primo nella furiosa mischia. Poteva guardare ed affrontare faccia a faccia ora il nemico, ma alle sue spalle si piazzò infine un archibugiere turco che non esitò a far fuoco contro il giovane e valoroso comandante veneziano che venne letteralmente decapitato.
Quasi in quel medesimo, tragico istante, subiva un'analoga sorte anche il comandante delle navi turche, Mussà Capitan Pascià. La morte dei due rispettivi comandanti non impedì tuttavia agli uomini di proseguire nello scontro.
Nelle fila veneziane, in particolare, si distinsero Vincenzo Canale e Raffaele Veneto, capitano di una nave, che sebbene feriti continuarono la lotta che si concluse tuttavia con la prevista vittoria dei turchi.  Questi, invasa ormai completamente la nave, abbatterono il vessillo di S. Marco per issare quello con la mezza luna.
La loro soddisfazione era però destinata a spegnersi presto. All'orizzonte infatti apparve poco dopo imprevista ed inaspettata un'altra bandiera con il Leone. Erano i pennoni delle navi del Grimani che uditi da lontano i colpi di cannone stavano finalmente raggiungendo quelle del Morosini.  La battaglia con l'arrivo di questi rinforzi si riaccese veemente ribaltando completamente l'esito finale. Quattro navi turche affondarono mentre i soldati nemici che avevano conquistato la galea veneziana si arresero.
La nave che fu del Morosini, invece, malconcia e irriconoscibile, venne rimorchiata ugualmente fino al porto di Candia. Da lì le spoglie dello sfortunato e coraggioso comandante presero la strada del ritorno in patria.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI




domenica 6 dicembre 2015

STORIA VENETA - 116: 1645 - IL DRAMMA FAMILIARE DI UN MILITARE VENEZIANO. A CANDIA NON C’E’ SCAMPO!


Dal testo di Francesco Zanotto


"Al primo assalire che fecero i Turchi di quel forte, per lo sterminato lor numero, non potè resistere il Giuliani; per cui osservando egli irrompere da tutte parti l'abborrito nemico, pensò sottrarsi, con atto magnanimo, alla servitù miserabile che lo attendeva; dare uno splendido esempio da imitare a' suoi compagni in quella guerra; e quindi rapidamente scendendo nella conserva della polvere di sua mano vi diede fuoco, facendo saltare in aria sè, la propria moglie, i figliuoli suoi, la fortezza e gli assalitori ad un tempo, sacrando per cotal guisa sull' altar della patria primo il suo sangue a testimoniar la sua fede ... ".


ANNO 1645


Giuseppe Gatteri
  

Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel giugno del 1645 i turchi mettono piede nell'isola, veneziana dal 1211 e conquistano il forte di S. Teodoro. Il suo comandante Biagio Giuliani si sacrifica con tutta la famiglia ...


LA SCHEDA STORICA


Nel  1645 Venezia era ancora in guerra con i turchi nella disperata difesa degli ultimi residui di quello che era stato il suo impero marittimo.  
La ripresa delle ostilità, dovuta principalmente alla sciagurata azione di pirateria dei Cavalieri di Malta, trovava ancora una volta un'Europa distratta e ben poco disponibile ad un ulteriore impegno bellico contro gli Ottomani.
A Venezia intanto l'atmosfera andava surriscaldando. Fremevano i preparativi per la nuova flotta da guerra, un impegno al quale l'intera popolazione era chiamata a partecipare.
I turchi avevano nel frattempo messo piede a Creta, ma la flotta cristiana fu costretta per ben due volte a rinunciare al tentativo di sbarco nell'isola. Alle sfavorevoli condizioni atmosferiche si aggiunsero anche le ritrosie degli uomini. Le 5 navi pontificie infatti, al comando di Niccolò Ludovisi, vista la situazione, non trovarono di meglio che fare dietro-front e abbandonare l'impresa. Venezia doveva contare ancora una volta solo sulle sue forze.
E così ogni giorno, praticamente, partivano dalla laguna le navi con i preziosi carichi di rifornimenti e munizioni dirette a Candia, anche se non solo a quest'ultima era diretta l'attenzione del governo ducale. Nella loro avanzata infatti i turchi potevano minacciare  anche Corfù e la Dalmazia dove vennero inviati preventivamente dei rinforzi.  
Malgrado i ferventi preparativi per lo scontro cruciale, mancava però alla flotta veneziana un uomo-guida, un comandante dal carisma e dalle capacità indiscutibili, sia umane che militari.


Senza guida, senza carisma, senza una strategia ...


Diversamente che per il passato, mancava insomma l'uomo chiave per affrontare al meglio la delicata  situazione. Il  Senato alla fine fu costretto ad affidare il gravoso compito all'ottantenne doge Francesco Erizzo. Questi, pur malfermo di salute e malgrado la veneranda età, accettò l'incarico in uno scatto d'orgoglio e d'amor patrio. Fu anche però la sua ultima generosa azione per il "suo" stato. Il 3 gennaio del 1646 infatti scendeva nella tomba.
Il  suo cuore, solo il suo cuore che si era dimostrato così generoso nell'estremo momento, venne tumulato sotto il pavimento della Basilica di S. Marco, a destra dell'Altar Maggiore.
Venezia così si trovava senza una valida ed esperta guida proprio in uno dei suoi momenti critici.
Il nuovo doge, Francesco Molin, infermo per problemi di gotta, lanciò a quel punto un disperato appello a tutti gli stati, dall'Inghilterra alla Danimarca, dalla Svezia alla Francia fino a raggiungere la Polonia e perfino la lontana Persia che, sebbene islamica, era ugualmente minacciata dall'avanzata turca. Nessuno rispose.
La Serenissima doveva organizzarsi da sola e al più presto.
Come prima cosa si doveva assolutamente arginare l'avanzata turca nell'isola. Lì, c'era poi da rinforzare nel contempo gli altri punti fortificati dove organizzare poi gli uomini per tentare la cacciata dei turchi dalla Canea.
Qualcosa tuttavia non funzionò e questa volta per colpa dei soli veneziani.
Girolamo Morosini, comandante della flotta inviata quale soccorso a quella di stanza a Candia, fece del suo meglio per preparare gli uomini mentre Tommaso Morosini, con le sue navi, bloccava la via dei rifornimenti ai turchi lungo lo stretto dei Dardanelli. Ma lo sbarramento resse ben poco e venne infine facilmente superato dal nemico che riuscì anche a raggiungere indisturbato l'arcipelago della Canea e penetrare nel porto medesimo.
La Serenissima aveva inviato intanto al Provveditore Generale Andrea Corner un esercito di 2.000 uomini oltre naturalmente a navi, tecnici militari e rifornimenti. Venne promessa anche una seconda flotta che però non arrivò mai a destinazione. Forse se anche questa seconda flotta fosse arrivata in tempo come preventivato, la Canea non sarebbe caduta così facilmente in mano nemica. Ma questo secondo troncone di navi, all'ultimo momento, dovette attraccare a Zante con l'ordine di attendere lì anche le altre 25 navi cristiane inviate da Malta, Papato e Regno di Napoli.
Tutti sembravano ignorare - fuorchè Venezia, naturalmente -, che le sorti dell'area dipendevano invece proprio' dalla celerità degli interventi, cosa che puntualmente mancò.
Penetrati così nell'arcipelago il 24 giugno, i turchi conquistarono poco a poco anche l'isola fortezza di S. Teodoro. Anche se qui ad attenderli c'era un'imprevista sorpresa.
Il comandante veneziano del forte infatti, Biagio Zuliani, con i suoi ultimi uomini, solo 75, non aveva nessuna intenzione di cedere senza prima aver fatto pagare un caro prezzo al nemico. Resosi presto conto di non poter più resistere ad un nemico superiore negli effettivi di terra e nelle armi da fuoco, Biagio Zuliani prese così la sua estrema decisione. Aveva solo due possibilità: o morire barbaramente per mano nemica, e con lui i suoi fedeli compagni, o morire dando un esempio altissimo di eroismo.
Il comandante non aveva dubbi, scelse la seconda via. Scese rapidamente nei sotterranei del forte dove venivano custodite le munizioni. Lo accompagnavano la moglie e i figlioli. A quel punto appiccò fuoco ad una miccia e nel giro di pochi istanti il forte si trasformò in una micidiale, gigantesca bomba. La spaventosa esplosione travolse e spezzò la vita non solo di Biagio Zuliani e dei suoi uomini, ma anche quella di numerosi soldati turchi penetrati nel forte che divenne una trappola mortale.
Altissimo ed eroico sacrificio quello dello Zuliani, ma del tutto inutile agli effetti pratici dal momento che il forte e l'isoletta vennero infine conquistati ugualmente mentre al resto della guarnigione fu consentito di raggiungere incolume Suda, ancora veneziana, anche se non per molto ...


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI



sabato 5 dicembre 2015

STORIA VENETA – 115: 1645 - PER AFFRONTARE UN ALTRO FRONTE DI GUERRA. IL CARDINALE MOROSINI OFFRE I SUOI AVERI


Dal testo di Francesco Zanotto


"Primo fra tutti, diede esempio nobilissimo e splendidissimo il patriarca Giovan-Francesco Morosini, il quale recavasi davanti alla maestà del Senato, donando, innanzi tratto, il suo vasellame prezioso, indi offerendo l'annua somma di ducati cinquemila per tutto  il tempo che durava la guerra. La quale azione magnanima trasse seco anche gli altri prelati, il clero e i regolari a promettere considerabili aiuti, e fe' sì che concorressero, con ardore più intenso, nobili e popolo e finanche le primarie matrone a recare i propri monili, spogliandosi volonterose di quegli ornamenti, allora che la patria era in lutto."


ANNO 1645


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel 1645 Venezia si prepara a scendere in guerra ancora una volta contro i turchi. Il bisogno disperato di denaro fa registrare gesti eroici, ma non solo ...


LA SCHEDA STORICA  - 115


Nell'aprile del 1631 moriva dunque il doge Nicolò Contarini,  veniva posta le prima pietra del Tempio della Salute, mentre i primi di quello stesso anno veniva firmato a Cherasco il trattato di pace che poneva fine alla prima fase della guerra del Monferrato alla quale Venezia aveva ampiamente partecipato. La città, colpita inoltre da una violentissima pestilenza aveva ora più che mai bisogno di pace.
E 12 anni di pace furono quelli del dogato di Francesco Erizzo, eletto praticamente all'unanimità dai Quattro Grandi Elettori.
Tuttavia la sorte sembrava ancora una volta portare Venezia verso una nuova guerra, una guerra certo non voluta e nemmeno cercata, ma una guerra che per alcuni decenni aveva solo rimandato il suo cruciale, nuovo appuntamento, quello coi turchi.
Dopo la perdita anche di Cipro, a Venezia restava in realtà ben poco dei suoi antichi domini d'oltremare. L'avanzata turca nel giro di poco più di un secolo aveva spazzato via violentemente un dominio che non aveva avuto pari in nessun altro stato europeo.
Ma ad essere minacciata direttamente dall'avanzata ottomana, specie dopo le ultime, clamorose conquiste nei Balcani e di Cipro, non era più la sola repubblica veneta, ma l'intera Cristianità.
A riaccendere il fatale confronto coi turchi ci pensarono questa volta proprio i cristiani e precisamente i Cavalieri di Malta.  Nel XVII secolo gli esponenti del glorioso Ordine di S. Giovanni avevano perso per lo più il loro prestigio e anche le loro azioni contro i turchi nel Mediterraneo sembravano sempre più dei deliberati atti di pirateria che altro.


I pirati della croce: i Cavalieri di Malta


Un'attività quella dei "pirati-cavalieri" che si spingeva fino al cuore dell'Adriatico tanto che agli occhi dei  turchi. Venezia era la vera responsabile di quegli attacchi.
 Come se non bastasse, nell'ottobre del 1644 accadde inevitabile il fattaccio. Allargo dell'Egeo i Cavalieri catturarono un galeone turco. C'era solo un particolare. Sulla nave infatti viaggiavano il capo degli Eunuchi Neri di Corte, 30 donne dell'Harem e il calì della Mecca.
Quando con il prezioso carico i Cavalieri si diressero a Candia,  Veneziani si rifiutarono di farli approdare per non attirarsi le ire del Sultano; così la nave e i passeggeri vennero lasciati infine alloro destino in pieno mare aperto senza più comando. Avuta la notizia il Sultano Ibrahim montò ovviamente su tutte le furie e colse l'inaspettata occasione per riorganizzare la sua flotta e vendicarsi.
Venezia si sentiva, e giustamente, estranea all'accaduto tant'è che si aspettava un attacco su Malta contro i Cavalieri dell'isola, gli unici veri responsabili dell'atto di pirateria, ma il Sultano in realtà puntava invece su un altro ben più importante obbiettivo: l'isola di Candia.
Dopo un attacco diversivo contro Malta, infatti, le navi turche nel giugno del 1645 cambiarono improvvisamente rotta e il 25 di quello stesso mese gli uomini del Sultano sbarcavano sull'isola, veneziana dal lontano 1211 e antico cuore di tutti i possedimenti della Serenissima nel Levante. Sbarcarono nella parte occidentale, la Canea, conquistando il forte di S. Teodoro nell'omonima isoletta.


Una guerra infinita quella con i turchi nel Mediterraneo


Venezia così, era ancora in guerra coi turchi, ancora una volta l'Occidente si svegliava troppo tardi tentando di organizzare in fretta e furia una flotta comune in grado di porre rimedio ad una situazione che di giorno in giorno si faceva sempre più critica. C'era bisogno di uomini, navi e munizioni.
Il papa permise in via eccezionale al governo ducale di trattenersi dalle rendite del clero 100.000 scudi inviando anche 5 galee, mentre anche la Spagna inviava un pari numero di navi. Si aggiunsero via via quelle dei Cavalieri di Malta e 2000 fanti del duca di Parma mentre la Francia si limitò ad un contributo finanziario di soli 100.000 scudi con la promessa di un maggiore impegno futuro!
Ma Venezia non poteva certo aspettare. Le sorti dell'isola si giocavano in quei giorni. Come da copione, lo sforzo maggiore in termini di uomini, denaro e navi fu sopportato alla fine dalla sola Venezia e ancora una volta lo sforzo fu corale.
Primo fra tutti a dare l'esempio fu il patriarca della città Giovan Francesco Morosini che presentatosi davanti all'assemblea del senato donò tutto il suo prezioso vasellame e la sua rendita annuale di 5.000 ducati per tutto il tempo che sarebbe durata la guerra. Seppur generoso il suo gesto però era come una goccia in un oceano.
Allo scopo di raccogliere ulteriori fondi il governo ducale si vide costretto ad istituire tre nuove cariche di Procuratore di S. Marco, messe letteralmente sul mercato a 20.000 ducati ciascuna.
Le offerte superarono ogni aspettativa dal momento che le cariche erano più che mai ambite dalla nobiltà veneziana (e non solo).  Se ne offrirono così altre tre al prezzo questa volta di 80.000 ducati. Come se non bastasse ai rampolli dell'aristocrazia venne concesso di diventare senatori all'età di 18 anni, anziché 25, previo pagamento di 200 ducati, mentre in febbraio veniva posto in vendita niente meno che lo stesso titolo di "patrizio" veneziano.
Lo stato veneziano si stava letteralmente svendendo al miglior offerente per far fronte ad un impegno bellico e quindi finanziario senza precedenti. Per affrontare il Turco Venezia minava le sue stesse radici ...


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI