lunedì 6 aprile 2015

L'ICONOCLASTIA NEL MONDO ANTICO, NELL’ISLAM E NELL’EGITTO.


Un esempio di iconoclastia nella cattedrale di San Martino ad Utrecht



Gli iconoclasti riconoscevano la completa e piena figura religiosa del simbolo, ma non quella dell’immagine, in quanto si rifiutavano di identificare nell’immagine stessa la rappresentazione e, nello stesso tempo, il rappresentato, ovvero identificavano come illecita la rappresentazione di Dio sotto forma visibile.
Nel 726 dopo Cristo, su pressione dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore e in seguito a un terremoto, interpretato come punizione divina,  l’Imperatore d’Oriente Leone III Isaurico iniziò a battersi contro le immagini religiose.


Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Contemporaneamente convocò un'assemblea a cui impose la promulgazione dell'editto.
Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano, contrario all'iconoclastia, Leone III  lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, tal Anastasio.
Il decreto venne respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Il Concilio stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.

Per quanto riguarda invece l'iconoclastia islamica, essa fu originariamente indirizzata a combattere l’idolatria piuttosto che la fabbricazione o il possesso di statue o dipinti, ma poi fu resa più rigida nei due secoli dopo la morte di Maometto.
Un punto fermo della religione islamica è la non rappresentabilità di Dio: l’uomo, infatti, conosce novantanove nomi di Dio (il sapiente, il misericordioso…) ma arrivato al centesimo lo chiama Allah, il dio, il che ribadisce un’ineffabilità che significa un’assoluta irrappresentabilità iconica.
E’ Dio che detiene il potere di creare, di forgiare e tale potere è suo in esclusiva.
Ciò rende impossibile ogni arte figurativa nei luoghi di culto, che invece era originariamente tollerata nel privato: a partire dall’Ottavo secolo, tuttavia, forse come necessità di differenziarsi dall’arte e architettura cristiana, tutte le immagini religiose vengono distrutte, come in Egitto nel 723, quando vennero distrutte o sfregiate non solo immagini cristiane, ma anche appartenenti all’epoca preromana dell’Egitto classico.

Facendo un lungo passo ben all'indietro, giungendo ad un argomento che più ci interessa, attraverso gli scritti del Gardiner apprendiamo che la comunicazione visiva nella terra d'Egitto, già rappresentata in periodo Predinastico da decorazioni dei vasi e di altri oggetti d'uso comune, risultò ancora più evidente quando furono introdotte figure umane, animali, navi e così via.
Questa innovazione si osserva nel periodo di poco precedente l'avvento di Menes, contrassegnata dall'introduzione di figurine isolate che si distinguono chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche del contesto.
Le immagini sono le stesse, in ambo i casi e riproducono ogni sorta di oggetti materiali, armi, piante, esseri umani e anche divinità. Importante divenne con il tempo, la raffigurazione di Faraoni, nell'atto di compiere gesta coraggiose, od opere mirabili, tali da poter essere perpetuati nell'immortalità, a fianco e con l'aiuto degli dei egizi.

Arrivando alla morte di Amenophs I (1528 a.C. circa) il Nuovo regno o l'Impero, come viene detto talvolta, era ormai saldamente instaurato ed avrebbe proseguito per più di 150 anni d'ininterrotta prosperità, nell'architettura e nei costumi.
E' opinione condivisa che con la XVIII dinastia si toccò il culmine dello splendore.
Occorre ricordare che la religione egizia, quale si tramandava da oltre 1500 anni, era il risultato della fusione di un gran numero di culti tribali, in origine indipendenti.
Ogni città aveva la sua divinità particolare, a volte impersonata da un feticcio materiale, più spesso rappresentata in forma antropomorfa.
A mano a mano che il Pantheon egizio acquistava coerenza, queste divinità animali prendevano corpo e membra umane.
La doppia natura che ne risultava, aprì la strada a due tendenze opposte, da un lato l'innato conservatorismo degli egizi, unito ad un forte spirito di campanile, militava contro la soppressione delle caratteristiche individuali.
Dall'altro lato esisteva una forte spinta verso il monoteismo.
Il dio locale non solo era dichiarato l'unico e onnipotente, ma in vari modi veniva asserita la sua identità con gli dei di altre città.
Fu Amenophis IV a voler unificare il culto religioso nell'adorazione della “luce solare che è Aten”.

Era prassi comune a cui si adeguavano molti faraoni, di usurpare le opere dei loro predecessori, facendole proprie con i loro cartigli.
Innumerevoli sono i monumenti ed templi che portano il nome di Ramses II, anche grazie alla sua longevità, ma non mi risulta che le figure umane (e degli Dei) scolpiti sulle colonne e sui muri, siano stati cancellati durante l'esercizio di questa pratica usurpatoria. Invece, nel mio breve ed intenso viaggio in Egitto, più di una volta, anzi, “spesso”, ho notato l'asportazione di numerosi volti raffigurati nelle opere ed anche di tante figure; chiesi spiegazioni alla nostra guida, la quale asserì genericamente che i danneggiamenti erano stati provocati dagli “iconoclasti.

Riporto il racconto di Gardiner riguardante l'introduzione del culto di Aten da parte di Amenophis IV, ora Akhenaten.

la vera fede non poteva diffondersi senza sopprimere le innumerevoli divinità maschili e femminili fino ad allora adorate.
Di conseguenza egli inviò in tutto il paese operai incaricati di scalpellarne o raschiarne i nomi incisi o scritti dovunque si trovassero.
Inutile dire che la prima vittima di questo furore iconoclasta fu l'odiato Amon Ra, ma anche la semplice parola Madre, essendo omonima di quella che indicava la dea tebana Mut, perse il geroglifico dell'avvoltoio e fu scritta coi segni alfabetici m+t. La stessa parola “dei” era tabu.

Ora mi dispiace di non riuscire a ricordare, tra le immagini memorizzate durante il mio viaggio, quali di quelle figure danneggiate (tra le innumerevoli) rappresentavano esseri divini, così da poter attribuire l'azione di cancellamento agli operai del faraone, oppure all'intervento vendicativo di appartenenti ad altre religioni, quali i Copti o i Musulmani, oppure alla semplice e devastante opera di vandali intervenuti nei secoli successivi alla definitiva caduta dell'Impero Egiziano.


Chiunque abbia effettuato anche solo un breve viaggio nella Terra dei Faroni ha potuto constatare che molte figure umane risultano gravemente danneggiate.
In molti casi è difficile capire se i danni siano stati inferti dalle intemperie e dall'escursione termica (che da quelle parti è notevole) o dall'uomo.
Credo, tuttavia, che i danni maggiori siano stati inferti già in epoca faraonica, perchè il cristianesimo è sempre stato abbastanza tollerante nei confronti dell'arte pagana.



La distruzione dei Buddha di Bamiyan



L'Islam è una religione rigorosamente aniconica, ma credo che certe forme di iconoclastia (chi non ricorda la demolizione degli enormi Buddha in Afghanistan?) siano  un fenomeno relativamente recente.
Nei primi secoli della loro espansione, gli Arabi hanno favorito anziché ostacolato la diffusione delle arti e della cultura.


Fonte: srs di Emilio Raffaele e Manuela Aloisi,  da    Egittophilìa - Dove Passione e Storia si incontrano,  del 11 maggio 2011



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