Un paese in ginocchio, mutilato, raso al suolo dalla crisi inasprita
dall’euro e dal regime di austerity imposto da Bruxelles per mantenere in vita
la moneta unica. L’Italia sta letteralmente andando a pezzi: tutti se ne
accorgono ogni giorno, mentre la disoccupazione dilaga, i consumi crollano, i
negozi chiudono e le aziende licenziano. Ma il panorama si fa ancora più
impressionante se si osservano, tutti insieme, i numeri della catastrofe. E’
quello che ha fatto il blog “ Sollevazione”, pescando tutte le cifre ufficiali
degli indicatori-chiave. Un bollettino di guerra, voce per voce. Produzione e
ricchezza, industria e redditi, debito e risparmi. L’Italia in rosso, che sta
precipitando lontano dalla sua storia, senza neppure capire perché. Ognuno
combatte, da solo, contro continui rovesci: non ci sono spiragli, non c’è
alcuna “ripresa” nemmeno all’orizzonte. Ma nessuno racconta davvero l’assedio
del panico, la paura sciorinata dai “crudi numeri”, che forse non fotografano
«le dimensioni effettive del disastro economico e sociale che vive l’Italia»,
però «ci aiutano a comprenderlo».
Secondo gli analisti di “Sollevazione”, la resa matematica
dell’Italia rivelata dai conti – la lingua spietata del pallottoliere –
permette anche di «capire come le politiche austeritarie per tenere in piedi
l’euro, il sistema bancocratico e il capitalismo-casinò, abbiano affossato il
nostro paese», il cui Pil ha perso 8,7 punti percentuali a partire dal 2007,
inclusa la manipolazione dello spread che ha “armato” la gigantesca
manomissione operata da Monti e Fornero, con la loro “spending review” e la
riforma-suicidio delle pensioni. Un’agenda peraltro proseguita da Letta:
tagliare la spesa, ben sapendo che il “risparmio” dello Stato manda in crisi il
settore privato, facendo calare il gettito fiscale e quindi esplodere il debito
pubblico.
Matteo Renzi? Niente di nuovo: neoliberismo puro, a
cominciare dal Jobs Act per precarizzare ulteriormente il lavoro. Aggravanti:
la neutralizzazione delle ultime difese sociali garantite dalla Costituzione,
come vuole l’élite finanziaria, e l’eliminazione fisica dell’opposizione
attraverso una legge elettorale come l’Italicum, definita peggiore – per le sue
restrizioni – di quella che permise a Mussolini di consolidare il neonato
regime fascista.
Tutto questo, mentre il paese soccombe ogni giorno: in sei
anni, il Pil pro capite è calato di 9 punti (di 10, invece, il reddito reale
disponibile per le famiglie). Stesse percentuali per la frana della ricchezza
nazionale: -9% dal 2007 al 2013, pari a 843 miliardi di euro.
C’era una volta l’Italia: nello stesso periodo, la
produzione industriale è crollata addirittura del 25,5%. Sta andando in
frantumi, grazie alla politica imposta da Berlino, il maggior competitore
europeo della Germania. Tra il 2001 e in 2013, l’Italia ha perso 120.000
fabbriche.
Sono cifre da scenario bellico, e non sono riguardano solo
l’industria: ci sono anche le 75.000 imprese artigiane costrette a chiudere.
Anno record per il fallimenti, l’infame 2013 delle “larghe intese”: qualcosa
come 111.000 fallimenti, in appena dodici mesi. Contraccolpo catastrofico, la
disoccupazione: dal 2001, con l’ingresso nell’Eurozona, l’industria italiana ha
perso un milione e 160.000 posti di lavoro. Colpa anche dell’assenza di
credito: nonostante ricevano denaro dalla Bce a tassi «prossimi allo zero», le banche
continuano a finanziare le imprese con prestiti al 4,49%, mentre negli altri
paesi dell’Eurozona l’interesse medio è al 3,8%.
Renzi
Renzi
Anche così il lavoro si estingue alla velocità della luce.
Dal 2007, la piaga della disoccupazione è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7
attuale. «I disoccupati ufficiali sono 3 milioni e 300.000», rileva
“Sollevazione”, ai quali vanno però aggiunti «altri 3 milioni di persone», che
ormai non si rivolgono neppure più ai centri per l’impiego: i cosiddetti
“sfiduciati” fanno salire a quasi 6 milioni e mezzo il totale dei disoccupati
italiani, proprio mentre la Germania del super-export vede salire ai massimi
storici la quota degli occupati. C’è anche il trucco, naturalmente: un tedesco
su quattro accetta i mini-job da 450 euro al mese. E’ la strada aperta in
Italia dal Jobs Act di Renzi, di fronte a una platea oceanica di giovani senza
lavoro: il 43%, più del doppio dei ragazzi disoccupati nel 2007.
Sta male, comunque, la stragrande maggioranza dei salari
italiani: «Con uno stipendio netto di 21.374 dollari l’anno, l’Italia si
colloca al 23esimo posto nella classifica Ocse: se la passano peggio solo i
portoghesi e gli abitanti dei paesi dell’ Europa orientale». A valanga, la
mancanza di impiego si traduce in forte calo dei consumi familiari, tagliati di
quasi il 10% solo negli ultimi due anni. A farne le spese è anche il risparmio,
continuamente eroso per far fronte all’emergenza economica, mentre la
super-tassazione disposta dall’Ue ha raggiunto per l’Italia il 44% del Pil.
«Se si considera il periodo tra il 2011 e il 2012 – precisa
“Sollevazione” – soltanto l’Ungheria, in Unione Europea, ha conosciuto un
aumento delle tasse rispetto al Pil superiore a quello dell’Italia». E’ un
circolo vizioso: imporre più tasse a chi già le paga, per tentare (inutilmente)
di arginare il calo delle entrate, comunque – già oggi – superiori alla somma
delle uscite: situazione che sarà ulteriormente aggravata dal Fiscal Compact e
cronicizzata dall’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. In
pratica, la fine dello Stato sociale e delle garanzie sui servizi vitali –
scuola e sanità in primis, peraltro minacciate di privatizzazione forzata dal
Ttip e dal Tisa, i trattati segreti euro-atlantici imposti dagli Usa, che Renzi
preme per approvare in fretta. Cartina di tornasole di questa autentica
catastrofe, il debito pubblico: era pari al 103,3% del Pil nel 2007, ma ha
raggiunto il 132,9% nel 2013. «L’ultimo rilevamento di Bankitalia ci dice che
il debito pubblico ha toccato a maggio 2014 un nuovo record storico: quota
2.166,3 miliardi, con un aumento di 20 miliardi sul mese precedente».
Va in rosso il conto delle famiglie, nel paese che prima
dell’avvento dell’euro era il più risparmiatore d’Europa: rispetto al Pil, dal
1998 al 2012 il debito privato delle imprese è passato dall’85 al 120%, quello
delle banche dal 40 al 110%, quello delle famiglie dal 30 al 50%.
Paradossalmente, osserva “Sollevazione”, «in questo periodo quello che è
cresciuto meno è stato proprio il debito pubblico», mentre il debito aggregato
– pubblico e privato – è letteralmente esploso, dal 275% ad oltre il 400%.
Spaventose pure le sofferenze bancarie, cresciute di 100 miliardi dal 2007 al
2013, per un totale di 147,3 miliardi di euro.
Ed ecco l’ultimo gradino della tragedia: la povertà. Un
fantasma che mette paura: l’esercito dei nuovi poveri e il timore che crescano
furti e rapine ha aumentato del 5,7% i denari lasciati in custodia alle banche,
oltre 1,2 miliardi di euro. Secondo Eurostat, gli «individui a rischio povertà
o esclusione sociale» nel 2008 erano in Italia il 25,3%, e sono diventati il
29,9% nel 2012. L’ Istat è ancora più preciso: «Un italiano su dieci è in
povertà assoluta».
Tra il 2012 e il 2013, spiega l’istituto di statistica,
l’incidenza della povertà assoluta è aumentata dal 6,8 al 7,9%, coinvolgendo
oltre 300.000 famiglie e 1 milione 206.000 persone in più rispetto all’anno
precedente. «E’ povera, o quasi povera, una famiglia su cinque». Poi c’è la
“povertà relativa”, quelle delle famiglie (sono quasi 3 milioni e mezzo) il cui
portafoglio mensile è inferiore alla spesa media nazionale, 972 euro al mese.
Sono famiglie che cercano di sopravvivere con meno di 800 euro al mese, che si
riducono a meno di 750 nel Mezzogiorno, dove più evidenti sono le diseguaglianze
che la “crisi” ha fatto esplodere. Nel 1992, l’Italia era un paese
relativamente equilibrato: non c’era un abisso tra ricchi e poveri e la classe
media era in ottima salute. Oggi, praticamente, è in via di estinzione e teme
di sprofondare giorno per giorno verso la povertà. Nel 2013, l’Italia è
risultato «il paese più diseguale dell’Unione Europea, dopo la Gran Bretagna».
Solo che il Regno Unito non è ingabbiato dall’euro. Infatti, a Londra, economie
e occupazione stanno decisamente meglio rispetto alla media dell’atroce
Eurozona, di cui l’Italia – dopo la Grecia – è la vittima principale.
Fonte: visto su LIBRE del 31 luglio 2014
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