giovedì 21 maggio 2009

IL SUMMANO: IL MONTE SACRO AGLI DEI. IL MISTERO DEI FIORI




Tra i mille segreti e curiosità del Summano, non va scordata l'enorme varietà di fiori, [a tal punto eccezionale che ha mosso e stimolato centinaia di studiosi italiani e stranieri, dal Rinascimento, sino ai giorni nostri. Un solo esempio: in una radura a 600 metri sono state trovate 21 varietà di orchidea, sulle 30 presenti in tutto l'arco alpino. 
La ricchezza della flora potrebbe essere collegata con i pellegrinaggi per adorare il sacro idolo. La festa del dio Summano (ed esistono confusioni non ancora chiarite con Giove e Plutone) era il 20 di Giugno. Secondo gli storici romani, in quella data, si sacrificava un montone nero, si offrivano libagioni con focacce di farina in forma di ruota e si spandevano semi esotici nel terreno. Queste feste erano le "summanalia". 
Probabilmente queste sementi sparse dai pellegrini nel loro sacro viaggio verso la cima, trovando un clima estremamente diversificato, si sono riprodotte, perpetrandosi sino ad oggi. I botanici hanno infatti accertato la coesistenza di varie situazioni micro-climatiche nella stesso monte: privo di contrafforti collinari, il Summano è investito dalle correnti calde provenienti da sud, ma anche da quelle fredde da nord che investono la cima. Nello spazio di poche centinaia di metri, si passa dal clima mediterraneo di certe radure, al clima alpino.

Spargimenti di sangue e bruciature d’incensi….

Francesco Rando, che pubblicò "Sulle rive dell'Astico" nel 1958, scrisse ben 10 pagine sul Tempio ( lo disegnò pure), favoleggiandone i riti che lassù si perpetravano, gli odori degli incensi, il brusìo dei pellegrini...Riportiamo qualche passaggio. 
"Il Summano fu un monte celebratissimo nell'antichità. Venti secoli fa Roma adorava gli idoli; uno dei più famosi lo aveva sul Monte Summano... 
I romani si recavano in alto numero, al monte Summano, a cercarvi la salute, per la protezione dell'Idolo ch'era sul cocuzzolo del Monte stesso, il Summus Manium, cioè il Sommo degli dei Mani, ossia Plutone, il capo degli dei dell'Infero. Il monte era adornato da un idolo maestoso, tanto da poter essere ammirato fin dalla lontana pianura... 
Quell'idolo sorgeva in un pianoro antistante al tempio di Plutone; aveva la figura di becco, o di capro smisurato, con grandi coma d'oro, la lunga barba che scendeva sulle spalle....
La cima era gremita di pellegrini giunti dalla valle e dall'Altopiano per l'annuale adorazione e sacrificio al dio degli inferi e delle ricchezze. Un sacerdote coadiuvato da alcuni leviti eseguiva, con esperta perizia il sacrifìzio di animali. Spargimenti di sangue e bruciature di incensi. Ovunque odore di carne bruciata… 
Il dio Plutone auspicava giudizi favorevoli presso Minosse, Eace e Radamanti a chi sacrificava pingui agnelli sull'altare. Esaltava l'ardimento di coloro che si immolavano per la sua gloria, incitava a disprezzare, odiare e combattere tutti coloro che tentassero di far penetrare la nuova religione, la religione di Cristo... 
Nei reconditi recessi del monte, vive un popolo immerso nelle tenebre dell'idolatria e del peccato: i loro boschi sono sacri a Giunone e Diana, le loro fonti hanno la protezione delle Ninfe, il dio Pan sorveglia i loro pascoli, Satiri e Sileni sono ispiratori dei loro ludi scenici... 
La pietà degli antichi pagani concorse mirabilmente ad abbellire il monte... 
Si trovavano laghetti ombreggiati da frassini enormi, da faggi secolari, aiuole innumerevoli dai fiori esotici, raccolti da tutte le parti del mondo, che rendevano quei prati un immenso giardino...
Dappertutto fiori non comuni, peonie, gigli, miosati, mughetti, rose giacinti, garofani, tulipani, campanelle, gerani, camelie, rododendri, ginestre e prati interi di narcisi...
Si dice che la ricchezza e la varietà della flora del Summano sia dovuta ai pellegrini che venivano d'ogni parte del mondo e che rendevano omaggio all'idolo Summus Manium: i pellegrini recavano piante e sementi per ornare le tombe dei congiunti ivi sepolti per loro volontà e devozione all'idolo...



Fonte: da  STORIA VICENTINA  giugno - luglio 1994

Link: http://venetonotizie.blogspot.com/

mercoledì 20 maggio 2009

Pensate che la vostra vita non sia bella? Gli archeologi ci mostrano di peggio

Tra l'influenza suina, la crisi economica ed altri mali e dolori del mondo moderno, si perde facilmente la traccia di quando la vita era davvero dura. Fortunatamente per noi, gli archeologi hanno rimesso un po' di cose in prospettiva giusta.
Considerate la vita sulle alte steppe dell'Asia centrale, i Monti Altai, intorno al 500 a.C., nell'attuale Mongolia, Lì abitava il popolo dei Pazyryk, nomadi che vivevano a cavallo, vicini dei non tanti amichevoli Sciti.
In realtà, l'antico storico greco Erodoto, nelle Storie, ha descritto gli Sciti come guerrieri che vivevano in simbiosi con tribù di Amazzoni, praticavano sacrifici umani, tagliavano lo scalpo e praticavano il cannibalismo sui loro nemici. Molto peggio rispetto al tuo vicino che prende in prestito il tuo tosaerba, in altre parole.

Gli archeologi conoscono i Pazyryk dai tumuli, dalle larice di legno con le punte di pietra, "i corpi dei guerrieri Pazyryk erano sepolti con i loro cavalli e le armi, come asce, pugnali, spade e archi e frecce", secondo uno studio di Archaeological Science, che descrive sette di queste tombe.

"Queste persone hanno condotto una vita violenta", afferma Xavier Jordana della Autonoma Universitat di Barcelona, che ha condotto studi su di loro per due anni.
Nei siti di sepoltura, che egli descrive come "tipici", un team internazionale ha scoperto i resti di 10 persone in tutto, sette uomini, una donna e due bambini.
Come nelle altre tombe già scoperte dei Pazyryk, un cavallo era sepolto accanto a ciascuno, con vasi di terracotta, un coltello di ferro e ossa di pecora o di capra. "Anche piccole foglie d'oro sono sempre trovate accanto al cranio", afferma lo studioso. Le armi includono "asce da combattimento con manici in legno, pugnali corti, sia di bronzo sia di ferro, e frecce trilobate di osso o di bronzo". Inoltre, tipico, "Sette persone su un totale di 14 presentano lesioni traumatiche". Due degli uomini hanno mostrato evidenza di ferite guarite, da colpi d'ascia di battaglia, sui loro teschi. Cinque delle persone, comprese donne e un bambino, sono state uccise o ferite da asce o pugnali. Un uomo è stato colpito alla testa con una freccia. "Questo non è un grande campione", dice Jordana. "Ma la metà di loro è morto violentemente. Questo deve significare qualcosa."

Erodoto aveva descritto la guerra e il sacrificio umano come comuni tra i nomadi ai suoi giorni, e Jordana e i suoi colleghi hanno analizzato le ferite, nel tentativo di capire esattamente il modo in cui tali persone sono morte.. "Erano morti in battaglie o sacrificati", egli si chiede. "Erodoto è noto come il ' Padre della Storia ' ma egli è anche chiamato ' Padre dei Bugiardi ', così volevamo vedere. "
Incursioni, non azioni di vera guerra, provocarono la morte di coloro che sono morti violentemente, conclude lo studio. "Molti dei traumi erano di schiena, e provengono da tutte le direzioni", spiega Jordana. "Queste persone sono state colpite in attacchi a sorpresa".
Erodoto non mentiva nemmeno sugli scalpi, a giudicare dal taglio superficiale che segna il cranio di un uomo di mezza età. Simili prove per il taglio dello scalpo si trovano su un'altra mummia, trovata tra i ghiacci della regione.
"Queste sono le sepolture di un popolo di guerrieri", dice Jordana, ma sono compatibili con il modello di vita vissuta nei tempi violenti in passato. "Hanno sepolto donne e bambini con le armi. Non è chiaro se fossero Amazzoni, ma hanno condotto certamente una vita molto difficile, rispetto ad oggi."



Fonte: srs di Dan Vergano da  USAtoday.com del 10 maggio 2009-05-20;
La porta del tempo


martedì 19 maggio 2009

Questo è il mio ragazzo, il vento sotto le mie ali, l'amore, la luce della mia vita.




Mi sono imbattuto in  questa  immagine di  mio figlio minore,  Jedrek  (Jedrek Kryztof  Stolarczyk per essere precisi). 
Ha sempre voluto poter volare,  era il suo sogno preferito, mi aveva  anche detto che pregava che Dio che gli desse la capacità di volare, di essere libero,  ma  io li ripetevo che erano  desideri non previsti per questa vita, che noi non siamo  fatti per volare, sono desideri impossibili per noi. 
Io non la capisco questa vita,  ma so che, in qualche oscuro modo, Dio ha risposto alle preghiere  di mio figlio, al fine di dargli quelle ali. 
Questo è il mio ragazzo, il vento sotto le mie ali, l'amore, la luce della mia vita.
Vedete, è ora un angelo.
L’abbiamo sepolto sotto un boschetto di querce, venerdì mattina  nel ranch dove sua madre vive ancora, ... così da poter  essere vicino a lui.  E’ così difficile,  molto difficile dire addio. 
Ha vissuto  solo 8 anni, ed è il secondo figlio che ho perso negli ultimi tre anni. 
Era la mia roccia, mia forza, la mia pace.  Egli mi ha insegnato di più su come si deve vivere, di chiunque altro abbia mai conosciuto,  e mai conoscerò. 
Jedrek mi manchi,  ma sono  stato il più fortunato e il più benedetto papà in tutto il mondo per avere avuto da Dio questa piccola anima affidata alle  mie  attenzioni,  perché egli è stato mio figlio, il mio bambino, il mio angelo. 

Papà ti ama, Daddy  ti ama. 

Pace a tutti. 

Jerry 
Nuovo Messico, Stati Uniti d'America


Verona Alto San Nazzaro: Dietro le case popolari spunta il muro di Teodorico




Restauri ad   Alto San Nazaro

Di Camilla Bertoni

La scoperta Alto San Nazaro, durante i lavori al complesso per trasformarlo in residenze di lusso

Le ruspe sono al lavoro da gennaio nel borgo di Alto San Nazaro, nato nel 1887 per conto della Società Anonima Cooperativa Edificatrice di Case Operaie, come borgo popolare destinato agli operai al lavoro nelle fabbriche di Veronetta.
Il complesso è destinato ora a diventare nucleo residenziale di lusso. Da molti anni in abbandono, abitato abusivamente e in rovina, il borgo, originariamente chiamato Quartiere XVI ottobre, è collocato a ridosso delle mura scaligere, in alto sulla collina che domina via San Nazaro, dalla quale è raggiungibile attraverso una lunga e scenografica scalinata concepita contestualmente alla sua realizzazione. Oltre alla vista mozzafiato sulla città, l'area edificata nasconde anche altro un gioiello: un tratto di mura di cinta della città, in conci di tufo, di età precomunale, forse addirittura risalente al regno di Teodorico, che chiude sul retro il terreno di pertinenza. 
Il muro corre parallelo alle mura scaligere, qualche metro più internamente alla città, e versa in condizione di grave degrado. Per questo la direzione lavori della Protec, impresa che sta eseguendo la ristrutturazione delle case di Alto San Nazaro, vincolate dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici, ha chiesto la supervisione della Soprintendenza ai Beni Archeologici per procedere al restauro e al consolidamento del tratto di mura, già in passato in parte crollato. Frequenti sono infatti i punti critici dove mancano conci, mentre il profilo denota un forte incurvamento.
La soprintendenza ha già fatto i primi sopralluoghi e l'impresa è in attesa di indicazioni. Dopo che Teodorico fu signore di Verona, installandovi il suo famoso palazzo, fortificando e arricchendo la città di chiese ed edifici, Verona divenne longobarda sotto Alboino nel 568, e le sue possenti mura contavano allora quarantotto torri. Tratti dell'antica cinta sono visibili in vari punti della città, anche poco sotto l'area di Alto San Nazaro, nella porta Organa.
Solo in parte rimasto di proprietà dell'Ater, il complesso di Alto San Nazaro è di proprietà privata, e provvederà anche la realizzazione di impianti sportivi.


Fonte: srs di Camilla Bertoni  da  il Corriere del Veneto - VERONA -   2009-03-28

lunedì 18 maggio 2009

Costalunga di Monteforte: 14 giugno 2009 presentazione del libro: Verona origini storiche ed astronomiche




Invito tutti alla  presentazione del testo : “Verona origini storiche ed astronomiche”  di Adriano Gaspani .
L'incontro sarà alle ore 15,30 del 14 giugno 2009, presso l'azienda vinicola  
LA CAPPUCCINA 
http://www.lacapuccina.it/
Via San Brizio, 125
37032 Costalunga di Monteforte d'Alpone (Verona)
 +39 045 6175036   +39 045 6175755
http://www.lacappuccina.it/

Come raggiungere La Cappuccina

Uscita autostrada (A4 MI-VE) al casello SOAVE, girare a sinistra in direzione di Vicenza (SS 11) fino ad arrivare ad un cavalcavia, girare subito a destra per Monteforte d'Alpone. Arrivati ad un incrocio con al centro una chiesetta, girare subito a destra seguendo il cartello per Bolca  (si è nella circonvallazione di Monteforte d'Alpone).

Arrivati al semaforo, proseguire sempre diritto per circa 5 km direzione Bolca), costeggiando sulla sinistra il torrente Alpone. Dopodichè girare a sinistra, seguendo il cartello blu per Costalunga, su per una salita, si attraversa il ponte sull'Alpone, si gira al primo portone a destra e si è
arrivati. Dal casello dell’autostrada a Costalunga sono in tutto 8 km.



PREFAZIONE

Il cielo sopra di noi da sempre ci affascina nel chiarore flebile della sua  immensità. Sovrasta la nostra esistenza pressoché immutato nei millenni dei millenni. In esso eternamente cerchiamo risposte sul nostro destino, propiziamo la nostra fortuna e cerchiamo inconsciamente il senso profondo della nostra vita.
Le stelle con la loro luminosità sembra ci indichino una via di salvezza, una maniera per liberarsi della pesantezza della materia, del terrestre per essere assorbiti dall'alto, dove tutte le religioni collocano le loro divinità.
Questo firmamento lo abbiamo rivisto splendidamente elaborato dall'arte bizantina e ci ha inquietato per la bellezza. Chi è entrato nell’incanto del cielo stellato di Galla Placidia ha ripensato a una notte stellata, si lascia la luce del giorno e si va oltre. Il luogo è stato costruito per ospitare un sepolcro autorevole, un mausoleo che non incute paura ma stordimento. Questo cielo trasposto dall'artificio umano trasmette nella misteriosa bellezza quello che non possiamo comprendere, quello che a noi è completamente sconosciuto o meglio celato. Mosaici sgargianti che incorruttibilmente parlano con i simboli, i colori, la raffigurazione di quello che perennemente è sopra di noi mortali.
Anche ad Aquileia abbiamo delle complesse rappresentazioni delle stelle fisse,  nella parte conosciuta come l'Aula Nord, residuo della prima Basilica ubicata attorno all'attuale campanile. Pavimenti musivi della metà del secondo secolo, studiati e decifrati da Renato Jacumin, che nascondono concezioni teologiche complesse, un cristianesimo degli albori venuto direttamente da Alessandria d'Egitto, dove testi scritti in coopto trovano il loro riscontro, qui in terra veneta, come immagini di un cristianesimo gnostico. 
Gli antichi Caldei osservarono il cielo giorno dopo giorno, passandosi questa incombenza sacerdotale di padre in figlio, per secoli e secoli, dall'alto dalle Ziggurat mesopotamiche con costanza e con rispetto. Annotavano sulle tavolette di argilla il moto degli astri, e senza conoscere la matematica complessa prevedevano le eclissi e le orbite delle rivoluzioni.

L'uomo odierno purtroppo, sta perdendo il contatto con il cielo e con esso anche il patrimonio culturale accumulatosi nel corso dei millenni grazie allo studio del firmamento.
Culti astronomici e astrologici delle religioni stellari nati in Mesopotamia rimarranno come traccia indelebile passando anche alle religioni monoteistiche. Non a caso i vangeli riportano che la nascita del Cristo è annunciata da una stella che i Re Maghi inseguono per adorare e conoscere il nuovo Dio: evidente retaggio di culti stellari.

Anche la teologia cristiana sarà influenzata dall'astrologia e un importante teologo e dottore della chiesa così scriveva:
«La volontà può subire la mozione dei corpi celesti, nei limiti in cui subisce l'influsso degli oggetti esterni:poiche i corpi esterni, presentati dai sensi alla volontà, e gli organi stessi delle potenze sensitive, sono soggetti ai moti dei corpi celesti. I movimenti del corpo umano dipendono dal moto dei corpi celesti, per il fatto che la stessa disposizione degli organi al loro movimento deriva in qualche modo dall'influsso dei corpi celesti; e anche perché l'appetito sensitivo viene alterato dall'azione di quei corpi;»
Summa theologicae, I-IIae, q. 9, a. 5   San Tommaso d'Aquino

L'Islam riporta come proprio vessillo la luna crescente con una stella al centro che rappresenta in realtà il pianeta Venere, dai Romani chiamato Lucifero, ovvero portatrice di luce, l'ultima che scompare all’alba, mentre con il nome Vespero era denominata al suo comparire nell'ora del tramonto. Questo pianeta scandisce, con la sua luce, le preghiere del mattino e quelle della sera presso la gran parte del monachesimo orientale ed occidentale.  
Anche l'ebraismo è una religione lunare, che allinea il suo capodanno e le sue festività sul plenilunio e sul novilunio.

Già l'uomo preistorico individua queste fonti di luce come punti fissi di riferimento, per non perdersi, nei suoi viaggi di terra e di mare. La fondazione stessa delle città era intimamente legata alle stelle, la liturgia della segnatura del pomerio, attuata con il vomere, implicava la volontà di attirare il cielo in terra e legare la nascente città alle forze celesti ed incorrotte.
Gli Assiro-Babilonesi prima gli Egizi poi, così come i Greci e i Romani, guardavano in alto per scorgere il Divino e l'astrologia si confondeva con l'astronomia, in un intreccio fra mito e scienza dove tutto era intimamente fuso: il pensiero magico con quello prammatico.

Alla metà del secolo scorso in seno all'astronomia si è specializzata una nuova scienza, l'Archeoastronomia, insegnata in varie università Italiane e del mondo. L'archeologia si avvale di questo sapere per ricomporre la posizione delle stelle nell'antichità come nelle ere arcaiche e scoprire così l'importanza dei riferimenti siderali sull'orientamento di centri urbani ed edifici religiosi. Con il presente studio Adriano Gaspani svolge un'indagine precisa, condotta con strumenti adeguati e mirata a scoprire le origini storiche ed archeoastronomiche della città di Verona, riprendendo i luoghi, le pietre, i resti e confermando, peraltro, la tesi dell'allineamento della città sul solstizio d'estate. Da questo complesso lavoro le teorie di Umberto Grancelli trovano finalmente una loro verifica, e quelle che per anni sono state considerate bizzarrie, in realtà hanno ora un loro fondamento scientifico. In queste pagine si chiarisce, inoltre, la ben nota e controversa questione, mai definita fino ad ora, sulla esatta ubicazione del cardo e del decumano massimo nella città scaligera.
L'orientamento arcaico siderale di Verona ci è indicato dal monolito noto con il nome di "Piloton" , pietra posta alle spalle del Castello di Montorio, quale punto preciso di riferimento e di continuità della "vecchia" città di Verona nata sul monte Gallo (l'attuale Castel San Pietro) e della "nuova" città romana fatta sorgere dentro l'ansa protettrice dell'Adige.
Due poggi, che erano altrettante sedi di santuari e di osservatori celesti, Monte Pagano e Monte Pipaldolo, partecipano alla complessità dell'individuazione del primo impianto cittadino.
I Romani, che costruirono la città "nuova" dentro l'ansa dell'Adige, si allinearono con la loro razionalità sugli antichi punti di riferimento posizionando i propri monumenti, le opere urbane e i levigati marmi, nel rispetto delle antiche tracce. Un patrimonio oltretutto mitico e simbolico che fa da cornice ad un insediamento urbano nato sotto due stelle opposte e luminose come Regolo, della costellazione del Leone, e Arturo, detto il guardiano dell'Orsa, della costellazione di Bootes. Questi due punti coincidono con l'alba del solstizio d'estate e il tramonto del solstizio d'inverno.

Adriano Gaspani non dimentica che l'universo è una creatura vivente, dove da sempre l'uomo ha proiettato le sue paure, ma ha anche riversato il sapere, la conoscenza e le osservazioni di piante, di forme geometriche, di animali, di acque, di mari e deserti, affinché quel cielo, con le sue costellazioni, sia la memoria eterna della conoscenza divinizzata di eroi e di Dei che in quei luoghi altissimi risiedono.
Attraverso il moto degli astri e conoscendone i precisi movimenti, si fissavano e si decidevano i momenti le ricorrenze festive, i giorni delle semine, i momenti degli amori e dei sacrifici; dalla rivoluzione della stella più vicina si determinava l'anno, scandito dai mesi, e l'umanità organizzava la propria vita seguendo il Cielo che segnava i tempi, la fine e l'inizio dei cicli.
Un cielo che abbiamo dimenticato di guardare, costretti nelle nostre metropoli caotiche ed inquinate da luci forvianti, correndo il rischio di perdere completamente l'orientamento e il ritmo del giorno e della notte.
Abbiamo vinto il buio, ma le paure si sono moltiplicate.
In questo caso l'archeoastronomia ci aiuta a comprendere la fondazione di un'importante e bellissima città unica al mondo, dove il Cielo ne è stato l'arcaico custode, condizionandone la sua nascita sulla terra.

Luigi Pellini



domenica 17 maggio 2009

La città antica di Verona: Il lavoro che riporta alla luce il Capitolium di Verona




I resti del Campidoglio sotto  il ristorante Maffei

La Soprintendenza rivela il risultato dei lavori: «Dopo 25 anni di scavi nelle cantine dei palazzi ecco il Campidoglio romano»


«Dopo 25 anni di scavi ecco il Campidoglio romano» Briciole, niente più, ma da quell’enorme quantità di briciole ritrovate in vent’anni di scavi archeologici Giuliana Cavalieri Manasse, direttore del nucleo operativo di Verona della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto, è riuscita a compiere un'impresa che ha pochi altri riscontri: la ricostruzione, fin nei minimi dettagli, di quello che doveva essere l’imponente Capitolium di Verona romana, l’antico campidoglio. Di tutti gli scavi realizzati da quando è iniziato il suo incarico veronese (era il 1977) Manasse ha scelto di dare alle stampe gli esiti di questo lungo lavoro.

La Manasse: un percorso museale, ma servono fondi

Briciole, niente più, ma da quell’enorme quantità di briciole ritrovate in vent’anni di scavi archeologici Giuliana Cavalieri Manasse, direttore del nucleo operativo di Verona della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto, è riuscita a compiere un'impresa che ha pochi altri riscontri: la ricostruzione, fin nei minimi dettagli, di quello che doveva essere l’imponente Capitolium di Verona romana (il Campidoglio). Di tutti gli scavi realizzati da quando è iniziato il suo incarico veronese (era il 1977) Manasse ha scelto di dare alle stampe gli esiti di questo lungo lavoro .

«Gli scavi sono iniziati in aree private interessate da opere di ristrutturazione », spiega Manass, 25 anni fa. «Nel 1983-84 i primi ritrovamenti sono emersi nelle cantine di Palazzo Maffei, tra 1986 e 1987 nei sotterranei del palazzo del Monte dei Pegni, poi nelle cantine di Palazzo Malaspina (su via Emilei) e infine dal 1988 al 2004, in varie fasi, nell’area di corte Sgarzerie ».

Quando si è iniziato a capire il significato e il valore di ciò che si veniva portando alla luce?

«Fin dal 1987 abbiamo capito che stavamo trovando la vera sede del Capitolium romano, che non poteva più essere identificato con i ritrovamenti nell'area di Piazzetta Tirabosco, che dal 1914 aveva assunto il toponimo di Campidoglio proprio in virtù di quanto allora si credeva. Ma la ricostruzione nel particolare è stata un lavoro enorme cui si è potuti arrivare mettendo insieme briciole su briciole».

Cosa si auspica per questi tesori archeologici, in gran parte ancora non visitabili al pubblico?

«Esiste un progetto per la loro musealizzazione e per un percorso con mezzi audiovisivi e ricostruzioni virtuali da farsi nel futuro Museo Archeologico a San Tomaso, ma per ora non abbiamo ricevuto alcun finanziamento. E senza i contributi della Fondazione Cariverona non avremmo neppure potuto realizzare questo scavo e questo studio». Uno studio che Pierre Gros, uno dei massimi studiosi di architettura romana, così commenta: «Grazie a questo volume il Campidoglio di Verona è entrato nel club molto ristretto dei monumenti antichi integralmente conosciuti e ricostruiti e resterà una delle testimonianze più evocative dell'architettura, dell'urbanistica e della storia delle città romane dell'Italia settentrionale».


Fonte: srs di Camilla Bertoni dal CORRIERE DEL VENETO, 26 aprile 2009

sabato 16 maggio 2009

La tomba di Yuya: elenco degli oggetti della tomba




"Avevamo le candele, ma era talmente fioca la loro luce e talmente abbagliati i nostri occhi che non riuscivamo a vedere altro se non il lucore dell'oro", riferisce Davis alcune pagine più avanti nel suo libro. "Tuttavia, dopo un momento o due riuscii a scorgere un' enorme slitta funeraria, utilizzata per contenere tutti i sarcofagi del morto e la sua mummia, e trasportarli alla sua tomba. Era alta circa sei piedi (1,80 m) e lunga otto (2,40 m), realizzata in legno rivestito di catrame  ancora lucente come il giorno in cui era stato spalmato, intorno alla parte superiore del sarcofago c'era una striscia di lamina d'oro, larga circa sei pollici (15 cm), ricoperta di geroglifici. Avendo (io) richiamato su di essa l'attenzione di Maspero, lui mi porse immediatamente la candela che, insieme con la mia, tenni davanti agli occhi, proprio vicino alle iscrizioni perchè lui potesse leggerle. Un solo istante, e disse: "Iouiya". Ovviamente eccitato da li' annuncio, e accecato dal bagliore delle candele, le avvicinai inavvertitamente al sarcofago; al che Monsieur Maspero urlò: "Attento!", e mi spinse via le mani. Immediatamente capimmo che se le mie candele avessero toccato il catrame, cosa che pericolosamente era quasi accaduta, il sarcofago si sarebbe incendiato".
Quando nella tomba di Yuya fu portata la luce elettrica si scoprì che conteneva anche il sarcofago di Tuya, la moglie di Yuya.

Le reliquie recuperate comprendevano:

- Il sarcofago di legno di Yuya su una slitta, coperto di pece nera e recante linee di iscrizioni.

- La mummia di Yuya dentro tre sarcofagi (come quella di Tut'ankhamon).

- Il sarcofago di legno di Tuya, su una slitta, con un testo che menzionava suo figlio, Anen, secondo profeta del dio Amun-Ra.

- Due bare, inclusa quella della mummia di Tuya.

- Due maschere dorate, una per ogni occupante della tomba (si trattava della maschera che veniva sistemata subito sopra la testa della mummia).

- Due scrigni canopici, ognuno diviso in quattro scomparti, in cui erano i quattro vasi canopici contenenti le viscere del morto.

- Molti ushabti in teche di legno.

- II bastone e il manico della frusta di Yuva.

- II manico del sistro di Tuya, uno strumento tintinnante o sonaglio usato specialmente duranti i riti di Iside, moglie di Osiride, il dio dei morti, come pure nel culto di Aten, dio della nuova religione, ad Amarna.

- Vasi di alabastro.

- Finti vasi in legno.

- Una statua di legno con un testo tratto dal Libro dei Morti, un' apologia della vita del defunto che, fra le altre cose, comprendeva scongiuri per assisterlo nel suo viaggio attraverso il regno sotterraneo dei morti.

- Tre magnifiche sedie di legno di differente misura, appartenenti a Sitamun.

- Un portagioie di Amenhotep III.

- Due letti.

- Uno scrigno appartenente ad Amenhotep III e a Tiye, la sua regina.

- Un vaso di alabastro appartenente al re e alla regina.

- Un tubetto di kajal - il kajal era un tipo di cosmetico -  con su inciso il nome di Amenhotep III.

- Vasellame.

- Sigilli di terracotta, che si pensa recassero il nome di Ramses III, fissato su un telo di lino.

- La collana di Yuya composta di grani d'oro e lapislazzuli.

- Articoli da toletta di vario genere.

- Un'ingente provvista di carne mummificata, sempre intesa a sostenere il defunto durante il suo viaggio attraverso l'oltretomba.

- Un canestro per parrucca in papiro, oltre a una parrucca, probabilmente di capelli veri.

- Paia di sandali di due diverse misure, di lunghezza che variava dai 18 ai 30 cm.
- Un papiro, lungo una ventina di metri, contenente capitoli del Libro dei Morti.

- Un cocchio in perfette condizioni: all'epoca il secondo cocchio sopravvissuto dall'antico Egitto ritrovato.

Fino alla scoperta della tomba di Tut'ankhamon, diciassette anni più tardi, la tomba di Yuya rimase la sola a essere stata ritrovata in Egitto pressoché intatta.


Fonte: Fonte: srs di Ahmed Osman; da “I Faraoni ebrei dell’antico Egitto”

venerdì 15 maggio 2009

Yuya lista dei titoli




Come già abbiamo visto, Yuya  è l'unica persona a noi nota dall'epoca dei Re hyksos in poi che porti Il titolo it ntr n nb tawi - il sacro padre del Signore delle Due Terre (faraone), lo stesso titolo rivendicato da Giuseppe,  ed è l'unico sebbene all'apparenza non di sangue reale a essere stato trovato sepolto nella Valle dei Re e non nella Valle dei Nobili, vicino al villaggio di Sheikh AbdeI Koma. 
Inoltre, a differenza delle tombe degli altri nobili, quella di Yuya non era ne decorata ne iscritta; il suo nome rinvenuto sul sarcofago, sulle tre bare e su altri pezzi dell’arredo funerario non è egizio, e prima di allora non era mai stato trovato in Egitto. 
A differenza delle orecchie della maggior parte delle mummie reali nel Nuovo Regno, quelle di Yuya non erano forate; la posizione delle mani, con i palmi rivolti al collo appena sotto il mento, è diversa dalla solita posizione di Osiride in cui le mani del defunto sono incrociate sul petto. 
Yuya, per quanto ne sappiamo, è l'unica mummia egizia a esser stata ritrovata con le mani in questa postura.

Yuya recava un'impressionante lista di titoli oltre a quello di "Santo padre del Signore delle Due Terre":
- Padre di Dio, o Santo Padre (questo era un titolo sacerdotale comune che si potrebbe dire corrispondere al "Padre" della Chiesa Cattolica Romana e della Chiesa d'Inghilterra o al "Cappellano" delle forze armate),
- Maestro dei Cavalli.
- Delegato di Sua Maestà per la Cavalleria,
- Portatore dell'anello del Re del Basso Egitto,
- Portatore del Sigillo del Re del Basso Egitto
- Conte e Nobile Ereditario,
- Sorvegliante del bestiame di Min, Signore di Akhmim,
- Sorvegliante del Bestiame di Amun.
- Favorito del Dio Buono (Faraone),
- Confidente del Re,
- Confidente del Dio Buono,
- Bocca del Re dell'Alto Egitto,
- Orecchie del Re del Basso Egitto,
- Profeta del Dio Min.
- Solo Amico (Unico Amico),
- Primo fra gli Amici,
- Principe,
- Grande Principe,
- Ricco di Amore.
- Ricco di Favori alla Corte del Re,
- Ricco di Favori durante il Regno del suo Signore,
- Meritevole di Amore Duraturo sotto il suo Signore,
- Beneamato del Re dell'Alto Egitto,
- Beneamato del Re del Basso Egitto,
- Beneamato del Signore delle Due Terre,
- Beneamato di Dio.
- Possessore della Benevolenza sotto il Signore delle Due Terre,
- Lodato del Dio Buono.
- Lodato del suo Dio,
- Lodato del suo Signore,
- Lodato del suo Signore Amun,
- Lodato del Re,
- Lodato del Signore delle Due Terre,
- Il Lodato emerso dal Corpo Lodato,
- Colui che il Re del Basso Egitto ha reso ricco,
- Colui che il Re del Basso Egitto ha reso grande,
- Colui che il Signore Onnipotente ha reso grande,
- Primo tra i Compagni del Re,
- Colui che è Saggio,
- Colui che il Re ha reso Grande e Saggio, che il Re ha fatto il suo Doppio.



Fonte: srs di Ahmed Osman; da “I Faraoni ebrei dell’antico Egitto”

giovedì 14 maggio 2009

Straniero nella Valle dei Re - I faraoni ebrei dell’antico Egitto




di Ahmed Osman

Piu volte il sangue dei patriarchi di Israele si è mescolato con quello delle dinastie dei Faraoni

Quando capii che ero sul punto di risolvere un problema cui molti studiosi avevano invano consacrato le loro menti per più di un secolo, mi sembrò quasi un'ispirazione improvvisa, un inatteso istante di rivelazione. 
Si trattava di stabilire con certezza se uno dei principali personaggi biblici corrispondeva ad un'importante figura storica egizia. È un enigma cui ho dedicato 25 anni della mia vita. Fra l'altro, per compiere questa ricerca ho lasciato la mia terra natia, l'Egitto, e mi sono trasferito a Londra, allettato dalle migliori strutture che il Regno Unito offre per svolgere studi biblici e storici. 
Una fredda notte di quindici anni fa, non riuscendo a dormire, mi alzai dal letto, mi preparai del tè e mi accomodai davanti al caminetto per leggere, come facevo spesso, le storie della Bibbia. L'aprii nel punto del Libro della Genesi in cui è narrata la vita di Giuseppe il Patriarca. 
Nella Bibbia e nel Corano si afferma che il Patriarca Giuseppe fu venduto come schiavo in Egitto. Furono i suoi stessi fratelli a cederlo ad una carovana di mercanti, perché erano gelosi del fatto che Giuseppe fosse il figlio prediletto del loro padre Giacobbe. Un ufficiale egizio comprò il giovane ragazzo ebreo e lo nominò sovrintendente della sua casa ma, qualche tempo dopo, la padrona lo accusò ingiustamente di aver tentato di sedurla e Giuseppe fu mandato in prigione. Due anni più tardi, Giuseppe fu rimesso in libertà grazie al faraone che, a sua volta, lo nominò proprio ministro quando Giuseppe riuscì ad interpretare correttamente un suo sogno premonitore.

Padre del Faraone

A causa di una carestia nella terra di Canaan, i fratelli di Giuseppe si recarono in Egitto per acquistare del grano. Giuseppe riconobbe i figli di Giacobbe, quando arrivarono, ma loro non lo riconobbero, poiché oltre a mantenere segreta la sua identità egli si presentò abbigliato come un egiziano. La carestia a Canaan si protrasse a lungo e spinse i fratellastri di Giuseppe a tornare una seconda volta in Egitto. In quell'occasione, Giuseppe li invitò per un pasto a casa sua e, in un momento di grande commozione, svelò ai propri fratelli la sua vera identità. Questi ultimi si vergognarono di quello che avevano fatto, di averlo venduto come schiavo, ma lui disse loro di non sentirsi in colpa: "Perché Dio mi ha mandato davanti a voi per preservare la vita ed Egli mi ha reso padre del Faraone". 
"Padre del Faraone": fu quest'affermazione che mi turbò, quella notte. Ai funzionari egizi veniva solitamente dato il titolo di "Figlio del Faraone" ma "Padre del Faraone" era un titolo raro e solo poche persone potevano fregiarsene. 
Immediatamente mi venne in mente il nome di Yuya. 
Yuya fu ministro e comandante delle armate su cocchio del faraone Amenothep III (c.ca 1405 - 1367 a.C.) della XVIII dinastia. Fra i suoi vari titoli, Yuya ne aveva uno che apparteneva solo a lui "it ntr n nb tawi" ovvero "sacro padre del Signore delle Due Terre", il titolo formale del faraone. 
Il motivo per cui Yuya ricevette questo titolo eccezionale fu che il re Amenothep III sposò sua figlia Tiye, che ne divenne la consorte più illustre, la Regina d'Egitto. Per questa stessa ragione Yuya divenne il nonno, per parte materna, del re monoteista Akhenaton. 
Giuseppe il Patriarca e Yuya il Vizir sono gli unici cui sia stato applicato questo potente titolo: "Padre del Faraone". Potevano essere la stessa persona?

Un ebreo nella Valle dei Re

La tomba di Yuya e di sua moglie Tuya fu scoperta nel 1905, tre anni dopo che Theodore M. Davis aveva ottenuto la concessione per condurre degli scavi nella Valle dei Re. Il luogo in cui si trovava la tomba (l'unico sepolcro egiziano trovato pressoché intatto, almeno fino alla scoperta della tomba di Tutankhamon, avvenuta diciassette anni più tardi) causò non poco stupore. Davis fornì il denaro, mentre l'effettivo lavoro di scavo fu compiuto da archeologi britannici. Nella Valle dei Re si trova una stretta vallata laterale, lunga circa 800 metri, che conduce sulla cima del monte. Nel 1904, otto giorni prima di Natale, James Quibell iniziò ad esaminare questa valle laterale. Un mese più tardi decise di far spostare nuovamente gli operai all'imboccatura della vallata: entro il 1° di febbraio avevano già riportato alla luce la sommità di una porta sigillata che chiudeva una scalinata e, nel giro di alcuni giorni, Davis ed il suo gruppo furono in grado di entrare nella tomba, nella quale trovarono i sarcofagi e le mummie di Yuya e di sua moglie Tuya. Sebbene sia Yuya che sua moglie fossero personaggi noti nella storia egiziana, non erano considerati particolarmente importanti dagli studiosi. E, per quanto se ne sapeva, nessuno di loro aveva sangue reale, come sarebbe stato logico aspettarsi, dato che godevano del privilegio di una sepoltura nella Valle dei Re. Per quale motivo dei nobili avevano potuto godere del privilegio riservato solo ai faraoni?
Le prove che, infine, riuscii a trovare mi convinsero che Giuseppe, il figlio di Giacobbe, e Yuya, il ministro egiziano, erano la stessa persona.
Oltre a condividere l'eccezionale titolo di "Padre del Faraone", sia Giuseppe che Yuya erano stranieri in Egitto. Molti studiosi hanno fatto commenti sull'aspetto straniero di Yuya. Ad esempio, Arthur Wigall, uno degli archeologi coinvolti nella scoperta della tomba di Yuya, scrisse: "Fu una persona di grande autorevolezza...ha il volto di un ecclesiastico e qualcosa nell'aspetto della sua bocca mi ricorda l'espressione di Papa Leone III". Henry Naville, l'egittologo svizzero, espresse l'opinione che: "il profilo molto aquilino di Yuya poteva essere semita". Anche le difficoltà incontrate dagli scribi per vergare il suo nome supportano l'origine straniera di Yuya. Sul suo sarcofago, sulle tre bare e sul resto del corredo funebre si trovarono 11 differenti modi di scrivere il suo nome. 
I nomi egiziani, solitamente, indicavano il nome della divinità sotto la cui protezione era stata posta la persona: Ra-mos, Ptah-hotep, Tutankh-amon e così via. Sembra, quindi, che gli Egizi gli abbiano dato un nome derivato da quello del suo Dio, Yhwh (Jehovah) ed è ciò che gli scribi tentarono di scrivere, in diverse versioni ortografiche che comprendevano: Ya-a, Yi-ja e Yu-i. Anche il modo in cui Yuya fu sepolto indica che non si trattava di un Egiziano. Le sue orecchie non erano forate - a differenza di quelle della maggior parte delle mummie della XVIII dinastia, l'epoca in cui Yuya rese servizio, prima sotto Tuthmosis IV e poi sotto suo figlio, Amenothep III - e la posizione delle sue mani, rivolte verso il collo, sotto il mento, è diversa dal tradizionale "atteggiamento di Osiride", nel quale le mani del morto sono incrociate sopra il petto.
Grafton Elliot Smith, l'anatomo-patologo britannico che esaminò la mummia di Yuya nel 1905, sollevò la questione del suo aspetto non egiziano. Nel suo rapporto Smith scrisse: "Il suo volto è relativamente corto ed ellittico…il naso è prominente, aquilino e sollevato…le labbra sembrano piuttosto piene. La mandibola è moderatamente squadrata…quando siamo giunti ad indagare sui caratteri razziali del corpo di Yuya, abbiamo trovato molto poco cui appigliarci quale chiara indicazione delle sue origini ed affinità…la forma del volto (e soprattutto del naso) sono del genere che si trova più comunemente in Europa, piuttosto che in Egitto". 
Il re diede a Giuseppe anche una moglie egizia ed un nome egiziano, il primo elemento del quale è "sef". 
Manetho, uno storico egizio che durante il III secolo a.C. scrisse la storia del suo paese per Tolomeo I, menziona il fatto che uno dei ministri di Amenothep III si chiamava proprio "Sef". Sembra che il nome "Jo-Sef" o "Yo-Sef", in ebraico, e "Yu-Sef", in arabo, fosse composto da due elementi: l'ebraico "Yu", che è un'abbreviazione di Yahweh, e l'egiziano "Sef".

Oggetti nella tomba 

Nel resoconto biblico su Giuseppe il Patriarca si narra che, quando fu nominato ministro, egli ricevette tre oggetti dal faraone, quali insegne del suo incarico: un anello, una catena d'oro ed un cocchio. Nella tomba di Yuya sono stati trovati anche questi tre oggetti. L'anello reale, in verità, era scomparso dalla tomba di Yuya, ma rimangono prove scritte che dimostrano che Yuya era il possessore dell'anello del re. Questo si evince chiaramente dai titoli di Yuya: "possessore del sigillo del re del Basso Egitto" e "possessore dell'anello del re del Basso Egitto". Un altro ritrovamento significativo avvenuto nella tomba è quello di una catena d'oro caduta all'interno del sarcofago di Yuya, sotto la testa della mummia, quando i ladri tagliarono il filo che la teneva ferma al suo posto. Nella tomba è stato scoperto anche un piccolo cocchio.
Riguardo la morte e la sepoltura di Giuseppe, il Libro della Genesi riferisce che morì all'età di 110 anni: "Lo imbalsamarono e lo posero in un sarcofago, in Egitto". 
A partire dal 1865, però, quando lo studioso britannico Charles W. Goodwin suggerì che l'età di Giuseppe indicata dal narratore biblico non era reale ma rispecchiava semplicemente una tradizione egiziana, questa idea si è consolidata sempre più fra gli egittologi. 
Sir Grafton Elliott Smith, l'anatomo-patologo che esaminò la mummia di Yuya dopo il suo ritrovamento, scrisse nel suo rapporto che Yuya non aveva meno di sessant'anni, al momento della sua morte. Smith non era in grado, basandosi solo sull'aspetto del volto, di giudicare l'età esatta ma Henry Naville, che tradusse la copia di Yuya del "Libro dei Morti", scrisse nel suo successivo commento che: "…l'artista intendeva indicare che, quando morì, Iouiya (Yuya) era un uomo molto anziano, quindi lo descrisse così". 
Tali apparenti discrepanze riguardo l'età si spiegano facilmente. Poiché all'epoca la durata media della vita era di soli 35 anni, gli antichi Egizi ritenevano che un'età avanzata fosse segno di saggezza e coloro che raggiungevano un'età avanzata erano considerati delle persone sacre. 
Sia Giuseppe che Yuya erano considerati saggi dal faraone. Di Giuseppe egli disse: "Nessuno è discreto e saggio quanto te". Yuya è descritto nel suo papiro funebre come "L'unico saggio che ami il suo Dio". 
Tradizionalmente, l'età che gli Egizi attribuivano agli uomini che vivevano abbastanza da divenire saggi era di 110 anni, indipendentemente dalla loro età effettiva (un'età legata al valore simbolico del numero 11, sinonimo di Forza e Saggezza N.d.R.). Anche di Amenhotep, figlio di Habu, un mago egizio del tempo di Yuya, si disse che era vissuto fino all'età di 110 anni, sebbene le più recenti informazioni in nostro possesso gli assegnino un'età di circa 80 anni.

La città dalle molte porte 

Non è unicamente il confronto tra il racconto della vita di Giuseppe il Patriarca contenuto nell'Antico Testamento e gli annali storici egiziani ad indicare che Giuseppe e Yuya erano la stessa persona. Secondo il Corano, prima del loro secondo viaggio in Egitto i fratellastri di Giuseppe ricevettero un consiglio da loro padre Giacobbe: "Oh, figli miei! Non entrate tutti dalla medesima porta: entrate da porte differenti…"
Questo consiglio indica che la città che visitarono nelle loro missioni commerciali aveva molte porte e quindi poteva essere Menfi, la sede della residenza reale a sud delle piramidi di Giza, oppure Tebe, sulla sponda orientale del Nilo. 
Nelle tradizioni ebraiche troviamo la stessa storia: "I suoi fratelli, temendo l'occhio malvagio, entrarono in città da dieci diverse porte" (Midrash Bereshith Rabbah 89). Poiché è scritto che Giacobbe espresse la sua preoccupazione prima che i suoi figli partissero per la loro seconda missione, è ragionevole supporre che egli sentì parlare delle caratteristiche di Tebe in occasione del ritorno dal loro primo viaggio. 
Tebe era nota in tutto il mondo antico come "la città dalle molte porte" ed il poeta greco Omero la menzionò, intorno all'VIII secolo a.C. chiamandola "la città dalle cento porte". Questi non erano riferimenti a porte che si aprivano su di una profusione di mura intorno alla città, bensì agli ingressi dei suoi molti templi e palazzi. 

L'epoca di Yuya e Giuseppe 

Poiché il nome del faraone che scelse Giuseppe come suo ministro non è riportato nei libri sacri, gli studiosi hanno cercato altri dettagli nella storia di Giuseppe, per tentare di stabilire l'epoca dei fatti. Essi notarono che i "cocchi" erano nominati tre volte nel Libro della Genesi: quando lo nominò suo ministro, il faraone regalò a Giuseppe un cocchio. Poi, Giuseppe usò un cocchio per uscire ad accogliere suo padre Giacobbe ed il resto della tribù d'Israele, quando arrivarono in Egitto. Infine, quando gli Ebrei andarono a seppellire il loro padre Giacobbe a Canaan, Giuseppe prese con sé "sia cocchi sia cavalieri". Il resoconto biblico della nomina di Giuseppe al suo alto incarico afferma che il faraone gli fornì un altro cocchio da corsa. Ciò suggerisce che egli fosse responsabile delle armate su cocchio, un'idea supportata anche dal ritrovamento del cocchio custodito nella tomba di Yuya. 
Nell'antico Egitto, come altrove, era usanza collocare nella tomba oggetti che avevano avuto un significato speciale nella vita della persona deceduta. I primi archeologi, tuttavia, furono tratti in inganno quando tentarono di stabilire l'epoca in cui visse Giuseppe, alla luce di questa nuova informazione. 
Fino a dieci o vent'anni or sono, infatti, si credeva che i primi ad introdurre l'uso del cocchio in Egitto fossero stati i sovrani Hyksos, i quali governarono l'Egitto per circa un secolo e mezzo, prima che i reggenti della XVIII dinastia li scacciassero. Poiché gli Hyksos stessi erano di origine canaanita, risultò ovvio collocare Giuseppe l'ebreo nel periodo del loro dominio in Egitto. Tuttavia, ormai sono stati condotti degli scavi in tutti gli insediamenti Hyksos presenti sul delta orientale del Nilo ed in nessuno di essi sono stati trovati resti di cocchi né, tantomeno, riferimenti scritti o disegnati ad essi. Pertanto, è oggi un fatto generalmente accreditato che furono proprio i re egiziani della XVIII dinastia i primi ad introdurre l'uso del cocchio. 
Si è anche stabilito che fu solo verso la fine della XVIII dinastia, l'epoca in cui visse Yuya, che le armate su cocchio furono considerate come una milizia separata e distinta dalla fanteria e Yuya, in qualità di primo ministro di Amenhotep III, è la prima persona a noi nota che ricevette i titoli di Deputato di sua Maestà per le Armate su Cocchio, oltre che Ufficiale della Cavalleria.

Una mummia incompresa

L'identificazione di Yuya con il Giuseppe biblico ci permette una serie di considerazioni. Nel Libro della Genesi, l'ultima parte della storia di Giuseppe afferma che quando Giuseppe morì: "lo imbalsamarono e fu collocato in un sarcofago in Egitto". 
Basta guardare la mummia di Yuya, ora conservata nel Museo del Cairo, per convincersi che si tratta proprio della mummia di Giuseppe. Stabilire che Yuya era effettivamente Giuseppe il Patriarca e sapere esattamente in che periodo visse ha portato all'identificazione di una schiera di altri personaggi biblici quali personaggi storici egizi, compreso David, dalla cui casata sarebbero nati il Messia promesso, Salomone, Mosè ed il vero fondatore delle dodici tribù d'Israele. 
L'Antico Testamento ci fornisce due versioni contrastanti sulla durata del soggiorno ebraico in Egitto: quattrocento anni o quattro generazioni. Quale di queste sia quella esatta è stato argomento di considerevole dibattito tra gli studiosi. Tuttavia, una volta chiarita l'identità di Yuya e di queste altre figure storiche, è divenuto evidente che la durata esatta del soggiorno in Egitto fu di quattro generazioni, cioè non più di cento anni. 
Se il Visir Yuya ed il biblico Giuseppe dalla veste multicolore, come credo e affermo nel mio libro "Stranger in the Valley of the Kings" (Freethought Press, 1987 - che verrà presto pubblicato in Italia dalla Newton & Compton), sono davvero la medesima persona, ciò getta nuova luce sull'improvvisa comparsa del monoteismo in Egitto durante il regno della regina Tiye e di suo figlio Akhenaton. 
In quest'ultimo secolo, dal momento della scoperta della sua tomba, il personaggio di Yuya è stato, in gran parte, dimenticato. Oggi la sua mummia, la cui importanza storica e religiosa è assolutamente incompresa, giace nascosta in una solitaria cassa di legno fuori dalla vista dei visitatori, in un angolo del primo piano del Museo del Cairo, paradossalmente dominato dalla colossale statua di sua figlia Tiye che siede accanto al faraone Amenhotep III. Io gli ho fatto visita, in una sorta di simbolico pellegrinaggio, non appena mi sono convinto di averlo correttamente identificato come il biblico Giuseppe il Patriarca, che ebbe un ruolo essenziale nel condurre gli Ebrei da Canaan fino a stabilirsi in Egitto.

Fonte: srs di Ahmed Osman,  da  I faraoni ebrei dell’antico Egitto

mercoledì 13 maggio 2009

Verona: Spunta una nuova porta della città romana


La posterla romana

VERONA — Riaffiorano i «segreti» storici negli scantinati di Casa De Stefani, sede un tempo di una casa farmaceutica, posta tra via Leoncino, dove dà la facciata principale, e vicolo Sant’Andrea. Un palazzo  monumento, dove si racchiude una storia che va dall’età romana fino al ‘900.

Da tre anni si scava nelle cantine perché ciò che sta emergendo è una postierla romana, ovvero una porta secondaria di accesso alla città. «Ne abbiamo trovate altre tre nella cinta municipale di Verona ­spiega Giuliana Cavalieri Manasse, direttore del nucleo operativo di Verona della Soprintendenza Archeologica del Veneto - una in corte Farina, una in via Mazzini e una in via San Cosimo, ma nessuna così ben conservata».

Lo studio è ancora in corso, ma Giuliana Cavalieri Manasse spiega l’importanza del ritrovamento: una porta che dapprima sembrava solo un accesso pedonale alla città, ma che con l’avanzare dei lavori si è rivelata ben più complessa, con due fornici laterali più piccoli riservati ai pedoni e un grande fornice centrale di tre metri di ampiezza adatto al passaggio dei carri. A base quadrata, si alzava come una torre tra le mura. Struttura che si intravede ancora nel­la sagoma del palazzo. Il fornice centrale è posto a cavallo di un cardo il cui basolato è ancora perfettamente conservato. Lungo il perimetro murario che correva sulla traiettoria di via Leoncino, la porta era la prima uscita dalla città verso la campagna alla destra della ben più monumentale Porta Leoni.

Un ritrovamento, quello della porta a tre archi, che si colloca tra i tanti che lo Stato non riesce a finanziare e che Stato ed Enti Locali non hanno le risorse per valorizzare. Dopo i primi contributi allo scavo dello Stato, le indagini archeologiche sono state finanziate dai proprietari dell’edificio, che commentano: «Se qualcuno ama definire questi resti solo quattro sassi, e preferirebbe buttarli in padella, la nostra famiglia, anche chi non è direttamente implicato nella proprietà, ha preferito investire, non solo economicamente, per salvaguardare questi ritrovamenti ». Si ma poi qual è il destino per questi tesori sommersi?

Giuliana Cavalieri Manasse ha intascato quest’anno zero euro dal ministero per l’archeologia veronese e nutre poche speranze sui fondi richiesti per la realizzazione del Museo Archeologico a San Tomaso, nel quale dovrebbe trovare valorizzazione il lavoro di scavo e soprattutto di ricostruzione del Campidoglio durato più di vent’anni e presentato proprio ieri.
I lavori vanno avanti grazie al sostegno della Fondazione Cariverona o,  in rari casi, di privati illuminati.

E il Comune, che dalla valorizzazione di questi tesori potrebbe trarre grande giovamento?

«E’ doveroso e auspicabile ­ dice l’assessore ai Lavori Pubblici Vittorio Di Dio che sostiene l’ipotesi di creare un museo della Verona sotterranea ­ che il Comune recuperi risorse e collabori in maniera continuativa con la Soprintendenza per la valorizzazione delle aree di scavo e per altri progetti di musealizzazione dei resti recuperati. Con quanto si è trovato sotto l’Arena, sotto corte Sgarzerie e in altre zone di Verona si può costruire un circuito di grande valore e di grande attrattiva turistica. Sarà mio impegno organizzare un incontro su questi temi ap­pena possibile».

Fonte: srs di Camilla Bertoni; Corriere del Veneto 29/04/2009

Cancellate la Storia Veneta




Nel 2005 mi è passato tra le mani questa dispensa scolastica elaborata in una scuola del Friuli, nella quale uno dei consigli didattici era:
“E’ opportuno inoltre chiarire con i ragazzi che i primi interventi romani in questa regione risalgono a prima dell’epoca augustea (III sec. a.C.) e che i romani non sono stati i primi ad abitare la regione, anche se non è opportuno approfondire la complessa questione degli insediamenti preromani e delle popolazioni che qui si erano insediati.

Pedagogia  da  invasori occupanti.

Giazza di Verona, Malga Selle: l’ultima malga del prete affarista




Malga Selle è rimasta la sola a Giazza dove si pratica l’alpeggio.  La donò alla comunità un sacerdote giudicato avaro in vita, ma che si mostrò generoso. 

«Uomo piccolo, intelligente. Una giacchetta bruna gettata sulle spalle; ci rispondeva con la schiena rivolta al focolare. Lo pregai di scrivermi in cimbro sul mio libro il suo nome. Ma quello non scrisse Domenico Gugole, come gli altri lo chiamavano, bensì:  “I pi gabest inz haus vum Priastar vum Gliezen un ist der earste un keume Pfafe Rountsch”  (Sono stato nella casa del prete di Giazza ed è il primo, ed è chiamato il parroco storpio)». 
Così Johann Andreas Schmeller, germanista dell’università di Monaco di Baviera scriveva sul suo diario di viaggio il 10 ottobre 1833. 

Era stato il suo primo incontro con don Domenico Gugole, primo parroco di Giazza. 
Lo incontrerà di nuovo 9 anni dopo, il 30 settembre 1844, quando il prete aveva già 85 anni (ne sopravvisse ancora 4). Sempre scorbutico: 
«Non mi diede molta udienza perché doveva dire l’officio (il breviario) cioè pregare. Questo anziano signore prega e vive nella cucina della casa di sua proprietà. È diventato per via dei mulini, dei forni di calce, di un maglio e di altre simili attività, e poi con la speculazione sui titoli, uno dei più ricchi possidenti del Veronese; però cammina tutto curvo, ma va ancora a piedi, non solo fino a Tregnago, ma fino a Verona, raccoglie da terra ogni briciola e vive come uno dei più poveri del suo Comune».


È qui in sintesi la vita di don Gugole, primo parroco di Giaza, che per sua insistenza divenne autonoma, fino al 1837. 
I compaesani per giustificare il suo straordinario fiuto per gli affari dicevano che nella Mineraltal di Giazza estraeva l’oro. In realtà don Domenico scavava barite, cristalli biancastri o di varie tonalità impiegati nell’industria ceramica, degli inchiostri e in varie preparazioni chimiche.

 Partiva con il suo asino e scendeva lungo tutta la Val d’Illasi, fino a Verona, commerciando minerali, formaggio, burro, selvaggina, attrezzi di ferro realizzati con le fucine e i magli mossi dall’acqua dei torrenti Revolto e Fraselle. 
Tornava a Giazza con zucchero, sale, tabacco: si dice che avesse praticato anche il contrabbando con Ala. Per sé non spendeva nulla e accumulava acquistando case e terreni: Le Selle coi suoi boschi, Malga Fraselle con tutte le sue proprietà, Malga Vazzo di Velo con le sue immense estensioni pascolive di ben 375 campi veronesi. 
Era guardato con sospetto il prete che accumulava e teneva stretto, ma la gente imparò anche a volergli bene, perché difendeva i suoi parrocchiani.


In un processo alla Pretura di Tregnago del 1838 per quattro boscaioli abusivi di Giazza, il Comune scrisse al commissario ammettendo che gli episodi di taglio abusivo nei propri boschi si ripetevano perché 
«l’intrigante don Domenico Gugole, ex parroco di Giazza, conosciuto per tale da tutti, è quello che suscitò sempre e continuamente suscita quel popolo alle rivoluzioni; e per sua cagione ebbe sempre il Comune delle molestie, dei disturbi e dei tanti inutili nauseati carteggi».


Usò la sua prerogativa di rilasciare certificati di «moralità» e «miserabilità» per proteggere i boscaioli di Giazza che venivano sorpresi a tagliare legna abusivamente nei boschi comunali. 
Per questo il governo austriaco nel 1844 invitava Comuni e parroci «ad essere cauti e guardinghi nel rilasciare certificati di miserabilità ai contravventori forestali». 

Negli ultimi anni di vita, come attesta la visita di Schmeller, don Domenico ha rivolto gli occhi più al cielo che ai beni terreni. 
Mirabile il suo testamento, redatto il 21 gennaio 1847, un anno e mezzo prima della morte che lo colse il 19 agosto 1848, a 89 anni. 

«Seriamente riflettendo sulla fragilità della presente vita e alla certezza della morte…a quiete della mia coscienza e ad evitare questioni fra pretendenti, dispongo»: alla parrocchia di Giazza la Montagna di Durlo (Fraselle di sopra); le proprietà di Malga Vazzo per mantenere in seminario uno o più giovani che aspirino a diventare sacerdoti; il ricavato delle rendite dei terreni delle Selle per metà in assistenza ai poveri infermi di Giazza e per metà ad aumentare la dote delle ragazze del paese che si vogliono sposare; le proprietà di contrada Gauli, dov’era nato, per l’olio e la cera destinati alla chiesa di Giazza, oltre a diversi capitali in ducati e lire austriache e la casa in paese, col mulino, distribuiti ai parenti. 

I legati testamentari del «pfaffe runc’» sono ancora oggi in vita, secondo le sue volontà: circa 10mila euro all’anno arrivano dall’affitto di Malga Vazzo e si stima in 140mila euro il capitale liquido a disposizione, oltre al valore degli immobili passati nella proprietà della curia diocesana.


Fonte: srs di Vittorio Zambaldo; L’Arena di Verona di martedì 21 ottobre 2008 altro pag. 30