venerdì 4 dicembre 2015

STORIA VENETA – 114: 1631 - ARRIVA UNA NUOVA, TREMENDA EPIDEMIA. SI COSTRUISCE IL TEMPIO DELLA SALUTE

Dal testo di Francesco Zanotto


"La mattina del dì 25 marzo 1631 era stata stabilita per collocare la prima pietra; ma ciò non potè mandarsi ad effetto, attesa la grave indisposizione del Doge, che dovea in principalità compier quell' atto. Ebbe luogo, in questa vece, il primo giorno dell' aprile susseguente. Ne compì il sacro rito il patriarca Giovanni Tiepolo, e poscia il  consigliere decano, appellato talvolta vice-doge, Giulio Giustiniani, collocò la pietra benedetta, a base del fondamento, e con essa vi gettò undici medaglie coniate espressamente per quella circostanza: dieci d'argento e una d'oro. Rappresentavano, nel loro dritto, la Vergine in gloria col divin Paracleto ... ".


ANNNO 1631


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


La peste del 1631 (quella descritta pure  dal Manzoni)  arriva anche a Venezia e come sempre è strage. L'eccezionale durata dell'epidemia spinge i veneziani ad erigere un tempio alla Vergine ..


LA SCHEDA STORICA  - 114


Che il clima della Venezia del Seicento non fosse sereno, lo si può dedurre da più di un episodio, non ultimo, e forse solo il più eclatante, quello di Antonio Foscarini.
Sospetti, denunce anonime, calunniatori, spie, la città sembrava imbrigliata in una rete che, paradossalmente però, garantiva una certa sicurezza e stabilità all'interno.
Non così all'esterno, invece, dove l'attenzione di Venezia veniva richiamata ancora una volta per motivi, alla superficie, apparentemente nebulosi.
Pochi giorni prima della  fine del 1627, moriva a Mantova il duca Vincenzo II Gonzaga, senza lasciare eredi maschi. Il duca, tuttavia, prima di morire, aveva indicato nel cugino Carlo Gonzaga-Nevers il suo erede. Contro questa prospettiva, di vedere cioè un francese sedersi sul trono di uno dei ducati italiani, reagì  prontamente la Spagna, impegnata proprio contro la Francia nella estenuante guerra dei Trent'anni.
Venne così opposto a Carlo un contro erede spagnolo, Ferrante II duca di Guastalla, appartenente ad un ramo collaterale dei Gonzaga.  
A complicare ulteriormente la delicata ed esplosiva situazione dinastica si aggiunsero le sorti del Monferrato. Vincenzo Gonzaga per tenere unito al ducato di Mantova quel territorio, aveva fatto sposare l'erede, Maria, a un esponente dei duchi di Nevers.
Si stavano  così ricreando le premesse per un nuovo scontro in Italia fra le due potenze, Spagna e Francia, scontro a quel punto ormai divenuto inevitabile e che verrà poi chiamato "guerra del Monferrato".  
Ma in tutto questo che faceva Venezia? Certo la città e la sua classe dirigente non potevano stare a guardare.


Un momento delicato per il dominio di terraferma

 La repubblica veneta aveva portato i suoi confini occidentali proprio  fino al ducato di Mantova e l'idea di ritrovarsi come vicino di casa un duca spagnolo, non doveva certo essere cosa tanto gradita al governo ducale (l'eco della recente congiura spagnola di Bedmar era ancora assai vivo!). La situazione, dunque, non offriva molte alternative e così Venezia si schierò prontamente e senza esitazioni con il candidato appoggiato dalla Francia e dal papa, Carlo di Nevers.
Sull'altro fronte, intanto, anche la Spagna aveva racimolato il suo alleato italiano nella persona del duca di Savoia, Carlo Emanuele, che già da tempo aveva appuntato la sua attenzione sulle terre del vicino Monferrato.
Si aggiunsero infine anche gli imperiali e, quando questi presero a muovere contro Mantova, Venezia non poteva più stare solo a guardare.

Il governo ducale inviò prontamente nella città lombarda uomini, denaro e rifornimenti arrivando a spendere ben 638.000 ducati! Tutto fu però inutile. Dopo una durissima sconfitta a Valeggio sul Mincio, Mantova infatti veniva conquistata e saccheggiata dalle truppe imperiali.  Era il 18 luglio del 1630 e nella città che aveva resistito ad un assedio di dieci mesi, infuriava anche la peste.  
La conquista della città da parte dei tedeschi, tuttavia, durò solo pochi mesi. I francesi infatti, riorganizzati, stavano avanzando tanto che nel 1631, il 6 aprile, gli imperiali furono costretti a chiedere e firmare la pace riconoscendo quale nuovo duca di Mantova Carlo di Nevers. Questi entrava finalmente nella "sua" città, o meglio in quella che sembrava essere Mantova. Nove mesi di brutale occupazione da parte dell'esercito tedesco e la violenta pestilenza, avevano ridotto infatti la città allo spettro di sè stessa.
Come se non bastasse, quando l'esercito imperiale lasciò finalmente Mantova, portò con sè oltre al bottino anche il terribile morbo disseminandolo così nell'intera pianura padana. Da qui giunse inesorabile infine anche in laguna.


Ci mancava pure la peste


Venezia doveva ancora recuperare il sensibile calo demografico registrato si in occasione dell'ultima pestilenza quando la nuova ondata portò nella tomba altre 46. 500 vite, senza contare i  35.000 morti delle isole vicine. Venezia si sarebbe ridotta a soli 102.000 abitanti, il minimo storico dal XV secolo.
Di fronte al dilagare del morbo che sembrava inarrestabile, la popolazione e le autorità, impotenti, si rivolsero ancora una volta alla pietà celeste.
Come in precedenza era stata eretta una chiesa (il Redentore) quale ringraziamento per la fine della peste, ora si erigeva un nuovo tempio affinché la peste cessasse, un tempio da dedicare alla Vergine e chiamato significativamente della Salute.
Anche in questa occasione Venezia non badò a spese e volle per l'impresa uno dei massimi architetti del tempo: Baldassarre Longhena.
La prima pietra venne posta dal doge Nicolò Contarini, malgrado le gravi condizioni di salute in cui versava da tempo. Era il I°  aprile del 1631 quando il doge si recò sul posto prescelto per l'edificazione del nuovo tempio, proprio all'imboccatura del Canal Grande sul luogo dell'antico Ospizio della Trinità.
Per Contarini sarebbe stato l'ultimo gesto per la sua città. Moriva infatti il giorno dopo alle sette del mattino.
Alle casse dello stato la chiesa costò ben 400.000 ducati, una somma generosamente sborsata nella speranza che il morbo finalmente si placasse. E coincidenza o fatalità, la peste che fino ad allora aveva infuriato in laguna, prese a scemare progressivamente per tutta l'estate fino a quando il 28 novembre la città venne ufficialmente dichiarata libera dalla peste.
La costruzione del tempio, che era proseguita inevitabilmente a rilento, era solo agli inizi. Dovevano passare anzi ancora molti decenni prima che la chiesa venisse consegnata alla sua città.  Ciò avvenne nel 1687. Allora molti di coloro che ne avevano visto l'inizio non c'erano già più e la terribile pestilenza che aveva sconvolto la città era ormai poco più di un brutto ricordo.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI




giovedì 3 dicembre 2015

STORIA VENETA – 113: 1622 - ANTONIO FOSCARINI VITTIMA DEL "TERRORE" . IL SENATORE PREFERISCE TACERE



Dal testo di Francesco Zanotto


"A tali strette ridotto, e ben vedendo il Foscarini esser divenuta necessità il sottoporsi volontario alla morte, piegava la fronte, generoso, a tanta necessità, anzichè palesare il nome della donna visitata da lui ogni notte. Quindi tradotto innanzi agli inquisitori di Stato, negava risolutamente di essere reo dell'imputatogli delitto, e nel medesimo tempo non si giustificava offrendo pruove contrarie alla ingiuriosa calunnia.  Per lo che viemaggiormente accrescendo il sospetto compilavasi a cura degli inquisitori medesimi il processo, ed in seguito a questo venia giudicato dai X, dal doge e da suoi consiglieri."


ANNO 1622


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Congiure dall'esterno arrivano fino al cuore della città, ardono pure le controversie religiose con il Papa.  Venezia si sente giustamente minacciata ma reagisce con scarsa lucidità, più con la paura e le facili sentenze ...


LA SCHEDA STORICA  - 113


Venezia aveva rischiato veramente grosso con la congiura spagnola di Bedmar. Se non fosse stato per lo zelante Balthasar Juven la repubblica sarebbe probabilmente scomparsa dalla faccia della terra. Per una volta l'efficiente rete d'informatori ufficiali non aveva funzionato a dovere.  
In conseguenza di ciò le misure di sicurezza si rafforzarono ulteriormente.  Nella città lagunare dopo lo scampato pericolo si intensificarono le azioni di spionaggio e di controllo vietando ai veneziani ogni contatto segreto con persone straniere. L'ulteriore irrigidimento delle autorità, tuttavia, non poteva che portare con sè anche dei rischi, fra i quali il più pericoloso era senza alcun dubbio la perdita di ogni lucidità e serenità di giudizio.
E così, immancabili, arrivarono le prime vittime del nuovo clima "poliziesco", vittime comuni, ma anche eccellenti personaggi come il senatore Antonio Foscarini.
Costui, figlio di Niccolò, apparteneva a una delle più note famiglie nobili veneziane.  Come spesso accadeva per questi aristocratici, Antonio aveva iniziato molto giovane una brillante carriera politica e diplomatica al servizio della repubblica che lo portò a rivestire l'alta carica di ambasciatore presso il re francese Enrico IV e, successivamente, presso la corte d'Inghilterra dove aveva  particolarmente e positivamente colpito il re Giacomo I Stuart.
Ma quello del Foscarini sembrava già allora un destino segnato. Durante la sua ambasceria in Inghilterra, infatti, in alcuni ambienti si tentò di screditarlo, evidentemente stava suscitando non poche gelosie ed invidie. Le accuse di tradimento mosse al Foscarini dal suo stesso segretario nel 1618 vennero fortunatamente smentite e il Consiglio dei Dieci lo prosciolse dopo ben tre anni d'inchiesta e di carcere.


Un gioco sporco tra ricatti e denunce anonime ...


Nel 1620, intanto, veniva nominato senatore della repubblica, ma soli due anni dopo un tragico evento  sconvolse, fino a spezzarla, la vita del Foscarini. Denunce anonime giunsero infatti a suo carico al Consiglio dei Dieci. Il Foscarini, secondo queste informazioni, stava segretamente tramando ai danni della repubblica incontrandosi segretamente con esponenti di paesi stranieri, cosa tassativamente vietata dal governo veneziano. L'8 aprile del 1622 Foscarini veniva quindi arrestato mentre lasciava il senato.
A complicare la situazione, già di per sè delicata, ci si mise anche una donna: la contessa inglese lady Arundel.  Secondo queste voci la nobildonna inglese, figlioccia della regina Elisabetta I e grande amante dell'arte - proprio questa sua grande passione l'aveva condotta a Venezia sin dal 1621 -, sarebbe stata la misteriosa tessitrice di questo complotto, nel quale il Foscarini avrebbe lasciato il cuore per amore della contessa. I segreti incontri notturni nella casa dei Mocenigo dove la ''Lady'' alloggiava, avrebbero avuto quindi carattere non solo amoroso ma anche politico. Quando il Foscarini venne portato davanti al Consiglio dei Dieci, tuttavia, si sarebbe rifiutato di fare il nome di questa donna e questo suo cavalleresco silenzio concorse non poco a confermare le accuse di tradimento.


Prima meglio condannare poi la grazia può sempre arrivare ...


Accuse dalle quali il Foscarini non ebbe neppure il tempo di controbattere adeguatamente, dal momento che venne condannato a morte all'unanimità dai membri del famigerato Consiglio dei Dieci. Il 20 aprile veniva così emessa la condanna a morte per strangolamento, condanna che venne eseguita in tutta fretta quella sera stessa nelle prigioni veneziane.
Ma giustizia era veramente fatta? Antonio Foscarini era veramente colpevole? E di che cosa, poi? Di tradimento o di aver avuto per amante la nobile, e sposata, lady Arundel?  Niente di tutto questo, pare.
Foscarini, infatti, non fu in realtà il protagonista di nessuna delle due scandalose circostanze.  Nè del complotto politico, che a fatica la stessa lady Arundel riuscì a dimostrare inesistente, nè dell'intrigo amoroso dal momento che con tutta probabilità i due si incontrarono solo poche volte e non certo in occasioni private. Resta che la donna, suo malgrado invischiata in questa spiacevole storia, venne comandata dal suo ambasciatore di lasciare al più presto Venezia.
Di fronte a questo perentorio ordine la donna reagì energicamente. Non solo non lasciò la città, ma difese il Foscarini davanti al diplomatico, sostenendo che mai il senatore veneziano aveva incontrato in casa Mocenigo rappresentanti di paesi stranieri e nemici.
Le stesse cose dovette dire anche al doge al quale aveva chiesto udienza, doge che dovette ben crederle se la invitò a presenziare alla imminente cerimonia dello "sposalizio del Mare". Non solo. Venne letta in senato una dichiarazione ufficiale d'innocenza da far avere poi anche a Lord Arundel e a chiunque volesse avere chiarimenti sulla vicenda.
Sei mesi dopo lady Arundel lasciava Venezia per fare ritorno a casa con i suoi due figli e ben 70 casse stracolme di merci, opere d'arte e preziosi. Si lasciava alle spalle una città sconcertata dalla vicenda e dalla morte innocente di uno dei suoi più amati e stimati senatori.
Se l'onore della donna era salvo, niente e nessuno poteva invece ridare la vita al povero Foscarini. Per lui le scuse arrivarono troppo tardi.
Il 22 agosto del 1622 gli autori della false accuse erano stati arrestati e giustiziati mentre il Consiglio dei Dieci ammetteva pubblicamente l'errore, il fatale e tragico errore di valutazione riabilitando la memoria dello sfortunato Foscarini la cui salma venne riesumata per procedere poi a dei solenni funerali di stato.
Era tutto quello che la repubblica poteva ormai fare per il "suo" senatore.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI



mercoledì 2 dicembre 2015

STORIA VENETA – 112: 1608 - ANCHE LA SPAGNA CONTRO VENEZIA. SI SCOPRE LA CONGIURA!


Dal testo di Francesco Zanotto


" ... un cotal Antonio Giaffa, capitano francese al servigio della Repubblica, si portasse un dì dagli Inquisitori di Stato e ad essi narrasse, se non la trama, almeno i fondati sospetti che avea di essa, accennando alcune persone; e dopo questo, che venissero dagli Inquisitori stessi a narrare la cosa medesima due altri, un Francese per nome de Brambilla, ed uno Olandese nominato Teodoro; i quali divisando meglio il pericolo, e nominando alquante persone involte nella congiura, con tali indizi, potè quel magistrato carcerare i sospetti, fra' quali il francese Renault ed il capitano Lorenzo Brular di Borgogna."


ANNO 1608 


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Non c'è solo il papa a complicare la vita ai veneziani nei primi del Seicento, il grande secolo della dominazione spagnola in Italia. Proprio la Spagna infatti, per completare il suo mosaico italiano, punta gli occhi su Venezia ...


LA SCHEDA STORICA  - 112


Il  XVII secolo non brillò certo quanto a tranquillità e stabilità. Congiure, assassinii, delitti eccellenti, intrighi dentro e fuori le corti erano infatti all'ordine del giorno. Nessuna nazione o stato ne era immune, neppure, naturalmente, Venezia.
Il tentato omicidio dello "scomodo" Sarpi era solo l'ultimo eclatante segno di una violenza diventata ormai l'unica arma per risolvere i contrasti o per affermare le proprie ragioni.
Non di morte violenta, ma naturale, moriva intanto il doge Leonardo Donà, colui che con il fidato Sarpi aveva guidato Venezia nella sua sfida con Roma.
I suoi tre successori, non lasciarono alcuna traccia significativa lasciando invece il trono ducale, infine, al nuovo doge Antonio Priuli.  Questi, al momento della nomina, si trovava però in Dalmazia e lo stato veneziano per un breve periodo restò di fatto senza il suo massimo rappresentante.
Proprio durante quei giorni, i veneziani una mattina si trovarono di fronte ad una macabra sorpresa lungo il Molo. Due uomini infatti, nottetempo erano stati impiccati, mentre all'indomani mattina se ne aggiunse anche un terzo. Dal governo veneziano non giungeva alcuna spiegazione e le modalità non erano certo quelle consuete del Consiglio dei Dieci che preferibilmente agiva in tutta segretezza.
Chi era dunque il destinatario del lugubre messaggio?  La risposta che ben presto corse tra le calli e i canali della città fu univoca. Dietro quei tre cadaveri c'era la Spagna. Ma perchè mai proprio la Spagna? Fra la cattolicissima nazione e Venezia, per la verità, non era mai corso buon sangue, e l'espansione spagnola nel corso del Seicento non poteva che aggravare questa situazione.
Se nel secolo precedente la Francia aveva costituito un serio baluardo che si contrapponeva allo strapotere spagnolo nella penisola italiana, con il nuovo secolo le cose mutarono radicalmente.
La Francia aveva infatti praticamente perso ogni dominio in Italia e sul trono, dopo l'assassinio del re Enrico IV, sedeva un bambino di appena nove anni, Luigi XIII, sotto la tutela vigile della madre-reggente, Maria de Medici, decisamente filo-spagnola.
La Spagna, così, dominava indisturbata da Milano al Regno di Napoli, passando per Firenze, dove il granduca Cosimo era praticamente controllato dalla potente nazione. Per completare il mosaico italiano, alla Spagna non restavano che i due "pezzi" del ducato sabaudo e della repubblica di Venezia e proprio su quest'ultima si concentrarono le pericolose attenzioni del governo spagnolo.
Non era del tutto immotivato, dunque, il sospetto che dietro quelle misteriose esecuzioni si nascondesse proprio la Spagna con il suo evidente scopo di destabilizzare lo stato veneziano, ancora sempre senza il suo doge. I retroscena del fattaccio, confermarono infatti questo dubbio, svelando tutta la spregiudicatezza degli spagnoli pur di arrivare alloro scopo: distruggere definitivamente Venezia.
I registi dell'incredibile quanto temeraria azione, avevano un volto ed un nome, primo fra tutti quello di don Pedro Tellez Giron duca di Osma e vicerè di Napoli accanto a quello del marchese di Bedrnar, Alonso de lo Cueva, ambasciatore spagnolo e vero fulcro di quella centrale cospirativa che era l'ambasciata spagnola a Venezia.
Uomo coltissimo e raffinato, Bedrnar fu detto "uno degli spiriti più pericolosi che la Spagna abbia mai prodotto". L'odio viscerale che provava per Venezia ne faceva una vera e propria serpe in seno alla repubblica.
Attorno ai due personaggi eccellenti tutta una schiera di loschi personaggi disposti a tutto e pronti e fedeli esecutori di qualunque ordine.
Dall'altra parte, non solo l'ignaro governo veneziano, ma fortunatamente un uomo, il giovane francese Balthasar Juven, da poco approdato in città per entrare al servizio della repubblica.
Quello degli spagnoli, per dirla in termini moderni, sarebbe stato un vero e proprio colpo di stato con  tanto d'invasione.
Bedrnar avrebbe dovuto qualche settimana prima dell'ora X, armare un certo numero di spagnoli infiltrati a Venezia, mentre il Vicerè di Napoli avrebbe spedito le sue navi fino al Lido. Qui sarebbero infatti sbarcate le prime truppe d'invasione mentre altre si sarebbero insinuate con delle zattere nella laguna fino alla città.
Lo sbarco? A S. Marco, ovviamente, dove si sarebbe dovuto occupare il Palazzo e l'Arsenale, fortificando la stessa Piazza.
Iniziava così in un secondo tempo l'epurazione: i nobili veneziani più in vista dovevano essere uccisi o catturati, per chiedere poi un riscatto. Venezia insomma, sarebbe diventata niente meno che un principato del Vicerè spagnolo di Napoli.
Ma la sorte non giocò certo a favore del diabolico piano spagnolo che venne invece banalmente scoperto e sventato grazie proprio allo Juven. Questi infatti, venne avvicinato da un suo compatriota per entrare a far parte del piano. Lo sprovveduto, però, ignorava l'odio che lo Juven provava, quale ugonotto, nei confronti della cattolica Spagna. Al momento il giovane francese resse però astutamente il gioco, riuscendo così a conoscere tutti i dettagli del piano e i nomi degli altri congiurati.
Un paio di giorni dopo, prese con sè il suo "amico" e si recò inaspettatamente a Palazzo Ducale. Lì fece letteralmente irruzione nella Sala delle Udienze lasciando in custodia il sempre più attonito compare. Ricevuta udienza, lo Juven rivelò tutto quello che sapeva del piano facendo poi entrare il malcapitato congiurato che dopo poco infatti, per aver salva la vita, confessò e confermò la notizia.
Il Consiglio dei Dieci, non perse certo tempo muovendosi con quella rapidità ed efficacia che gli  erano proprie. Il "bravo" principale, Jacques Pierre, venne arrestato, cucito in un sacco e scaraventato in  mare; altri due vennero torturati ed appesi per un piede a  capo in giù nella Piazzetta; altri 300 fiancheggiatori di second'ordine sparirono invece a poco a poco nel nulla senza che di loro si sapesse più nulla.  
L'ambasciata spagnola venne perquisita e si rivelò un vero arsenale di armi di qualunque specie e grandezza.
E le due menti? Il Vicerè e l'ambasciatore Bedrnar, i due pesci più grossi, proprio per questo riuscirono ovviamente a cavarsela. A loro restò solo lo smacco del fallimento e di dover assistere alla durissima e trionfale reazione del governo veneziano.
La Serenissima era salva ancora una volta!




martedì 1 dicembre 2015

STORIA VENETA - 111: 1607 - CON LA CONTRORIFORMA IL CLIMA SI FA PESANTE. FRA PAOLO SARPI DEVE MORIRE


Dal testo di Francesco Zanotto


"Difatti la sera de' 5 ottobre 1607, mentre in sul declinare del giorno unitamente al laico fra Marino ed al vecchio gentiluomo Alessandro Malipiero, avviavasi al suo monastero, e già n'era vicino, venne assalito da cinque persone, le quali improvvisamente lo strinsero da ogni lato; e coll' esplosione d'un arma da fuoco intimorirono da prima li due che lo accompagnavano, poi avventaronsi contro di lui armati di stili e colpirono di due stilettate nel collo e di una terza nel  volto, la quale ultima entrava nella destra orecchia ... "


ANNO 1697


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nello storico scontro tra la Serenissima ed il papato agli inizi del XVI secolo, fra Paolo Sarpi diventa il paladino delle libertà della repubblica veneta rischiando per questo anche la vita ...


LA SCHEDA STORICA  - 111


Con la fine del XVI secolo, arrivarono per Venezia nuovi ed imprevisti problemi. Non erano i turchi questa volta, ma paradossalmente il papa a creare dei seri "grattacapi" al governo ducale. Venezia del resto non si era mai distinta neppure in passato per una politica fortemente o indiscutibilmente filopapale e i momenti di tensione non erano infatti mai mancati.
Già in un paio di circostanze sulla città era piombata come un fulmine la scomunica o l'interdetto pontifici. A scontrarsi erano due opposte concezioni politiche, più che religiose, dal momento che a Venezia mai l'aspetto religioso si era veramente distinto nella sua gestione da quello politico. Le due sfere d'azione, pur formalmente distinte, in realtà rispondevano ad un unico, comune scopo: il bene e la sicurezza della Serenissima prima di tutto ed innanzitutto.
La vocazione mercantile della città, poi, radice prima della sua potenza e della sua grandezza, ne aveva fatto da sempre una città fortemente aperta e cosmopolita, tollerante anche e necessariamente in campo religioso. Turchi, ebrei, cattolici, convivevano tranquillamente in nome di un comune interesse: l'attività commerciale.
Questa libertà, tuttavia, iniziava, con le mutate condizioni storiche sul finire del secolo, a suscitare le violente reazioni del pontefice. Il clima della Controriforma si stava facendo pesante e apertamente intollerante in ogni campo, da quello culturale, morale e politico, ovviamente. Il terrore di soccombere di fronte al dilagare della religione protestante, trasformò ben presto le direttive del Concilio di Trento in una vera e propria crociata contro i nuovi eretici.
A Venezia, invece, si pubblicavano e si importavano libri di preghiere protestanti, si tenevano, seppur solo in cappelle private, funzioni anglicane e si pubblicavano i libri che altrove erano stati invece messi all'indice dalla Santa Sede come libri proibiti.
Non solo. I laici, per di più, non potevano vendere beni immobili a degli ecclesiastici o a una chiesa.
La Santa Sede non poteva più sopportare questi fatti che le sembravano dei veri e propri affronti da parte di un governo che si era sempre dimostrato incurante dei ripetuti richiami del precedente pontefice.
Con il nuovo secolo e con il nuovo pontefice, Paolo V, tuttavia le cose precipitarono e la crisi scoppiò violenta nel 1605. Non solo Venezia non aveva mandato a Roma il nuovo patriarca, Francesco Vendramin, affinché venisse confermato nella nomina dal papa, ma teneva in carcere due preti accusati di una serie di reati tra i quali la frode, l'omicidio e un mal riuscito tentativo di seduzione. Alla notizia il papa, già spazientito, reagì furiosamente. Quelli erano due ecclesiastici e come tali soggetti a un solo tribunale, quello ecclesiastico.
Di ben altro parere, ovviamente, il governo veneziano: i due erano anche, e prima di tutto, cittadini veneziani e come tali dovevano essere giudicati dalle autorità civili competenti.
Fioccarono così le prime minacce d'interdetto che si concretizzarono nella primavera del 1606.  
Il 6 maggio, il doge Leonardo Donà rispondeva all'atto di scomunica e d'interdetto del papa con un decreto ducale nel quale veniva richiamato all'ordine tutto il clero veneziano invitato a proseguire regolarmente nelle sue abituali funzioni e riconoscendo quale unica superiore autorità solo la ''Divina Maestà".
La Chiesa sbagliava poichè si rifiutava di riconoscere ed accettare i legittimi e sacrosanti diritti della repubblica e pregava Dio, infine, affinché il papa riconoscesse il suo errore.
In questa durissima ed energica riaffermazione della propria legittimità, ed in fondo della propria storia, il governo ducale si avvalse di una delle più vive e lucide intelligenze dell'epoca: lo storico veneziano frà Paolo Sarpi, dell'Ordine dei Servi di Maria.
Il 28 gennaio del 1606, alle prime minacce papali d'interdetto, Sarpi era stato nominato "consultore in iure" del governo ducale che si avvalse della sua straordinaria preparazione teologico-giuridica per controbattere riga su riga alle ragioni accampate da Paolo V. La sua oratoria, la sua straordinaria lucidità di giurista-teologo furono le efficientissime armi usate dal governo veneziano in quel delicatissimo frangente. Con le parole, anche i fatti.
Su suggerimento del Sarpi, infatti, vennero cacciati da tutto il territorio della repubblica i Gesuiti, la longa manus della Santa Sede, ma anche i Teatini e i Cappuccini mentre veniva licenziato anche il Nunzio Apostolico.
Frà  Sarpi in quei frenetici mesi predicava, scriveva e polemizzava, tutto ciò nel generoso tentativo di rendere chiara la distinzione fra questioni celesti e questioni temporali appoggiando ovviamente la posizione del governo veneziano.
Tutto questo gli procurò ben presto una citazione davanti al Tribunale dell'Inquisizione. Coerentemente e ovviamente Sarpi non si presentò, ignorando in pieno la convocazione.
Era guerra aperta, una "guerra" che si sarebbe conclusa solo un anno dopo con la mediazione della Francia, ma con una vittoria morale e politica di Venezia che non aveva minimamente ceduto.
Nell'aprile del 1607 Paolo V fu costretto a revocare l'interdetto sulla città. Fu anche l'ultimo nella storia della Chiesa.
Intanto frà Sarpi continuava nel suo incarico di consulente giuridico del governo ducale, incurante delle voci che la sua vita fosse in serio pericolo. Non erano solo voci.
Il 25 ottobre del 1607 sulla via del ritorno in monastero da Palazzo Ducale, mentre scendeva gli scalini del ponte di S. Fosca, venne infatti circondato da almeno cinque sconosciuti e colpito da questi con tre pugnalate al volto e al collo. Una delle pugnalate aveva colpito l'orecchio destro e si era conficcata nello zigomo tanto da far credere ai suoi aggressori che fosse morto.
Miracolosamente, invece, Sarpi riuscì a sopravvivere e quando gli mostrarono il pugnale con il quale era stato ferito, disse toccandone la punta: "Conosco lo stile - i modi - della Chiesa Romana". Contro gli aggressori che nel frattempo avevano trovato rifugio e protezione a Roma, non a caso certamente, niente venne fatto.
Il  governo veneziano invece offrì a Paolo Sarpi una casa in Piazza S. Marco in modo da evitare di percorrere troppa strada da solo, ma con la massima umiltà e ringraziando, il Sarpi preferì restarsene nella pace del suo convento.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  4,  SCRIPTA EDIZIONI